Informazione, vi dico che l'Italia è in pericolo
di Freimut Duve*
Nel vostro paese la maggioranza politica controlla il sistema di comunicazione televisiva di massa. Tale controllo si traduce in una triplice sfida: primo, alle istituzioni politiche del vostro stesso paese; secondo, al dibattito costituzionale in corso nell’Unione Europea; terzo, ai nuovi paesi che entreranno nell’Unione. Non mi sono mai stancato di sottolineare che gli stati membri dell’Ocse - un’organizzazione che ha le sue radici nel difficile processo di democratizzazione anche dei paesi post-comunisti - devono guardare con particolare attenzione ai processi in corso nelle vecchie democrazie che rappresentano la base dei valori democratici. La storia dell’Italia lega particolarmente e strettamente questo paese alle tradizioni democratiche dell’Europa.
Queste sono le ragioni di fondo che mi hanno indotto a porre immediatamente in evidenza il problema del controllo che il vostro governo esercita sui media. Avevo la speranza che l’Italia, di fronte a questa sfida, potesse diventare un esempio positivo per tutti quei paesi nei quali la vecchia tradizione comunista è ancora molto forte e dove i governi controllano i media.
Il 23 maggio dell’anno scorso, nella mia funzione di rappresentante dell’Ocse per la libertà dei media, ho pubblicato una dichiarazione in cui ho chiesto al vincitore delle elezioni parlamentari di provvedere ad una chiara e trasparente separazione, sia legale che economica, tra gli interessi economici legati ai media e il suo ruolo politico, come presidente del Consiglio e capo del governo. Ho chiesto che questa separazione avvenisse in una maniera chiara e non ambigua affinché fosse garantita la libertà dei media dalle interferenze del governo. Questa è tra l’altro la linea guida dei princìpi di base dell’Ocse, princìpi ai quali ogni stato membro è legato; princìpi che sono il risultato logica del processo storico della formazione della cultura costituzionale in Europa.
Ora dobbiamo constatare che tutte le mie preoccupazioni erano giustificate: l’Italia è diventato l’unico paese membro dell’Unione Europea e l’unico paese democratico occidentale di un certo peso, in cui la maggioranza delle televisioni, sia private che pubbliche, sono sotto il controllo diretto o indiretto del capo del governo, eletto democraticamente.
L’attuale situazione nel vostro paese rappresenta una sfida drammatica non solo verso la libertà di espressione, ma anche rispetto al problema più importante per l’Europa, la tradizionale divisione tra potere giornalistico e potere esecutivo. Mass-media, in cui lavorano giornalisti liberi sono generalmente considerati il quarto stato, separati dai tre rami costituzionali del potere: esecutivo, legislativo e giuridico. La chiara separazione tra media e politica è l’elemento più importante, cruciale direi, delle tradizioni costituzionali che accomunano la storia cultura e democratica dell’Europa, e in particolare dell’Unione Europea. La chiara separazione tra media e politica ha avuto un ruolo importante nella storia dell’Unione Europea e non dovrebbe essere minata da uno dei suoi Stati membri. Quale è la realtà in Italia?
L’articolo 21 della Costituzione italiana garantisce chiaramente la libertà d’espressione nel suo primo comma: «...Tutti hanno il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
Il secondo comma sottolinea che «la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure...».
Ciò nonostante, i mass-media televisivi, i quali sono la principale fonte d’informazione per molti cittadini, sono oggi sotto il controllo diretto o indiretto del capo del governo. La concentrazione del settore mediatico nelle mani di una sola persona è un problema dell’economia moderna. I media sono diventati l’industria del futuro. Se i boss di queste società internazionali di media rispettano i princìpi basilari della costituzione democratico e dell’indipendenza dei giornalisti professionisti, allora dobbiamo accettare questa realtà dell’età informatica moderna. Tuttavia quando questi tycoon non rispettano la libertà giornalistica, la situazione diventa motivo di seria preoccupazione per il mio Ufficio. Ora abbiamo di fronte uno sviluppo completamente nuovo: il capo del governo di uno dei maggiori paesi democratici possiede lui stesso la maggior parte dei media televisivi. Secondo me, per il mio Ufficio e per molti esperti costituzionalisti, tutto ciò non raffigura solo un conflitto d’interesse, ma una sfida alla base costituzionale di una democrazia. La Camera dei deputati italiani ha votato una cosiddetta legge sul conflitto d’interessi. La legge avrebbe dovuto risolvere il conflitto d’interesse tra gli interessi privati del capo del governo e il suo ruolo pubblico: il testo deliberato dalla Camera dice testualmente che la conduzione di una società in quel settore è incompatibile con un incarico pubblico, ma non «la mera proprietà di una società privata o di azioni di essa». Il testo di legge poi non fa differenza tra una compagnia industriale e un’azienda mediatica.
Secondo la nuova legge, il capo del governo può rimanere tranquillamente il proprietario della sua società di media, con tutte le drammatiche conseguenze del caso: non ci sarà nessuna possibilità per il sistema dei media di assumere la sua vitale funzione correttiva. Sappiamo tutti che questo era il caso nelle società totalitarie. In barba al divieto di censura espresso dalla Costituzione italiana, i giornalisti italiani che lavorano nel settore televisivo devono per forza applicare le forbici in testa, se vogliono mantenere il posto di lavoro. Qui non si parla solo di propaganda diretta e sfacciata a favore di certe persone e certi interessi - anche se conosciamo alcuni casi al riguardo - ma qui si tratta soprattutto del problema delle zone di silenzio: il problema non sorge dai temi che sono trattati, ma da quelli che non sono trattati affatto.
Avevo inizialmente la speranza che in Italia si sarebbe potuto trovare un’accettabile e buona soluzione, una soluzione che sarebbe stata in linea con i valori dell’Europa moderna. Sarebbe stato di enorme importanza, come esempio proprio per tutti gli Stati membri dell’Ocse, prevedere come dissolvere il controllo governativo sull’indipendenza dei media. La non-separazione, che ora è diventata la realtà, permette purtroppo ad alcuni leader di paesi di nuove ed emergenti democrazie di prendere l’esempio dall’Italia. L’Italia renderà più facile ai governi di questi paesi insistere sul controllo almeno parziale dei mass-media. Questa è una drammatica sfida per tutti i media nell’Ocse e renderà il lavoro del rappresentante per la libertà dei Media molto più difficile che già non fosse. Per dirla chiaramente, vedo il compito del mio mandato gravemente minacciato.
Il caso dell’Italia rende visibile a tutti la necessità di garanzie costituzionali per la protezione della libertà d’espressione dal controllo governativo.
Mi sono appellato alla «Convention on the future of the European Union» perché nel dibattito in corso si rivolgesse una particolare attenzione alla libertà dei media e della loro indipendenza. Sarei molto triste se l’Italia diventasse il primo paese che dovrebbe subire le procedure del nuovo articolo 7 del Trattato di Nizza che, quando sarà effettivo, può addirittura permettere di sospendere il diritto di voto ad un singolo Stato membro. Il dibattito pubblico in atto tra i cittadini italiani può risolvere il problema. In generale la separazione netta tra potere politico e media è stato per un lungo periodo il principio di base della cultura costituzionale europea. Ho fiducia, come tedesco nato sotto il regime di Hitler, che teneva tutti i media sotto il controllo della dittatura, che la famiglia delle democrazie europee saprà monitorare processi, che minano questa conquista democratica.
* Questo è il testo dell’intervento svolto dal dottor Freimut Duve, Commissario Osce per la libertà dei media, alla manifestazione su «La libertà d’informazione» tenutasi a Torino.




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