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  1. #1
    History Lesson - Part II
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    Angry Il PIETOSO stato dell'informazione in Sardegna

    venerdì 7 dicembre 2007

    L'informazione sarda trema davanti a Cellino
    smascherata in tutta la sua viltà
    Niente notizie scomode, neanche nello sport

    di Vito Biolchini


    C'è voluta la Gazzetta dello Sport, altrimenti la consegna del silenzio sarebbe stata rispettata chissà per quanto tempo. Perché tutti sapevano, ma nessuno ha fiatato. Il caso Foggia-Marchini, al di là degli sviluppi penali che potrà avere, segna uno di punti più bassi mai raggiunti dal giornalismo sardo. Che ci siano notizie in qualche misura nascoste e/o manipolate non è un segreto per nessuno: ma qui è successo qualcosa di più, perché c'è voluto un quotidiano straniero per “tirare fuori” una notizia che praticamente tutte le redazioni isolane avevano da settimane ma che si guardavano bene dal divulgare. Contrariamente a qualunque regola del giornalismo, secondo cui è piùbravo chi scova la notizia e la dà prima degli altri.
    In una condizione normale, quando un giornale locale prende un “buco” di queste dimensioni saltano i capiservizio. Qui no: tutti a nascondere, oltre ogni ragionevole immaginazione. Perché? Si dirà che la versione di Marchini («Sono stato aggredito da un amico di Foggia») è tutta da dimostrare, ed è vero. Ma cosa fanno i giornalisti se non verificare informazioni provenienti dalle fonti più disparate? Chi avesse voluto, dopo una telefonata e due interviste avrebbe fatto uno scoop. O più semplicemente, trovato una notizia. Così non è stato.
    I giornalisti sardi non si sono mossi nemmeno dopo che la voce del presunto pestaggio stava diventando troppo insistente: domenica il racconto della lite Foggia-Marchini era addirittura riportata su di un volantino anonimo diffuso allo stadio. Si ha quasi la sensazione che se non ci fosse stata la Gazzetta, le testate sarde avrebbero taciuto la notizia anche di fronte ad elementi pefino più evidenti.
    Se è vero che ogni redazione sapeva, è vero anche non tutte le redazioni si sono comportate allo stesso modo: c'è chi ha snobbato la portata della notizia, chi non ha avuto il coraggio di scavarla, chi non è stato in grado di verificarla, chi ha lasciato correre, e chi, molto semplicemente, ha scelto volutamente di nasconderla. I motivi possono essere tanti: interessi extraeditoriali che legano alcune proprietà alla società sportiva? La paura di ritorsioni (ricordiamo il caso, diversi anni fa, di cronisti tenuti fuori dallo stadio perché evidentemente non graditi)? La fatica di affrontare una notizia scomoda?
    Io, ad esempio, ho avuto paura. Una telefonata mi aveva raccontato in tempo reale il pestaggio in via Grazia Deledda. Poi però la mia fonte si è tirata indietro e non ha voluto confermare. Lo avesse fatto, il giorno stesso la notizia sarebbe stata mia. Poi però la pigrizia, l'impossibilità di accedere ad alcune fonti privilegiate e il tran tran quotidiano hanno fatto sì anche io rinunciassi. Ho sbagliato e mi servirà da lezione.
    Ma il fatto che anche dopo lo scoop della Gazzetta, qualche testata isolana abbia continuato a nascondere abilmente la notizia (relegata nelle pagine sportive o magari senza nemmeno la dignità di un titolo di apertura in un tg) aumenta lo sconcerto. Conclusione: se i giornali e le tv non sono capaci di smascherare le bugie piccole piccole di una società calcistica (che pure dopo lo scoppio dello scandalo ha continuato a dare del caso versioni lesive dell'intelligenza di ciascuno di noi, con il presidente Cellino che ha bellamente sconfessato l'intimidatoria versione ufficiale resa alla stampa solo qualche ora prima), come pretendono poi di essere credibili quando affrontano temi ben più importanti per la nostra società? Se tremiamo davanti ad una squadra di calcio, cosa faremo davanti ai poteri forti?
    A questo siamo arrivati? Al punto di scegliere di nascondere una notizia di rilevanza nazionale per paura o per inconfessabili convenzienze? Questo è il livello dell'informazione oggi in Sardegna? Le redazioni sono i luoghi dove le notizie arrivano e vengono divulgate oppure dove arrivano e vengono nascoste? E questo da chi dipende? Dai giornalisti, dai direttori o dagli editori? E i giornalisti sportivi (quelli che quotidianamente e da anni frequentano allenamenti, giocatori, allenatori e presidenti) veramente non sapevano nulla? Oppure perché per settimane hanno fatto finta di nulla? I giornalisti sportivi si occupano solo di calcio o anche di giornalismo?
    Finchè qualcuno si inventa le notizie, se ne assume le responsabilità personali e la dignità della categoria è salva. Ma qui la riflessione deve investire tutti i giornalisti. Perché sempre di più in Sardegna chi dovrebbe informare i lettori su notizie che riguardano l'atttualità politica, l'economia, l'attività delle pubbliche amministrazioni e adesso perfino lo sport, spesso in realtà collabora all'occultamento dei fatti?

