Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Ospite

    Predefinito Marco Tarchi sul "successo" (presunto) di Le Pen.

    Vi mando quest'articolo di Marco Tarchi uscito su Il Mattino di Napoli.
    Ne approfitto anche per segnalare l'uscita del numero 251 di Diorama Letterario, come al solito molto interessante. In particolare:
    - Un acuto bilancio sui 20 anni della ex Nuova Destra, ora Nuova Cultura (chi avesse nostalgie se ne faccia una ragione).
    - Considerazioni di Tarchi sul ritorno alla guerra dell'Occidente.
    - Un bellissimo, sebbene fallimentare, invito di De Benoist a votare di tutto nelle elezioni francesi, fuorché a destra, neppure per è stato definito "liberale nel senso filosofico del termine" da Alain Dumait. Jean-Marie Le Pen. L'invito era di favorire alcune figure eterodosse della sinistra come Jean- Pierre Chèvenement.
    Comnque, buona lettura.


    Sbaglia chi interpreta il passaggio di Jean-Marie Le Pen al secondo turno dell'elezione presidenziale francese come un successo dell'"estrema destra" o addirittura come una prova dell'attualità del "pericolo fascista". Se gli osservatori politici riuscissero ad attenersi ai fatti invece di farsi trasportare dagli umori o dall'ideologia, non faticherebbero ad accorgersi che il 19,2% ottenuto dal tribuno bretone e dal suo sfortunato ex-sodale Mégret raccoglie i consensi di fasce sociali che con la destra estrema hanno ben poco a che fare. I primi sondaggi ci dicono che gli operai hanno fatto convergere sulla candidatura di Le Pen oltre il doppio dei voti concessi al socialista Jospin, e che fra gli impiegati il dato è ridotto nelle proporzioni ma simile nella tendenza. E le cifre nude e crude indicano che il leader del Front national ha sfondato nelle periferie delle grandi città, là dove l'insicurezza si allarga a macchia d'olio e la quota di immigrati residenti è in continua crescita, sottraendo consistenti fette di elettorato ai comunisti. Credere all'improvvisa conversione ai valori dell'estrema destra di persone abituate per decenni a concedere fiducia al Pcf è quantomeno un segno di ingenuità.
    Fermo restando che il dato di domenica non va enfatizzato, perché è da ascrivere assai più alla crisi della sinistra e alla sua conseguente frammentazione che non a un'esplosione del tutto ipotetica del lepenismo - cresciuto, rispetto alle presidenziali precedenti, di solo un paio di punti percentuali -, il quadro analitico al cui interno il fenomeno va collocato è un altro, ed ha dimensioni non solo francesi ma europee. È la crescita, discontinua ma insistente, dei temi e dello stile politico del populismo.
    Su questo concetto continua a permanere una fitta rete di incomprensioni e di ambiguità, che ne fanno il più delle volte uno strumento polemico, usato da taluni per colpire gli avversari e respinto dai soggetti presi a bersaglio. Ma non per questo si deve cadere nell'errore di considerarlo un mero costrutto propagandistico. Nel termine si racchiude infatti un insieme di inquietudini, atteggiamenti e aspirazioni che affondano radici nell'attualità più stretta e concreta e segnano l'inizio della fine di un'epoca della politica contrassegnata dai tradizionali antagonismi connessi all'industrializzazione capitalistica.
    Chi crede nell'eternità del discrimine sinistra/destra come stella polare della politica fatica a comprenderlo, ma la maggior parte dei problemi che investono i cittadini comuni nei paesi economicamente sviluppati e ne determinano le preferenze nell'ambito della vita pubblica sono ormai trasversali alle vecchie scelte di campo. L'insicurezza rispetto alla criminalità diffusa, il timore della perdita delle tradizionali identità collettive, l'inquietudine per il degradarsi dell'ambiente naturale, l'insoddisfazione per i servizi pubblici, il rifiuto della precarietà degli impieghi, la constatazione dell'inefficienza dei servizi statali o municipali, non seguono più tracce ideologiche; si esprimono, anzi, in un rifiuto confuso ma radicale della politica e dei suoi esponenti più in vista, considerati responsabili della situazione avversata. È questo terreno di protesta antipartitica a concimare gli umori degli elettori che a Vienna come a Parigi, a Rotterdam come ad Amburgo, ad Anversa come a Bucarest offrono il proprio consenso ai movimenti populisti e agli uomini che li incarnano, sperando di vederli prendere la guida di un impulso al drastico rinnovamento della politica.
    Chi ha ascoltato le prime parole dell'appello rivolto da Le Pen agli elettori già acquisiti o potenziali nella serata del suo trionfo non può dubitarne. "Siete voi, i piccoli, i senza gradi, gli esclusi, i metalmeccanici di industrie mandate in rovina dall'euromondialismo di Maastricht, i contadini costretti a pensioni di fame, i testimoni della rinascita della Francia": con questi toni, i più classici del repertorio populista, l'outsider di lungo corso ha lanciato la sfida al ceto dei politici di professione in nome dell'uomo qualunque, a cui ha promesso di "riaprire le porte della speranza". Scarnificata degli accenti di grandeur, la sua retorica ha tramutato il nazionalismo da bandiera di conquista in trincea difensiva per un paese attraversato dalla paura. Dissipati gli echi di un antico, baldanzoso militarismo carico di memorie coloniali, si è diretta al cuore di chi teme di doversi annoverare fra i perdenti della globalizzazione, ad una sorta di proletariato interclassista di ampie proporzioni, proteso non più al possesso dei mezzi di produzione ma alla difesa dei propri ristretti spazi di benessere dall'assedio dei nuovi poveri venuti da oltrefrontiera e dall'avidità dei nuovi ricchi.
    La si può chiamare demagogia, la si può chiamare politica del peggio o sfruttamento della disperazione, vi si può scorgere il pericolo della xenofobia e della logica dei capri espiatori. Un dato è comunque certo: dietro l'ascesa dell'odierno populismo, in Francia e in Europa, c'è ben altro e ben di più che la sete di potere di quelle che qualche giornalista miope scambia per nuove "camicie brune". Ci sono le convulsioni di una fase storica che ha decretato l'estinzione dell'eredità di un secolo terribile e infausto senza sapere come sostituirla per far fronte alle sfide dell'immediato futuro.
    Marco Tarchi

