Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    02 Jun 2009
    Messaggi
    682
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale

    La storia rovesciata…
    Sulle origini della II guerra mondiale



    Pezzo dopo pezzo, anniversario dopo anniversario, i dominanti riscrivono la storia, impongono la loro narrazione degli eventi, perché essa divenga senso comune e privi le masse subalterne della loro identità di resistenza e di lotta, in modo da sradicare la possibilità stessa di una rinascita e ricostruzione comunista, indispensabile per rovesciare lo stato di cose presente segnato dal dominio pervasivo del capitale e dell’imperialismo.

    In questa campagna demolitrice della storia comunista, accanto alla grande stampa borghese, si colloca in pessima compagnia anche il manifesto, che, al di fuori di qualsiasi contestualizzazione storica e di un uso rigoroso delle fonti, si appiattisce sul modello di quell’uso politico e strumentale della storia affermatosi coi libri di Pansa.

    E’ necessario contrastare questa campagna, costruendo una risposta non occasionale ed episodica, in modo che il proletariato e i comunisti si riapproprino della loro storia.

    Si riportano qui

    1. La nota critica di Alexander Hoebel all’articolo di Ambrosino sul Manifesto del 2.9.2009
    2. L’articolo di Ambrosino sul Manifetso del 2 9 2009
    3. Un utile testo di Alessandro Leoni sul patto Ribentropp-Molotov presentato al convegno di Napoli sui problemi della transizione al socialismo in URSS (qui riprodotto integralmente)
    4. La presentazione dell’editore del libro fresco di stampa dello storico M. J. Carley, 1939. L’alleanza che non si fece e l’origine della Seconda Guerra Mondiale

    Buona lettura
    Replica ad Ambrosino di Alessandro Hobel
    Quel patto scellerato fra Hitler e Stalin. Così si arrivò all'attacco alla Polonia di Guido Ambrosino
    Sul patto Molotov-Ribbentrop di Alessandro Leoni
    Due libri per ristabilire la verità storica

    www.lernesto.it

    Viva la Comune

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    02 Jun 2009
    Messaggi
    682
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Rif: La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale

    La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale
    a cura di Andrea Catone


    Per ricordare lo scoppio della II guerra mondiale, “il manifesto” (“giornale comunista”) non trova di meglio che pubblicare un articolo di Guido Ambrosino sul “patto scellerato” Molotov-Ribbentrop, quasi fosse esso la causa della guerra. L’articolo, senza un minimo di contestualizzazione storica, omette di citare ciò che precedette quel patto: gli anni di tentativi dell’URSS di avviare un’intesa antifascista con le democrazie europee (la politica gestita da Litvinov, poi rimosso non perché ebreo, come insinua Ambrosino, ma perché quella politica non aveva avuto buon esito e si decise di cambiarla: cfr. S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile, Einaudi 1995); la sordità dei governi “democratici” a quelle offerte, il loro tentativo di orientare verso est l’aggressività nazista (come Hitler aveva teorizzato nel Mein Kampf), lo scellerato patto di Monaco che – quello sì – diede il “via libera” all’espansionismo nazista e dunque alla guerra. L’URSS, conscia che sarebbe stata attaccata (magari su due fronti: Germania e Giappone), fu costretta all’accordo per rinviare l’evento e “guadagnare tempo cedendo spazio”; il patto le consentì di ricostruire lontano dai confini parte rilevante del suo apparato industriale e bellico, così da poter fare poi “terra bruciata” delle zone occidentali all’atto dell’invasione nazista (cfr. M. Dobb, Storia dell’economia sovietica, Ed. Riuniti 1976, pp. 336-40). Quanto ai protocolli segreti, nell’imminenza e inevitabilità della guerra essi servivano a creare una zona di sicurezza spostando a ovest i confini sovietici. Certo, la cosa può apparire disdicevole e a farne le spese fu la Polonia, ma quello che era in atto era uno scontro mortale che riguardava l’intera umanità. Forse bisognerebbe pensare anche a questo, prima di tranciare giudizi morali (o moralistici) sull’“infamia” di Stalin.

    Alexander Höbel


    Alessandro Leoni

    Il «Trattato di non aggressione, neutralità e consultazione reciproca» fra il Terzo Reich e l'URSS, del 23 agosto 1939, è argomento che necessita di attenzione, riflessione e approfondimento; non solo perché è stato un principe della propaganda antisovietica e anticomunista fino a tutt'oggi, ma anche perché, salvo rare eccezioni, argomento non sufficientemente analizzato dalla storiografia di sinistra, intendendo con tale riferimento quella che ha correttamente rifiutato ogni sia pur ambiguo rapporto con l'antisovietismo.

    La storiografia di matrice comunista - e/o in ogni modo di sinistra - ha dimostrato una certa reticenza nell'affrontare con la dovuta attenzione l'argomento; ciò si spiega da una parte con la relativa facilità dell'operazione di propaganda ideologica scatenata dalle forze reazionarie e conservatrici; dall'altra con la debolezza psicologica oltre che politica della cultura storica marxista.

