S’è aperto un nuovo fronte nella guerra intestina scoppiata dentro e fuori la Procura etnea, diretta da Mario Busacca, che è sospettata di aver insabbiato inchieste scottanti per favorire gli amici degli amici. Dopo l’intervento obbligato al CSM, in Antimafia, presso la magistratura messinese, sul caso Catania adesso più destinatari istituzionali si ritrovano fra le mani una nuova documentazione esplosiva accompagnata da allegati e carte riservatissime, assemblata da un esponente del centro sinistra di San Giovanni La Punta, paesello sdraiato ai piedi del vulcano noto alle cronache sia per lo scioglimento del suo Consiglio comunale nel 1990 sia per la querelle sulla villa costruita da un imprenditore-boss e acquistata dall’ormai ex presidente dell’Anm, Giuseppe Gennaro (che ha sempre negato di averla acquistata dal mafioso).

L’autore del dossier, di cui si tace il nome per ragioni di sicurezza, è personaggio notissimo nell’hinterland catanese. Hanno provato ripetutamente a fargli la pelle (così risulta ai carabinieri) ma lui non s’è messo paura. E ha scritto tutto, finanche al guardasigilli «affinché si possa fare chiarezza su vicende che hanno coinvolto nomi eccellenti e sulle protezioni, anche in ambienti giudiziari, che sarebbero state riservate a personaggi in vista, quali il candidato a sindaco Sante Trovato e Sebastiano Scuto», re dei supermarket in Sicilia. Nel rapporto si fa riferimento agli attacchi mirati al pm Marino e soprattutto a Brancato («finito sott’inchiesta con accuse che si stanno rivelando a dir poco insussistenti», spiega l’avvocato Enzo Trantino) colpevoli – si legge nel documento – di «aver lottato per la legalità andando contro parenti di magistrati o contro l’ex leader dell’Anm», al pari di un ufficiale dei carabinieri, «il maggiore Gian Marco Sottili del Nucleo operativo di Catania, allontanato forse perché reo, pure lui, d’aver scoperto verità che dovevano restare nascoste(…)». Attacchi mirati specie a Brancato «che in epoca non sospetta raccontò delle minacce proferite da un magistrato(…): “Tu e Marino volete rovinare mio cognato, fra qualche mese ci rivedremo…” preannunciando che gliel’avrebbe fatta pagare sul piano giudiziario, cosa poi puntualmente avvenuta».

Carte alla mano, l’estensore dell’esposto passa, quindi, a trattare l’annosa questione della bifamiliare di Gennaro a San Giovanni La Punta. Racconta di quando il solito Brancato ritrovò a sconsigliare i suoi congiunti, intenzionati ad acquistare una villa, dall’intrattenere rapporti con l’imprenditore notoriamente mafioso Carmelo Rizzo. Ciò che colpì Brancato fu che a occuparsi della vicenda fosse la Di Stefano Costruzioni srl, i cui soci erano l’ingegner Di Loreto e il geometra Finocchiaro (entrambi tecnici fiduciari di Rizzo) nonché la stessa moglie di Carmelo Rizzo». Dall’incartamento dell’allegato risulterebbe che la società Di Stefano non costruiva alcunché, anzi «per l’esecuzione dei lavori si affidava tutto in subappalto». A chi? In parte al Rizzo, e in parte a una società dov’era presente la moglie di Rizzo e il geometra Finocchiaro, uomo di fiducia del boss. Non c’è dubbio, continua l’esposto, che affermare con forza che era notorio in tutto il paese come dietro la Di Stefano costruzioni vi fosse Rizzo e quindi la mafia (leggi clan Laudani) «non si faceva altro che rendersi interpreti di quella che era la vox populi suffragata da seri documenti». L’esponente politico si dilunga, così, sulla disparità di trattamento che aveva dovuto subire un congiunto di Brancato rispetto alla villa di Gennaro: «Dopo l’esborso di 260 milioni, il parente fu chiamato da Rizzo, insieme con altri acquirenti, e gli fu chiesto un ulteriore esborso di 60 milioni, richiesta questa che non venne inoltrata ad altri tra cui Gennaro (…)». A questo va ad aggiungersi che la villa venduta al parente di Brancato non fu mai, dal costruttore, finita, rifinita, né ebbe il certificato di agibilità, «mentre quella del dottor Gennaro, acquirente del lotto numero 16, fu immediatamente completata nonostante gli abusi edilizi, abitata». E ancora. Da un verbale dei carabinieri redatto dal proprietario del terreno, tal Arcidiacono, emergerebbe che «un “amico” gli avrebbe chiesto il favore di vendere a Gennaro personalmente la villetta per evitare che il trasferimento avvenisse tra Rizzo o dalla moglie di questi, o dalla Di Stefano costruzioni al magistrato». Perché avvenne tutto ciò? E chi era quell’amico? E’ una curiosità, infine, che potrebbe aver stupito i sostituti procuratori generali catanesi, Francesco Bua e Gaetano Siscaro. L’autore dell’esposto sottolinea come le frasi del proprietario del terreno creino dubbi sulle modalità di acquisto della villa di Gennaro «essendo notorio a tutto il paese che Rizzo seguiva personalmente tutti i lavori e intratteneva le relazioni con tutti gli acquirenti concordando con gli stessi modi e termini per qualsiasi evenienza veniva a sorgere». I dubbi sul dominus della società mafiosa «vengono, così, definitivamente fugati da Arcidiacono» allorché spiega d’aver fatto un favore a un amico rimasto, ancora e stranamente, senza nome.

di Gianmarco Chiocci (Il Giornale)