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BRESCIA - L’Italia è nelle posizioni di retroguardia tra i ...


BRESCIA - L’Italia è nelle posizioni di retroguardia tra i Paesi industrializzati, sia per quanto riguarda la quota di valore aggiunto prodotto dai settori high-tech sul totale del manifatturiero sia che per l’incidenza delle spese in Ricerca e Sviluppo sul valore aggiunto nei diversi fattori produttivi. Nel ’97 si spendeva in Italia per la ricerca di base lo 0,24% del Pil (nel 1993 il valore era dello 0,26%), con un’incidenza delle imprese pari allo 0,01%. In Francia i valori omologhi sono lo 0,5% e 0,06%, mentre in Usa si arriva allo 0,42% e 0,11% e in Giappone allo 0,35% e 0,13%. Un quadro preoccupante, sui cui riflessi nella provincia di Brescia abbiamo parlato con il professor Pier Luigi Magnani, preside della Facoltà di Ingegneria e, come tale, osservatore attento del fenomeno.

Professor Magnani, il documento del Ministero dipingeva uno scenario negativo della situazione italiana. È così anche a Brescia?

«L’analisi del Ministero rappresentava bene lo stato di debolezza e di anomalia del sistema pubblico e privato della ricerca nel nostro Paese e credo che molte delle conclusioni del rapporto valgano anche per Brescia - spiega il professor Magnani -. Brescia è caratterizzata dalla presenza di Università assai giovani ancora in crescita e di un tessuto industriale in forte evoluzione, tradizionalmente orientato alla razionalizzazione dei processi più che alla innovazione dei prodotti, che sta affrontando intense trasformazioni anche sul piano organizzativo e gestionale, con la diffusa consapevolezza che tali trasformazioni richiedono in aggiunta agli usuali investimenti in tecnologia anche e soprattutto investimenti in capitale umano. Forse l’anomalia maggiore per Brescia è quella di risultare ai primissimi posti in Italia per quanto riguarda la vitalità del tessuto imprenditoriale ed i volumi del prodotto interno lordo, e di risultare ai livelli minimi per quel che riguarda la scolarizzazione ed i laureati per numero di abitanti. Da questo punto di vista registro volentieri il fatto che la Facoltà di Ingegneria contribuisce ad attenuare il gap del passato con l’immissione nella società bresciana di quasi 400 ingegneri all’anno, che vengono immediatamente assorbiti».

Perché bisogna investire in tecnologia e ricerca?

«Bisogna investire in tecnologia perché ormai le produzioni ad alto contenuto di mano d’opera e a basso contenuto tecnologico sono vulnerabilissime ed in maggior parte destinate a soccombere o ad essere delocalizzate. La globalizzazione e l’attuale dinamica dei mercati lascia pochissime possibilità alle attività con scarso valore aggiunto».

A Brescia come siamo messi?

«A Brescia non mancano gli investimenti in tecnologia, anzi hanno svolto un ruolo importante nel successo delle imprese bresciane. Gli investimenti in ricerca, fatte le dovute eccezioni, trovano l’ostacolo maggiore nelle dimensioni delle aziende stesse. La ricerca è molto costosa e un tessuto industriale basato su aziende di piccole e piccolissime dimensioni difficilmente può esprimere una vocazione diffusa alla ricerca. Al riguardo devo però dire che già da qualche tempo numerose imprese bresciane hanno individuato nell’Università un interlocutore importante per la ricerca. Il trend di crescita è stato notevole negli ultimi cinque anni».

Quali sono le prospettive per il futuro?

«Il trend di crescita continuerà certamente, ma occorre dire chiaramente che se si vuole incidere in modo efficace sul sistema complessivo della ricerca e di renderlo praticabile per le aziende, occorre ragionare non in termini di singolo operatore o di singole problematiche, ma in termini di programmi nel lungo periodo, di infrastrutture da dedicare allo scopo, di alleanze fra istituzioni pubbliche e private per attivare le sinergie necessarie, di integrazione fra attività di ricerca, di formazione e di trasferimento tecnologico. E naturalmente occorre anche ragionare sugli investimenti necessari».

A che punto sono i modelli di cooperazione tra università e imprese?

«In questi ultimi dieci anni, molte energie sono state impiegate per mettere a punto soluzioni che consentissero di superare alcuni dei limiti impliciti negli usuali rapporti contrattuali basati su obiettivi di breve termine. In questa ottica sono stati avviati, in collaborazione con Inn.Tec. (Consorzio per l’Innovazione Tecnologica), un certo numero di progetti da svilupparsi nel medio e lungo termine, basati sulla costituzione di centri di competenza in settori di interesse territoriale all’interno dei quali università e aziende possono affrontare, ognuno per la propria parte, tutto lo spettro delle problematiche attinenti l’innovazione tecnologica, la definizione delle nuove figure professionali necessarie e le relative esigenze di formazione».

Possiamo citare qualche progetto?

«Sicuramente quello della "Pressocolata", nel campo delle leghe e dei processi per colata sotto pressione. Nello scorso mese di luglio sono usciti i primi allievi che hanno seguito un curriculum specifico sul tema. Un altro è quello della "Trigenerazione" (contemporanea generazione di elettricità, calore e refrigerazione), nel campo delle termotecnologie e dei sistemi energetici innovativi dal punto di vista del risparmio energetico, ove il progetto è terminato, la convenzione accesa, le attrezzature in fase finale di installazione. Sono in fase avanzata di definizione analoghi interventi nel settore delle materie plastiche e in quello dell’assemblaggio automatico».

E poi c’è l’accordo di Programma firmato di recente da Università, Regione Lombardia, Comune, Provincia, Eulo e Camera di Commercio, per la realizzazione del Csmt, Centro Servizi Multisettoriale e Tecnologico...

«Il cantiere dovrebbe partire a giorni. L’infrastruttura, 6.000 mq che sarà localizzata in via Branze, davanti alla Facoltà di Ingegneria nasce proprio per favorire una effettiva collaborazione fra il mondo accademico e il mondo dell’imprenditoria per l’erogazione di servizi alle piccole e medie imprese e per finalità di ricerca e di innovazione tecnologica. L’edificio potrà favorire tutta una serie di altre attività, per ora in fase sperimentale, come ad esempio quelle di spin-off. Che consistono nel promuovere la nascita di piccole realtà imprenditoriali condotte da neolaureati o dottori di ricerca». (glb)


Sono d'accordissimo e aggiungo che sono PREOCCUPANTI i continui dati ISTAT (perlo+ sottovalutati dai TG che MAI approfondiscono) sulla continua perdita di posti di lavoro nelle grandi imprese.Terziarizzare va bene,MA il troppo stroppia.
Non si puo' pensare di andare avanti SOLO con le piccole imprese perche' alla fine,a mio avviso,il sistema non regge sul piano competitivo.
Ed e' proprio QUI l'utilita' dell'abolizione delll'art.18 che de facto condanna le piccole a stare sotto i 15 dipendenti per paura della eventuale eccessiva sindacalizzazione dell'impresa.