    * consigliere regionale dell'Ordine dei giornalisti
    http://www.altravoce.net/2007/12/07/silenzio.html


    Molto , molto triste la riflessione di Vito Biolchini...
    Ed io che leggo l'Unione e a pranzo mi sorbisco il TG di Videolina , confermo in pieno .

    I consorzi industriali ?
    La si spera al più presto "Manusu limpias Sarda" ?


    Meno male che esiste www.altravoce.net

    Grande Giorgio Melis (ed anche gli altri della redazione di www.altravoce.net )

  2. #2
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    finchè continuiamo a comprare quei giornali (o a vedere quei tg) di che ci vogliamo lamentare?
    poi se nemmeno l'ordine dei giornalisti si muove... ma allora che ci sta a fare? le belle statuine? se non serve a niente si sciolga, tanto...

  3. #3
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    a proposito...:

    Informatica, si scopron le fogne?
    Il Consiglio-struzzo si nasconde,
    appalti in Procura: i giochetti
    tra potere, affari e informazione
    di Giorgio Melis

    Il Consiglio regionale aveva voltato la faccia: come sempre, quando si tratta di far chiarezza su affari molto sospetti. Tranne l'impennata (sacrosanta) sul caso Saatchi & Saatchi, il parlamentino-struzzo caccia la testa sotto la sabbia: non vuole vedere e sentire per non dover parlare. Specie se si tratta di volgere lo sguardo appena appena indietro nel tempo. Aspetta sempre che sia la magistratura a occuparsi di certe faccende: con notevole ritardo sul alcune fra le più clamorose, denunciate ripetutamente da chi prova a tener aperti occhi e orecchi.

    Renato Soru - messo pesantemente sotto accusa per l'appalto Sibar, con Roberto Capelli che annunciava «altro lavoro per il procuratore Marchetti» - aveva replicato con estrema determinazione. Mettiamo a confronto l'uso dei soldi pubblici dal 2004 a oggi e nei cinque anni precedenti: il modo migliore è un'inchiesta consiliare sugli appalti prima e dopo. Una sfida lanciata a tutto il Polo e personalmente a Capelli, che aveva detto subito di volerla raccogliere: come La Spisa e altri, interpellati solo dal nostro giornale. Raccolta? Ma neanche per idea. Lasciata cadere nel nulla. L'ha raccolta, per dovere d'ufficio, il pm Mario Marchetti, che ha mandato i carabinieri alla Regione a chiedere la documentazione sugli appalti contestati da anni - alcuni annullati e rifatti tra sospetti e accuse, in qualche caso confermate dal Tar - e anche sull'andamento del parco-macchine regionale: impennatosi a 750 mezzi e falciato agli 80 attuali.

    Il procuratore aggiunto, che deve ancora completare l'inchiesta sul caso Saatchi e dintorni dopo l'avviso di garanzia notificato a Soru, avrà molto da lavorare per studiare i faldoni e giungere alla conclusione se in quegli appalti ci siano stato o meno profili penali da sanzionare. Sarà importante, ma chissà quando avremo un responso. Quello, a prescindere dagli aspetti giudiziari, che avrebbe potuto e dovuto dare il Consiglio con l'inchiesta proposta da Soru. L'opposizione non l'ha rigettata ma neanche accolta. La maggioranza ha fatto il pesce in barile. Curioso. Sul caso Saatchi ha virtuosamente raccolto e collaborato all'inchiesta voluta dal centrodestra. Ma quando Soru chiede un'indagine consiliare sui nefasti clamorosi e ben noti del Polo negli anni neri del nero malgoverno alla Regione - col sacco delle finanze, della legalità e della decenza autonomistiche - non sente niente, resta fredda e inerte.

    Qui non si tratta di vendette a posteriori contro gli avversari ora all'opposizione. Solo di far chiarezza su quel che è accaduto, fare luce su irregolarità e magari illegalità, perché non abbiano a ripetersi, per appurare o meno se si sia fatto strame del denaro pubblico. Nessuno fiata dal centrosinistra che indaga su Soru ma non sui misfatti di Mauro Pili, Italo Masala (sotto inchiesta con accuse non lievi) e di molti loro assessori e sodali. Che fa, parte del centrosinistra, tace e acconsente con il Polo e si fa complice dei suoi atti? Proprio così: infatti di inchiesta consiliare proprio non parla.

    Un caso di garantismo spinto, rifiuto di giustizialismo? Magari, sarebbe ugualmente intollerabile ma dignitoso. Non è così. Non si parla di corda in casa degli impiccati, ovvero gli appalti informatici, neanche nel centrosinistra per una solida ragione. Coinvolgono in modo totale i due gruppi editoriali della Sardegna: in misura largamente prevalente L'Unione Sarda-Videolina, di Sergio Zuncheddu, a ruota e minoritariamente anche K-Solution, gruppo Espresso, editore de La Nuova Sardegna, in sinergia o in concorrenza con la multinazionale Accenture, rappresentata dal figlio dell'ex ministro Pisanu. Ai quali erano e restano legati molti esponenti del centrosinistra. Che si ritrovano con la destra in ogni occasione dove si giocano interessi anche loro.