  2. #2
    Paul Atreides
    Ospite

    Predefinito Re: Marco Tarchi sul "successo" (presunto) di Le Pen.

    Originally posted by claudio ughetto
    Vi mando quest'articolo di Marco Tarchi uscito su Il Mattino di Napoli.
    Ne approfitto anche per segnalare l'uscita del numero 251 di Diorama Letterario, come al solito molto interessante. In particolare:
    - Un acuto bilancio sui 20 anni della ex Nuova Destra, ora Nuova Cultura (chi avesse nostalgie se ne faccia una ragione).
    - Considerazioni di Tarchi sul ritorno alla guerra dell'Occidente.
    - Un bellissimo, sebbene fallimentare, invito di De Benoist a votare di tutto nelle elezioni francesi, fuorché a destra, neppure per è stato definito "liberale nel senso filosofico del termine" da Alain Dumait. Jean-Marie Le Pen. L'invito era di favorire alcune figure eterodosse della sinistra come Jean- Pierre Chèvenement.
    Comnque, buona lettura.


    RE: caro Claudio, qualche commento su questo numero. L'"acuto bilancio" mi è piaciuto solo in parte. Spassionata e, al solito, priva di autoindulgenze, l'analisi del perché non ci fosse molto da festeggiare. Dogmatico l'attacco a chi, pur collaborando a Diorama, si "permette" altre collaborazioni con testate ecc. della "Destra". Mi pare un paradossale caso di "pensiero unico".
    Su De Benoist che invita a votare tutti, "fuorché la destra" che dire: il solito trasversalismo che in realtà tale non è. Buonissime le analisi di Tarchi su AN.