    Eppure la tesi fondamentale della controffensiva ideologica reazionaria postbellica, ovvero l’affermazione del concetto di “totalitarismo” con cui si rimuovevano le responsabilità dei capitalisti inserendo, al loro posto, una visione superficiale, nel vero senso della parola, della realtà che accomunava dittature capitalistiche alle dittature socialiste, coglieva proprio nel cosiddetto «Patto Ribbentrop-Molotov» la manifestazione di questa intima, celata omogeneità. Da ciò non solo l’interesse, ma la necessità di affrontare l’argomento da parte di tutti coloro che respingendo l’egemonia del pensiero, dell’ideologia liberale e perciò del dominio, quello sì tendenzialmente totalitario, capitalistico, avrebbero dovuto misurarsi su questo, importante, emblematico avvenimento.

    Intendiamoci, gli storici, anche quelli più ufficiali, di parte comunista hanno trattato l’argomento (dalla Storia della grande guerra patriottica, edita in URSS e tradotta in varie lingue fra le quali l’italiano, all’intelligente Roberto Battaglia, comunista e storico italiano), ma sempre, potremmo dire, di sfuggita e con un taglio iperdifensivistico che tradiva un qualche, sia pure non esplicitato, imbarazzo.

    A me pare, e con il prosieguo del presente lavoro mi riservo anche di dimostrarlo, che ciò derivi dalla profonda influenza idealistica, addirittura moralistica, propria all'intero movimento comunista del ’900; il che ha di fatto impedito, fra l'altro, di rapportarsi alla realtà con quella consapevolezza che solo l'appropriarsi della dialettica può rendere effettuale.

    Insomma la realtà è costituita di contraddizioni, il volerle artificiosamente cancellare porta, inevitabilmente, solo alla debolezza e alla confusione.

    Non è certamente un caso che il miglior lavoro sull’argomento sia stato scritto da uno storico tedesco, d’orientamento moderato-conservatore, nella prima metà degli anni sessanta, P. Fabry.



    Affrontare l’argomento “Patto Ribbentrop-Molotov” significa avere chiaro il quadro internazionale della fine degli anni trenta.

    Infatti nel 1938 la dirigenza sovietica - Stalin, in particolare – si trova di fronte a questo scenario: i Fronti Popolari sono in crisi; in Francia la spinta unitaria e progressista si è oramai arenata di fronte all'incapacità di reagire adeguatamente contro l'espansionismo fascista in Europa e nel mondo (annessione/unione tedesca dell'Austria, crisi dei Sudeti con la mutilazione cecoslovacca, partecipazione/intervento dell'Italia, della Germania, del Portogallo, nella guerra civile spagnola); in Spagna, dove lo scatenarsi della “guerra civile” ha messo in risalto la debolezza politica e culturale della classe dirigente “repubblicana”, le sue contraddizioni e soprattutto l' emblematica latitanza delle forze “democratiche” a livello internazionale (l'ipocrita politica del “non intervento” sostenuta addirittura ed in concomitanza col massiccio intervento delle potenze statuali fasciste e reazionarie).

    A ciò si devono aggiungere tutta una serie di altri, evidenti, minacciosi accadimenti: sempre nel 1938 la tensione in Estremo Oriente, in crescita dal 1933, anno dello scatenamento della guerra giapponese alla Cina, si materializza con un vero e proprio attacco dell’Armata nipponica della Manciuria (divenuta “stato protetto” del Giappone) verso il retroterra della più importante città sovietica sul Pacifico, Vladivostok, con lo sconfinamento di un corpo d’armata del Sol Levante nella regione del lago Hanka (maggio/giugno/luglio 1938). Ciò causerà una vera e propria guerra locale, vinta, certo, dall’Armata Rossa, ma non senza consistenti perdite e naturali riflessioni sull’ormai permanente minaccia giapponese verso l’estremo oriente sovietico.

    Se a ciò aggiungiamo l’espandersi e il coagularsi del fascismo a livello internazionale, in Europa e fuori (poco conosciuta e studiata, almeno da noi, è l’attrazione del fascismo nei paesi extraeuropei, sia in America Latina che in Asia e Medio-Oriente) si comprende facilmente la preoccupazione del gruppo dirigente sovietico dell’epoca.

    Il 1938 segna in ogni modo lo spartiacque nella politica internazionale con una sicura ricaduta, anche, nell’orientamento della dirigenza sovietica dell’epoca, spinta dai fatti, ben più che dalla riflessione teorico-ideologica, a cercare una via d’uscita dalla sempre più evidente minaccia per l’esistenza stessa del primo stato degli operai e dei contadini.