    Un nome per tutti, Silvio Cherchi. Ex dominus di Legacoop, già in società con Zuncheddu per il nuovo mercato all'ingrosso di Sestu, in cordata con Cellino, con l'avvocato d'affari Peppetto Del Rio (già molto legato a Benedetto Ballero) e con Romano Fanti (Ecoserdiana e tutto il resto) per il campus universitario nell'ex semoleria, capo della sinistra immobiliarista, consigliere diessino legato a triplo filo con Emanuele Sanna e Antonello Cabras. Cherchi è stato il vicepresidente della commissione d'inchiesta sul caso Saatchi e non ha risparmiato, com'era suo obbligo, le bordate sulla pessima conduzione della contestatissima gara. Però non alza un dito quando Soru chiede l'indagine sugli appalti. Pretesa assurda: perché mai Cherchi dovrebbe fare harakiri? È legatissimo a Zuncheddu (e si vede dalle attenzioni che L'Unione e Videolina riserva a lui, Sanna, Cabras e Paolo Fadda), come potrebbe mordere la mano amica?

    L'Unione Editoriale, con K-Solution, Accenture e una quota del dieci per cento anche Tiscali, ha fatto la parte del leone negli appalti. Grazie ai buoni uffici di Carlo Ignazio Fantola, general manager di Zuncheddu, che ha ottenuto lo scandaloso appalto di VisitSardinia dall'allora assessore Roberto Frongia, riformatore e amico di Pili, ma soprattutto fedelissimo dell'altro Fantola: Massimo, il referendario fratello di CIF (ovvero Carlo Ignazio). Nel mega-appalto da 48 milioni di euro, una clausola prevedeva che i concorrenti dovessero garantire la copertura informativa della Sardegna: chi poteva, se non L'Unione e La Nuova? Altro che foto e didascalia! Non c'era possibilità per i concorrenti neanche di fare capolino in una scelta pre-blindata e mirata.

    Cose di questo genere dovrebbero forse incuriosire Silvio Cherchi e i suoi omologhi? I Sanjust e gli Artizzu magari marcherebbero un poco di disagio. Ma Cherchi? Forse gli viene il mal di mare, a manifestare la stessa severa curiosità inquisitoria mostrata nel caso Saatchi. Insomma, non si indaga su amici e fratelli, lo facciano altri. Cioè nessuno. E poi, mettersi a rivangare vecchie storie, nuove litigate con quelli del Polo? Basta nemici, solo cordiali avversari. Gli stessi con i quali affondare, in piena, totale solidarietà, l'assurda pretesa di commissariare i Consorzi industriali. Dove tanti affezionati compagni e camerati sguazzano da decenni nei soldi, nel potere e i voti mantenendo in vita carrozzoni vergognosi.

    Perciò, ben venga l'intervento della Procura a mettere il naso sugli appalti degli anni del sacco alla Regione: con una barca di miliardi erogati e spesi, versati e incassati. È possibile scoperchiare le fogne: non solo quelle legate al mare di soldi per l'informatica. Guarda caso, Videolina ieri non ha dato neanche la notizia, in breve, per caso, delle acquisizioni richieste da Marchetti: censurato anche lui. Vogliamo mandare di traverso l'aperitivo al padrone? E poi, quando mai distrarre i telespettatori sardi dall'odio scagliato a ogni istante su Soru? Visto, non si stampi e si taccia: il nemico ascolta, non facciamolo godere. Silenzio, nebbia e sabbia dai teleschermi: è la malainformazione, ragazzi.

    Ma sull'iniziativa della magistratura c'è qualcosa da ridire: non senza amarezza. Arriva tardi, incomprensibilmente tardi, con dubbi non temerari. Molti degli sconci del quinquiennio nero sono stati denunciati ripetutamente e documentati. Su La Nuova Sardegna, nei primi anni del terzo millennio, da chi scrive e da altri colleghi specificamente sugli appalti ora messi nel mirino. Poi decine di pagine di inchieste mai rettificate o smentite nei primi due anni del Giornale di Sardegna: portando pezze d'appoggio, documenti e testimonianze, già largamente raccolti in dettaglio da Gian Mario Selis in un volumetto (“Gli anni del malgoverno”) non clandestino ma diffuso, presentato pubblicamente, recensito ampiamente. Meglio tardi che mai, si dirà. Pretendiamo di più. Perché gli appalti da ri-valutare sono una piccola parte della grande trama di affari, corruzioni, saccheggio di soldi pubblici, imbrogli e quant'altro ha contrassegnato gli anni del Polo alla Regione: sui quali il centrosinistra non ha voluto e non vuole fare luce. Consentendo a improbabili consiglieri di quell'area di ergersi a giudici quando dovrebbero essere anche loro sul banco degli imputati: come correi, conniventi e facce di bronzo.
    I processi in atto - dal mega-scandalo Fideuram all'altro sul caso Cisi passando a quello contro Lucio Pani, l'ex capo a gettone dell'ufficio paesaggistico della Regione - hanno chiarito da molto tempo che tutto si teneva e si tiene in questo squallido intreccio. Ha visto insieme politici di primo piano, figli di ministri, assessori regionali, editori o loro manager, presidenti di enti, dirigenti regionali di primissimo piano, faccendieri a tempo pieno, sindaci e chi più ne ha più ne metta dentro fino al collo nel sacco della Regione e dintorni. Dove tutto si comprava e si vendeva, da appalti a licenze immobiliari, da grandi aperture di credito bancarie alla dissipazione dei Tfr di enti pubblici, carriere pilotate da trafficanti allo scempio di ogni regola e legalità.