    Sbaglia chi interpreta il passaggio di Jean-Marie Le Pen al secondo turno dell'elezione presidenziale francese come un successo dell'"estrema destra" o addirittura come una prova dell'attualità del "pericolo fascista". Se gli osservatori politici riuscissero ad attenersi ai fatti invece di farsi trasportare dagli umori o dall'ideologia, non faticherebbero ad accorgersi che il 19,2% ottenuto dal tribuno bretone e dal suo sfortunato ex-sodale Mégret raccoglie i consensi di fasce sociali che con la destra estrema hanno ben poco a che fare. I primi sondaggi ci dicono che gli operai hanno fatto convergere sulla candidatura di Le Pen oltre il doppio dei voti concessi al socialista Jospin, e che fra gli impiegati il dato è ridotto nelle proporzioni ma simile nella tendenza. E le cifre nude e crude indicano che il leader del Front national ha sfondato nelle periferie delle grandi città, là dove l'insicurezza si allarga a macchia d'olio e la quota di immigrati residenti è in continua crescita, sottraendo consistenti fette di elettorato ai comunisti. Credere all'improvvisa conversione ai valori dell'estrema destra di persone abituate per decenni a concedere fiducia al Pcf è quantomeno un segno di ingenuità.
    Fermo restando che il dato di domenica non va enfatizzato, perché è da ascrivere assai più alla crisi della sinistra e alla sua conseguente frammentazione che non a un'esplosione del tutto ipotetica del lepenismo - cresciuto, rispetto alle presidenziali precedenti, di solo un paio di punti percentuali -, il quadro analitico al cui interno il fenomeno va collocato è un altro, ed ha dimensioni non solo francesi ma europee. È la crescita, discontinua ma insistente, dei temi e dello stile politico del populismo.
    Su questo concetto continua a permanere una fitta rete di incomprensioni e di ambiguità, che ne fanno il più delle volte uno strumento polemico, usato da taluni per colpire gli avversari e respinto dai soggetti presi a bersaglio. Ma non per questo si deve cadere nell'errore di considerarlo un mero costrutto propagandistico. Nel termine si racchiude infatti un insieme di inquietudini, atteggiamenti e aspirazioni che affondano radici nell'attualità più stretta e concreta e segnano l'inizio della fine di un'epoca della politica contrassegnata dai tradizionali antagonismi connessi all'industrializzazione capitalistica.
    Chi crede nell'eternità del discrimine sinistra/destra come stella polare della politica fatica a comprenderlo, ma la maggior parte dei problemi che investono i cittadini comuni nei paesi economicamente sviluppati e ne determinano le preferenze nell'ambito della vita pubblica sono ormai trasversali alle vecchie scelte di campo. L'insicurezza rispetto alla criminalità diffusa, il timore della perdita delle tradizionali identità collettive, l'inquietudine per il degradarsi dell'ambiente naturale, l'insoddisfazione per i servizi pubblici, il rifiuto della precarietà degli impieghi, la constatazione dell'inefficienza dei servizi statali o municipali, non seguono più tracce ideologiche; si esprimono, anzi, in un rifiuto confuso ma radicale della politica e dei suoi esponenti più in vista, considerati responsabili della situazione avversata. È questo terreno di protesta antipartitica a concimare gli umori degli elettori che a Vienna come a Parigi, a Rotterdam come ad Amburgo, ad Anversa come a Bucarest offrono il proprio consenso ai movimenti populisti e agli uomini che li incarnano, sperando di vederli prendere la guida di un impulso al drastico rinnovamento della politica.
    Chi ha ascoltato le prime parole dell'appello rivolto da Le Pen agli elettori già acquisiti o potenziali nella serata del suo trionfo non può dubitarne. "Siete voi, i piccoli, i senza gradi, gli esclusi, i metalmeccanici di industrie mandate in rovina dall'euromondialismo di Maastricht, i contadini costretti a pensioni di fame, i testimoni della rinascita della Francia": con questi toni, i più classici del repertorio populista, l'outsider di lungo corso ha lanciato la sfida al ceto dei politici di professione in nome dell'uomo qualunque, a cui ha promesso di "riaprire le porte della speranza". Scarnificata degli accenti di grandeur, la sua retorica ha tramutato il nazionalismo da bandiera di conquista in trincea difensiva per un paese attraversato dalla paura. Dissipati gli echi di un antico, baldanzoso militarismo carico di memorie coloniali, si è diretta al cuore di chi teme di doversi annoverare fra i perdenti della globalizzazione, ad una sorta di proletariato interclassista di ampie proporzioni, proteso non più al possesso dei mezzi di produzione ma alla difesa dei propri ristretti spazi di benessere dall'assedio dei nuovi poveri venuti da oltrefrontiera e dall'avidità dei nuovi ricchi.
    La si può chiamare demagogia, la si può chiamare politica del peggio o sfruttamento della disperazione, vi si può scorgere il pericolo della xenofobia e della logica dei capri espiatori. Un dato è comunque certo: dietro l'ascesa dell'odierno populismo, in Francia e in Europa, c'è ben altro e ben di più che la sete di potere di quelle che qualche giornalista miope scambia per nuove "camicie brune". Ci sono le convulsioni di una fase storica che ha decretato l'estinzione dell'eredità di un secolo terribile e infausto senza sapere come sostituirla per far fronte alle sfide dell'immediato futuro.
    Marco Tarchi

    RE: questo articolo l'avevo già letto. Ampiamente condivisibile. Ciao

  3. #3
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    Predefinito

    Diffido dal sociologismo spinto, peculiare a certa sinistra degenere.
    Tuttavia, se affiorano in seno alla società francese vulnerata dall'euromondialsmo e dall'islam delle inquietudini... che tali inquieudini si traducessero in un nuovo impulso spirituale, in un sussulto rivoluzionario...è il miglior auspicio possibile.
    Sarebbe davvero evanescente limitare il tutto ad un disagio ociale, se non peggio, al consenso numerico.

 

 

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