Il mio 25 aprile l’ho dedicato a chi lottò, combattè e morì per liberare l’Italia da un regime totalitario. Ho ringraziato gli americani, gli inglesi e gli europei che ci permisero di tornare tra i popoli democratici; pure i sovietici ho ringraziato, che certamente lottarono per motivi diversi dal restaurare una democrazia, concetto per loro ignoto, e pure le truppe marocchine e nord africane che liberarono il nostro Sud sotto la bandiera dell’Islam, certamente la religione meno “democratica” della terra. E ho ringraziato tutti quegli italiani che realmente combatterono e morirono per l’ideale democratico o almeno di libertà. Ho ringraziato i partigiani. Quelli veri. Con in testa Edgardo Sogno. Come avrei potuto concentrarmi riverente in questi ricordi ascoltando le parole di un ex Presidente? Quello del “io non ci stò”. E prima e dopo di lui quelle di Veltroni o Cofferati?
E vedere solo bandiere palestinesi, giovanotti mascherati da "terroristi palestinesi". Vicino alla Fosse Ardeatine!
E nemmeno una bandiera americana, inglese, canadese, australiana?
Considero questo giorno dedicato a loro, ai vincitori di allora, ai loro morti.
Oggi è la loro festa, chi era dall’altra parte, con tutto il grande rispetto che ho verso di loro e i loro morti, deve ricordare e meditare.
Magari iniziare una lotta “civile e responsabile e pacificatrice” per trovare un giorno e un luogo nel quale “onorare e ricordare” i morti di tutte e due le parti.
Detto questo riporto un articolo di Giordano Bruno Guerri apparso sul giornale del dittatore di Arcore nonché padrone assoluto delle nostre anime e attentatore alle nostre libertà politiche e civili;
Il Giornale
In un anno all’insegna del triplice e borrelliano “resistere”, e a pochi giorni dalla stonata (anche politicamente) “Bella ciao” di Santoro, era inevitabile che si tornasse a enfatizzare il 25 aprile. Da decenni, ormai, in quella data non si celebra più- davvero- la vittoria sui fascismi. In base al nemico di turno più inviso alle sinistre, la nobile data è stata usata per diffondere panico su un fantomatico “pericolo fascista” costituito di volta in volta dalla Dc, dal Movimento sociale, dal Psi, dalla Lega, da Alleanza nazionale, da Berlusconi. Anche l’anno scorso, nell’imminenza delle elezioni di maggio che avrebbero portato al governo la Casa delle Libertà, la festa della Liberazione e della Resistenza non fu nient’altro che una lotta a Berlusconi e ai suoi alleati.
Il Polo vinse, con democraticissime elezioni e volontà di popolo, né da allora è accaduto qualcosa che possa far pensare a una diminuzione della libertà, tutt’altro. Diciamocelo chiaro: anche leggi discutibili (almeno sul piano dell’opportunità e del gusto), come quella sulle rogatorie o quella sui falsi in bilancio, non limitano la libertà di nessuno, anzi garantiscono una maggiore protezione giuridica per tutti. Come del resto l’opposizione a un troppo generalizzato mandato di cattura europeo. Ora si dice di temere per la libertà televisiva, che a quanto pare è la vera libertà democratica moderna. Ma è accaduto che, il giorno dopo l’infelice pronunciamento di Berlusconi contro Biagi e Santoro, il presidente della Rai Baldassarre (“notoriamente” scelto dallo stesso Berlusconi) ha tranquillamente detto che Biagi e Santoro continueranno a lavorare per la Rai.
Eppure ieri augusti tromboni come O.L.Scalfaro, Tina Anselmi e Luciano Violante – per tacere degli altri – sono accorsi a ripeterci che la democrazia è in pericolo e a fare paragoni stanti alla storia come il celebre cavolo alla merenda: anche Hitler e Mussolini, dicono, arrivarono al potere legittimamente, ma poi istaurarono una dittatura. Di fronte a simili discorsi – ipocriti, faziosi, pericolosi – per quanto mi sforzi di trovare pensieri profondi e immagini alate, mi sembra che la risposta più giusta, ponderata e seria sia: “Se mia nonna aveva le ruote, era un carretto”.
Il vero attacco alla libertà e alla democrazia sta proprio nell’adottare quel tipo di terrorismo psicologico e politico che a volte si trasforma pure in terrorismo vero. E del resto la celebrazione rituale del 25 aprile è stata quasi sempre usata da un partito –il Pci – la cui vera intenzione finale era instaurare un regime di segno opposto a quello mussoliniano, ma ugualmente liberticida e forse più deleterio. Ancor oggi, però, chi celebra malamente il 25 aprile è colpevole di distogliere l’attenzione dai problemi reali e di utilizzare il ricordo di una tragedia storica per la più banale e meschina lotta partitica (neanche politica), partitica quotidiana.
La miglior celebrazione del 25 aprile come data di libertà l’ho sentita ieri mattina in una trasmissione radiofonica condotta da Giancarlo Santalmassi su Radio 24 Ore: invece di ricordare la vittoria degli americani, dei partigiani, dei russi su altre ideologie politiche, venivano onorati i dodici professori universitari ( 12 su oltre 2000 ) che nel 1931 rifiutarono di prestare un giuramento che li avrebbe obbligasti a “formare cittadini devoti al Regime fascista”. Chi giurò coprì d’infamia la propria coscienza e il proprio ruolo di studioso, di docente, di uomo libero.
Chi non giurò fece il primo, vero, coraggioso, utile, disinteressato atto di libertà contro la dittatura.
Il primo atto di “Resistenza”.
Ebbene, l’Italia non ha mai celebrato quei dodici in nessun modo, neppure con la più piccola targa che nelle università ricordi il loro eroismo, il loro sacrificio, il loro amore per la libertà intellettuale e umana.
Perché? Ve lo dico io perché. Perché sia i liberali, sia i comunisti, sia i cattolici (nella figura di Pio XI) suggerirono di giurare per non perdere un ruolo di controllo politico, culturale e politico: ovvero suggerirono di accettare un compromesso infame.
Non c’è riconoscimento possibile, in Italia, per chi non appartiene a qualcosa o a qualcuno, lobby, fede o partito che sia. Non c’è riconoscimento possibile per chi – con la parola libertà – intende principalmente quella della coscienza. E’ dunque inutile che io proponga di celebrare la festa (ormai festa della faziosità) non nel giorno dei vincitori di una parte sull’altra, ma nel giorno in cui pochi uomini scelsero la propria intelligenza e la propria coscienza, fregandosene dei partiti.
E’ inutile ma io lo faccio lo stesso: quella data è il 20 novembre, giorno entro il quale i dodici dimenticati – volutamente dimenticati – eroi, scelsero di essere uomini liberi.
Soprattutto da chi crede o finge di credere di possedere la verità.
Saluti.
p.s. l’altra motivazione della voluta e ignobile dimenticanza è che ricordare con una piccola targa quei 12 significa anche e soprattutto dover ricordare l'altra invisibile ma incombente grande targa con gli altri 1988 nomi .




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