    Ci sono stati molti arresti, rinvii a giudizi e sentenze in arrivo. Davvero qualcuno può pensare che la storia degli appalti non fosse connessa totalmente in quella situazione totalizzante, in quel clima di corruzione ambientale, concussione e abuso in un malaffare diffuso, che coinvolgeva centinaia di persone? Sta ricicciando, nel processo a Lucio Pani ed altri, la figura di Pietrino Fois e del suo capo di gabinetto: chissà che ora non vengano allo scoperto i bandi-fotocopia per gli appalti informatici in Province e Comuni che pare partissero proprio dall'assessorato (Affari generali) del mitico Fois. Dovrebbe essere anche tempo di fare piena luce sui voti comprati e venduti che consentirono al Polo di governare con i consensi dati dagli elettori ai popolari Fois, Onida e Silvestro Ladu e travasati a destra: in cambio di due assessorati per tre teste, più sottogoverno e ben altro prima e dopo.

    Ma è opportuno che la magistratura - e non meno la Corte dei conti, che avrebbe titolo anche preferenziale - non si fermi a quegli appalti. Ci sono mille altre cose che gridano vendetta contro la moralità e il rispetto delle regole. Ne citiamo poche, esemplari, per averlo fatto ripetutamente senza che facesse una piega. Si chiede ancora se il milione di euro in due tranche dato da Mauro Pili al Rally della Sardegna, prelevandolo dai fondi per la pubblicità istituzionale della Presidenza della Regione, configuri o meno un abuso, una decisione illegittima, con danno erariale da valutare e profilo di legalità da precisare. Senza dire della caterva di denari spesi per il “tubo” dell'acqua di miniera da Iglesias a Cagliari o quelli per il faraonico progetto di portare l'acqua dalla Corsica con una condotta sottomarina da Bonifacio a Santa Teresa.

    C'è da far luce su consulenze (tutte, naturalmente, quelle di ieri e di oggi) sulle quali è caduto il silenzio: da quella ad personam data da Pili al figlio dell'ex ministro Pisanu, Gian Mario (pare abbia vinto anche una gara a trattativa privata indetta dallo stesso Mauretto), a quelle a 360 gradi di Giorgio Oppi e dello stesso Roberto Capelli. In quei cinque anni è accaduto di tutto: una legislatura comprata e venduta, il massacro delle finanze e della legalità, una corruzione di massa, Parentopoli, il debito regionale alle stelle e nelle stalle politiche, il costo del Consiglio aumentato del 40 per cento, idem quello dei Consorzi industriali intoccabili. Non solo appalti: di tutto e di peggio. Ben venga la magistratura. Ma con attenzione a 360 gradi e sguardo lungo: per farsi perdonare la vista appannata per molti anni.

    http://www.altravoce.net/2007/12/05/struzzi.html

  4. #4
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  5. #5
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    zarathustra, è lo stesso postato da istèvene...

  6. #6
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    Ooops, avevo letto solo il secondo...

  7. #7
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    Segnalo articolo sempre sull ' "informazione" in Sardegna ...

    Il partito della Tirrenia in Sardegna:
    Cisl, Unione Sarda, parlamentari
    vergognosa battaglia anti-sardi e Soru
    http://www.altravoce.net/2007/12/13/tirrenidi.html

  8. #8
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    martedì 18 dicembre 2007
    Gli inutili assalti al Piano paesaggistico:
    il Tar ne esalta rigore e qualità
    Le sentenze oltre le bugie dell'informazione


    di Carlo Dore


    1. Premessa.
    «Uno dei fondamentali obiettivi del Piano (per la maggior parte raggiunto) è stato quello di far conoscere il territorio sardo attraverso un vastissimo lavoro di indagine dello stato dei luoghi (…). Gli esiti di tale lavoro (…) sono la oggettiva dimostrazione dello svolgimento di uno studio approfondito e dettagliato del territorio sardo mai in precedenza condotto con tanta accuratezza e specificità».
    Non sono parole di un gruppo di fondamentalisti, difensori dell'ambiente contro tutti e contro tutto. Sono semplicemente uno dei passaggi fondamentali della sentenza n. 2241/07 con cui il Tar Sardegna ha definito il procedimento proposto dal Comune di Cagliari contro il Piano paesaggistico approvato dalla Giunta regionale il 5 settembre 2006. Piano contro il quale la lobby del mattone e del cemento aveva immediatamente scatenato una vera e propria battaglia, sommergendo il Tar di una valanga di ricorsi (si parla di alcune centinaia) e proponendo ben tre referendum abrogativi, su due dei quali - se ne verrà confermata l'ammissibilità - i cittadini sardi dovranno pronunziarsi all'inizio della prossima estate.
    2. La sentenza e le mistificazioni della stampa amica.
    Anche in questa occasione, come già era accaduto nelle sentenze pronunziate nei mesi scorsi sul primo gruppo dei ricorsi, i giudici del Tar hanno esaminato con lodevole scrupolo e grande professionalità le innumerevoli problematiche puntigliosamente sollevate da uno stuolo di avvocati, sottoponendo la normativa del Piano ad una analisi dettagliata e stringente.
    Il risultato complessivo del pronunciamento dei giudici, ad onta delle consuete mistificazioni dei referenti locali del cavaliere di Arcore che, spalleggiati da ben individuati mezzi di comunicazione (sedicenti “indipendenti”), si sono ancora una volta stracciati le vesti parlando di grave sconfitta del presidente Soru e della sua Giunta, costituisce, in realtà, una sostanziale conferma della legittimità del Piano nel suo impianto e nelle sue strutture portanti. Basterebbe osservare che le censure dei giudici si riferiscono prevalentemente a «incongruenze ed imprecisioni (…), giustificabili con la ponderosità del lavoro svolto, rispetto al reale stato dei luoghi».
    Per cui si può addirittura affermare che il Piano che, secondo i proclami dei detrattori, sarebbe uscito dalla contesa giudiziaria completamente distrutto, ne esce - se possibile - addirittura rafforzato. Al punto che c'è da chiedersi se il pasdaran Mauro Pili si autorecluderà nuovamente, per protesta, nel carcere di Buoncammino, o se, insieme ai suoi compari, si limiterà ad iniziare un più salutare sciopero della fame. Idea che potrebbe valere anche per il sindaco di Cagliari, normalmente silente, ma improvvisamente rivelatosi particolarmente battagliero.
    Se si considera che, su ventotto censure sollevate contro il Piano, ne sono state ritenute fondate solo tre, dovrebbe concludersi che chi esce sconfitto dalla vicenda è proprio il Comune di Cagliari.
    Il quale, anziché limitarsi a impugnare le parti del piano che potevano apparire realmente lesive delle sue prerogative (quali le imprecisioni, soprattutto cartografiche, riguardanti alcune aree della piana di San Lorenzo, di Baracca Manna, del Terramaini e dell'abitato di Pirri; l'estensione senza adeguati approfondimenti dell'area archeologica di Tuvixeddu; e la previsione della necessità dell'intesa e del sindacato preventivo della Giunta regionale in alcune ben precise situazioni) ha, invece, ritenuto di dover sparare “a palle incatenate” contro l'intero piano, avanzando addirittura il sospetto che la parte grafica e tecnica allegata alla delibera di approvazione del piano potesse aver subito una dolosa alterazione e costringendo, di conseguenza, i giudici del Tar a parlare di gravi illazioni ed insinuazioni da parte del Comune che, anche sul piano dello stile e del fair play istituzionale, ne esce letteralmente con le ossa rotte.
    3. Il Comune di Cagliari si oppone alla tutela del paesaggio.
    Ma, a prescindere dall'avversione contro la Regione e chi la guida, quel che è maggiormente da stigmatizzare nel comportamento del Comune è l'atteggiamento di profonda ostilità manifestato contro uno strumento di civiltà e di progresso, quale il Piano paesaggistico regionale, reso obbligatorio da una legge nazionale (il Codice Urbani), in sintonia con la Costituzione (art. 9) e con gli accordi internazionali (Convenzione europea sul paesaggio approvata a Firenze il 20 ottobre del 2000).
    Uno strumento grazie al quale la Sardegna è assurta agli onori della cronaca nazionale ed internazionale come antesignana della tutela dei valori del paesaggio e dell'ambiente contro gli assalti dei lanzichenecchi del 2000; nei cui confronti il Tribunale amministrativo ha espresso - sia pure implicitamente - un giudizio non certo positivo, quando ha affermato che, con la approvazione del piano, la Giunta aveva posto rimedio ad una situazione di «sfruttamento delle coste» che stava assumendo dimensioni veramente preoccupanti.
    4. Chi ha fermato la devastazione del paesaggio in Sardegna.
    Nella sua approfondita ricostruzione delle problematiche della difesa del paesaggio in Sardegna, il Tar non ha mancato di ripercorrere brevemente la vicenda dell'annullamento, verificatosi fra il 1998 e il 2003, dei 14 piani paesistici approvati nell'agosto del 1993, sottolineando che l'annullamento era stato determinato dal fatto che i piani, piuttosto che per assicurare una ragionevole tutela del territorio, erano invece «impostati ad una concezione urbanistica e di sfruttamento del territorio» medesimo; il che, sia detto per inciso, rende finalmente giustizia a Stefano Deliperi ed agli altri componenti delle due associazioni ambientalisti che, per aver impugnato quei piani, evidentemente illegittimi,avevano subito pesanti critiche, sia da destra che da sinistra.
    Il Tar ha, quindi, ricordato come, a seguito dell'annullamento dei piani, avevano riacquistato vigore nei vari Comuni strumenti di governo del territorio concepiti in un'epoca in cui le amministrazioni locali avevano come obiettivo quello di sfruttare il più possibile le coste, per lo più tramite lo strumento delle lottizzazioni private, evidenziando, infine, il deciso intervento della Regione che, dopo aver approvato le misure di salvaguardia (prima con il decreto “salvacoste” e poi con la legge n. 8/2004), in adempimento dei precetti dei Decreti Urbani del 2004 e 2006 aveva, in tempi ragionevoli, approvato il Piano paesaggistico regionale, ponendo così in essere una fondamentale opera di tutela del bene costituzionalmente protetto del paesaggio.
    Quel che il Tar non ha ricordato - ma la cosa non rientrava nei suoi compiti - è la colpevole, per non dire “criminosa”, inerzia delle giunte regionali avvicendatesi dal 1999 al 2004 (negli anni del malgoverno) che, non solo non si preoccuparono - com'era loro preciso dovere - di rifare i piani annullati seguendo le indicazioni contenute nelle sentenze di annullamento, ma addirittura resero vani tutti i tentativi dell'opposizione diretti a riavviare il processo pianificatorio (fra cui la proposta di legge n. 300, presentata da chi scrive e da altri consiglieri, fra i quali l'attuale assessore - e padre del PPR - Gian Valerio Sanna, e la stessa diffida, egualmente notificata da chi scrive alcuni mesi prima della conclusione della sciagurata legislatura.
    5. Il filo rosso con il piano integrato di Tuvixeddu.
    Date queste premesse, non è difficile spiegare l'accanimento degli esponenti politici della sedicente “casa delle libertà” contro il Piano paesaggistico e contro la filosofia che lo anima. Basterebbe pensare agli enormi interessi turistico-immobiliari in gioco soprattutto in Gallura, a cominciare dalla Costa Turchese che fa capo alla famiglia Berlusconi.
    Se invece ci si vuol limitare alla città di Cagliari ed all'accanimento del Comune contro il Piano, è certamente fondamentale evidenziare il filo rosso che, da quasi tre lustri, lega il Comune all'area di Tuvixeddu, dove - incuranti della presenza della più importante necropoli fenicio-punica del Mediterraneo - si pretendeva di realizzare un insediamento di oltre 400 mila metri cubi di cemento per 4-5 mila abitanti, tagliando il colle con una strada di scorrimento, in parte in sopraelevata e in parte in galleria, da realizzare interamente con fondi pubblici.
    C'è da dire che anche la Sovrintendenza e la Regione hanno dato il loro contributo per l'approvazione dello scellerato progetto: la prima non esercitando adeguatamente il proprio ruolo, e la seconda addirittura firmando, nel 1998, l'accordo di programma che ha consentito il varo dell'operazione.
    Ma certamente il ruolo fondamentale lo ha svolto il Comune, che ne ha anche fatto uno dei cavalli di battaglia del proprio ricorso al Tar. Di fronte ad una situazione ormai pregiudicata non si poteva fare granchè, e il Tar nella sua sentenza ne ha dato atto, dichiarando illegittima l'estensione del vincolo. Ma per fortuna, nel frattempo, è stata avviata la procedura di dichiarazione di notevole interesse pubblico prevista dall'art. 140 del Codice Urbani e, quindi, difficilmente il progetto potrà andare in porto.
    6. Conclusioni.
    Le conclusioni che si possono trarre alla luce della sentenza del Tar sono le seguenti:
    • la pianificazione paesaggistica non costituisce un optional ma un obbligo giuridico;
    • essendo il Piano un atto amministrativo generale di pianificazione e non un atto regolamentare, la competenza ad approvarlo non appartiene al Consiglio regionale ma alla Giunta;
    • il Piano paesaggistico approvato dalla Giunta Soru è non solo legittimo nel suo impianto fondamentale e nelle sue strutture portanti, ma anche apprezzabile per la accuratezza con cui cui è stato predisposto;
    • lo stesso Piano è uno strumento sovraordinato rispetto alla pianificazione provinciale e a quella comunale, che ad esso saranno obbligate ad adeguarsi;
    • spetta alla Regione non solo tipizzare ma anche individuare gli immobili o le aree da sottoporre a specifica disciplina di salvaguardia e di utilizzazione;
    • i vincoli connessi al carattere paesaggistico del bene, pur incidendo sulla proprietà privata sono vincolanti e non sono indennizzabili.
    http://www.altravoce.net/2007/12/18/piano.html

  9. #9
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    domenica 9 dicembre 2007

    Interventi.
    Il mortale intreccio fra malapolitica e media
    in Sardegna non è la reazione a Soru:
    nasce con le testate di Grauso al servizio del Cav


    di Andrea Falqui

    Alcune considerazioni a margine dell'articolo di Giorgio Melis di giovedì 6 dicembre, titolato “Il sonno di politica e giustizia complice l'informazione ha generato il mostro-Regione”, che sconsolatamente condivido.
    La prima è una dichiarazione di pessimismo: la classe politica regionale non sembra, allo stato attuale, seriamente riformabile. E lavora alacremente per riassorbire il fenomeno Soru. Nonostante alcune critiche che possono essere mosse alla persona e al fare non di rado monocratico col quale riveste la sua carica, Renato Soru era e resta, ai miei occhi, la sola speranza che questa Regione ha di voltare pagina rispetto ad un modo di intendere la politica e la presenza nelle istituzioni che è andato sempre più distorcendosi e svuotandosi negli anni. Fino al buco nero segnato dai cinque anni di centro-destra, durante i quali il centro-sinistra - nonostante la sconfitta voluta e cercata con determinazione nel tristissimo quinquennio di giunte Palomba - non seppe e non volle rinnovarsi, si distinse per la cattiva qualità della sua opposizione a Floris, Pili e Masala fino ad arrivare al coinvolgimento di alcuni suoi esponenti nello scandalo da basso impero delle pensioni d'oro.
    Il centro-sinistra di oggi, ancora molto in linea con quello moralmente compromesso di ieri e avantieri, come è dimostrato dai nomi sempre uguali che ne compongono la classe dirigente, è al governo dell'isola grazie esclusivamente alla candidatura di Renato Soru, a meno che non si pensi che l'incredibile ipotesi di affidarsi a Giacomo Sanna avrebbe avuto chances di riuscita. Ma, oggi come ai tempi di Palomba, i suoi dirigenti l'hanno già dimenticato e si dimostrano disposti a giocarsi quest'ultima occasione, insieme a quella della Regione, pur di non rinunciare alle proprie posizioni di privilegio.
    La seconda è relativa alla capacità che una o più inchieste giudiziarie hanno di mutare il corso della politica. Tenendo presente che è doveroso che esse siano condotte fino a loro completa conclusione, quantomeno perché resti scritto nero su bianco chi ha fatto cosa, è illusorio pensare che da esse possa venire una spinta politica al cambiamento in meglio, come a livello nazionale il decennio berlusconiano post Mani Pulite dimostra in tutta la sua gravità.
    Ciò a cui assistiamo è infatti una crisi morale vasta, profonda e tuttora dilagante, che dura da più di dieci anni e che ha portato ad una classe politica regionale che nella sua stragrande maggioranza si è ridotta ad intersezione sistemica di interessi privati - economici, familistici, di clan o di loggia - e ha trovato i suoi protagonisti in una sfilza di mediocrità tanto irrimediabili quanto inamovibili.
    Se questa crisi non fosse così spaventosa e pervasiva, oggi assisteremmo a ben altra difesa di Renato Soru da parte della sua stessa maggioranza verso una campagna di stampa che ogni giorno cerca di bloccarne l'azione, in sinistra ma chiara sintonia con le battaglie condotte da un centro-destra del tutto immemore di cosa sono stati i suoi cinque anni di giunte, capeggiato dall'uomo che fornì un biglietto da visita di politico regionale che ne segnalò subito l'alto livello: il neoeletto Mauro Pili che copiò di sana pianta il programma del suo governo per la Sardegna da quello di una regione tanto affine come la Lombardia. Madre di tutte le battaglie è quella per la pronta riconsegna delle coste dell'isola alla frotta di aspiranti cementificatori.
    Da una crisi morale di questa portata non si esce con le inchieste giudiziarie ma con un rinnovamento radicale del modo di intendere la politica e, per conseguenza, degli uomini che l'incarnano: rinnovamento di cui non mi pare vi siano grandi segnali e che non credo possa essere testimoniato da Antonello Cabras, Paolo Fadda e compagni vari di Partito democratico.
    La terza e ultima osservazione è relativa alla complicità dell'informazione regionale nella crisi morale, anche se mi pare che ormai non si tratti neppure di complicità quanto di piena corresponsabilità: non vedo infatti più alcun confine tra lotta politica e schieramento mediatico. Quest'ultimo è parte di un circolo dove l'appoggio che dispensa senza sosta alla cattiva politica e ai suoi protagonisti è dispiegato per essere prontamente ripagato con concessioni e partecipazioni ad affari pagati con fiumi di denaro pubblico, denaro che rafforzerà il potere mediatico suddetto, quindi di nuovo quello politico da lui benedetto in un crescendo di cui non si riesce a vedere la fine: è il berlusconismo in salsa isolana.
    Ma, questo è l'unico punto in cui non mi ritrovo appieno nell'analisi di Giorgio Melis, questa brutta storia di pessima politica e informazione asservita e complice inizia molto prima di Soru, e neppure nel 1999 con l'oscenità del voto dietro la tenda con cui Efisio Serrenti consegna la Regione al centro-destra. Questa brutta storia - di cui è stata, è e sarà solo la Sardegna a pagare il conto salato - inizia prima: è il 1994 e, poco dopo la vittoria di Berlusconi a livello nazionale, a Cagliari l'intero gruppo direttivo del principale quotidiano sardo viene raso al suolo dal suo editore, Nicola Grauso, che fino ad allora aveva mantenuto una certa autonomia dal potere politico e si era circondato di persone di persone di buon livello (un nome valga per tutti: Alberto Rodriguez).
    S'insedia allora alla direzione de L'Unione Sarda, per volontà di Grauso, un personaggio di cui non so più nulla e di cui mi piacerebbe scoprire come è andata a finire, se le patrie galere l'hanno o meno tra i propri ospiti - probabilmente no - per anni di diffamazione a mezzo stampa e reati più comuni di frode e truffa. Si chiamava, mi pare, Antonangelo Liori, e cosa accadde in quegli anni al più importante giornale dell'isola forse, prima o poi, sarà il caso di ricordarlo. Dalla storia di Lombardini a quella del Nuovo Movimento, in un intreccio che vide affacciarsi sul proscenio isolano personaggi come Vittorio Sgarbi e Paolo Liguori.
    Per quanto tempo ancora i frutti avvelenati di quella brutta storia continueranno a contrastare e a minare la possibilità di un rinnovamento morale dell'isola e della sua politica?
    http://www.altravoce.net/2007/12/09/pessimismo.html

  10. #10
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    giovedì 3 gennaio 2008


    Interventi.
    L'invisibile Tiranno e la stampa amica
    nell'anomalo esperimento tutto sardo


    di Davide Rullo
    Solo da pochi mesi - grazie alla segnalazione di un amico - consulto con regolarità la vostra voce.
    Con entusiasmo e con senso quasi liberatorio mi accorgo che le nefandezze, le omissioni dell'informazione, le ambiguità dei corridoi della politica, le cialtronate quotidiane di provenienza trasversale, non sono mie visioni irreali, dettate da un passato di psichedelia (per altro solo musicale…), ma appartengono ad un condiviso sentire, ad una più numerosa schiera di individui.
    In particolare, mi rincuora il fatto che altri si siano accorti della disarmante, patetica, strategia eversiva dei principali organi di informazione isolani, ben determinati a spodestare il tirannico presidente della Regione!
    Va da sè che il caso Sardegna stia rappresentando un geniale, anti-storico esperimento. La tirannide, la dittatura, il dispotismo, si reggono da sempre grazie al sostegno partigiano, servile, dell'informazione (sia essa televisiva o di stampa). Il comando autoritario, anti-democratico, assolutista del padrone, grazie alla voce amica dei giornali si compie senza indugio. La sua spada fende con decisione le teste critiche, la sua avversione al dialogo scavalca il ruolo mediatore e/o moderatore del parlamento.
    Ogni decisione assunta dal Tiranno ha lo scopo primario (talvolta il solo scopo) di conservare la sua posizione d'autorità e di espandere a macchia d'olio il suo potere. L'informazione ne tace gli abusi, ne esalta il prestigio, colora di aggettivi salvifici i suoi comizi e non trova numeri alti a sufficienza per quantificare un limite al consenso del popolo, estatico, delirante, suddito.
    La tirannide del Capo ed il bavaglio dell'informazione danno vita, specie in alcune realtà sudamericane tutt'ora in essere, al cosiddetto “regime”.
    Ma in Sardegna accade qualcosa di diverso: il Re è nudo. Il despota Soru non ha voce, non ha volto.
    Il presidente della nostra Regione non compare in televisione, non rilascia una dichiarazione, non un'intervista, non ne combina una giusta! Non effettua la tradizionale conferenza stampa di fine anno, distrugge il paesaggio, caccia via gli americani che ogni mattina distribuivano dai camion militari riso e farina agli abitanti affamati di La Maddalena, cancella dalla voce di bilancio centinaia di auto blu, costringendo i parlamentari sardi a tirare fuori dal garage la vecchia panda, chiede alla Stato (con il tono arrogante che gli è proprio!) la bellezza di 1,6 miliardi di euro, cifra di cui i predecessori (tra cui Pili in scarpe da tennis) avevano avuto il pudore di non curarsi, persone a modo.
    Forse, Pili in scarpe da tennis ci stava anche perchè nel 2005 aveva lasciato la Sardegna con un debito complessivo di quasi 6 miliardi, il che autorizza a pensare che davvero non gli facesse più credito nessuno.
    Oggi il Tiranno ha dimezzato il debito totale e per il secondo anno consecutivo ha azzerato il deficit di bilancio. Ma i principali organi dell'informazione nicchiano.
    Mi viene da pensare che il presidente abbia invece effettuato la conferenza stampa di fine anno, sobria, asciutta, senza alcun cielo azzurro delle libertà sullo sfondo.
    Pericoloso e detestabile è il regime. Ma da noi c'è una anomalia: gran parte del giornalismo sardo è sotto scacco di un Dittatore, ma quest'ultimo non arringa il popolo, non firma delibere, non è il presidente Renato Soru.
    Il Dittatore è un sistema, è un codice di comportamenti, è il buon vecchio schema di una mano che lava l'altra.
    Il Dittatore non ha nome, viaggia su una macchina dai vetri scuri.
    Il Tiranno è invisibile.
    http://www.altravoce.net/2008/01/03/tiranno.html

 

 

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