    In tale logica, il Patto di Monaco, del settembre 1938, si erge quale vera e propria monumentale, materiale manifestazione della volontà “occidentale” (soprattutto anglosassone) di spingere la crisi verso uno sbocco quale quello della guerra fra III Reich e URSS. Il disegno risultava fin troppo evidente. Una guerra fra Germania - magari alleata con una serie di altri stati affini per orientamento politico-ideologico e per collocazione geografica, dall’Italia, all’Ungheria, agli stati baltici, comprendendo, magari, la stessa Polonia post-pilsudskiana dei così detti “pan/colonnelli” - e URSS, non solo offriva l’opportunità di colpire a morte lo “stato-canaglia” ante litteram, l’URSS, ma permetteva, inoltre, d’ipotizzare anche l’indebolimento della potenza tedesca, concorrente strategica, all’interno del campo imperialista, delle potenze tradizionalmente egemoni (Gran Bretagna, USA e Francia). Come l’URSS riuscì ad evitare questa certamente poco entusiasmante prospettiva è merito, mai digerito dall’occidente più o meno liberale, dei nuovi dirigenti sovietici e in primo luogo di I. V. Stalin.

    Questo esplicito riconoscimento di merito per il leader comunista sovietico non significa aderire ad una visione acritica dell'opera, complessivamente intesa, di Stalin né, tanto meno, resuscitare una surrettizia liturgia da “culto della personalità”; significa, molto semplicemente, riscontrare dati di fatto, respingere ogni opportunistico allineamento all'opera demolitoria e demonizzante portata avanti, in questo ultimo mezzo secolo, nei confronti di un dirigente rivoluzionario, comunista, che s'inserisce a pieno titolo fra i grandi protagonisti della storia contemporanea.

    In sintesi, dobbiamo riacquistare la libertà critica nei confronti dei fenomeni storici del ’900 e in particolare su quelli inerenti la vicenda rivoluzionaria comunista.

    L'onestà, prima di ogni altra caratteristica, esclude di uniformare il proprio linguaggio a quello dei vari campioni della reazione che hanno sempre distorto e criminalizzato le esperienze rivoluzionarie non già per i loro tanti limiti e per gli errori da esse compiuti, bensì per gli innegabili pregi che quei sommovimenti di massa ebbero allora e che continuano, positivamente, ad operare anche in questa fase così contraddistinta dagli effetti della vittoriosa controrivoluzione globale determinatasi alla fine degli anni ottanta, primi anni novanta del secolo scorso.

    Tornando all’analisi storica di quegli avvenimenti, dobbiamo, per efficacia descrittiva e chiarezza valutativa, ripercorrere le tappe che portarono all’intesa di agosto (Patto Sovieto-Germanico di non aggressione, neutralità e consultazione reciproca, Mosca 23 agosto 1939) e al poco successivo deflagrare del conflitto che, iniziato in Europa (1° settembre 1939) si sarebbe esteso, nel giro di 27 mesi (22 giugno 1941 attacco all’URSS; 7 dicembre 1941 attacco giapponese agli USA), a livello mondiale.

    Dal Patto di Monaco (siglato da Germania, Gran Bretagna, Italia e Francia) che liquidava la Repubblica Cecoslovacca quale stato sovrano (oltre che amputarlo del territorio del Sudetenland) al così detto Patto Ribbentrop-Molotov, intercorse meno di un anno e, tuttavia, in quel breve periodo gli avvenimenti si accavallarono con tale rapidità e contraddittorietà come in pochi altri momenti della, pur mai lineare, storia umana.

    A Monaco quattro potenze (due “democratiche”, Francia e Gran Bretagna, e due “fasciste”, Germania e Italia) si accordarono sul destino di uno stato sovrano, retto da un regime costituzionale-democratico, senza neppure coinvolgerlo, quanto meno formalmente, nelle trattative. La storia ci ha consegnato molte espressioni di brutale cinismo, ma a Monaco si superarono tutti i limiti immaginabili, tanto da legittimare la “cancellazione de jure” del trattato stesso (con la formula: «d’illegittimità intrinseca»), fatto unico nella storia della diplomazia europea, nella metà degli anni ’70 del secolo scorso.

    Riprendendo la sistematica ricostruzione della genesi del Patto Ribbentrop-Molotov cerchiamo di definire una precisa serie di logiche domande/questioni:

    - da chi partì l’iniziativa della svolta nelle relazioni bilaterali;

    - quali furono gli obbiettivi comuni e particolari dei due soggetti (il III Reich e l’URSS);

    - infine, il bilancio dell’intera operazione e il suo significato storico- strutturale.

    Molti studiosi fanno risalire la nascita, quanto meno sul piano dell’ipotesi/progetto, dell’iniziativa finalizzata al varo di un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali sovieto-tedesche alla relazione che I. Stalin illustrò al XVIII congresso del PCUS (Mosca 9/12 marzo 1939), nella quale il leader sovietico esprimeva, in termini inequivocabili, la volontà dell’intero gruppo dirigente moscovita di evitare lo scontro militare con la Germania, ricordando come l’URSS non avesse mai confuso il conflitto ideologico con le relazioni interstatuali. Il concetto di “coesistenza pacifica” fra stati a ordinamenti economico-sociali e politico-istituzionali diversi era, del resto, già, da anni, parte integrante del bagaglio teorico-culturale della politica di Mosca (del resto già nel 1931 l’URSS aveva sottoscritto un trattato di regolamentazione politico-diplomatica con l’Italia di Mussolini). Per inciso possiamo rilevare un ulteriore elemento di superficiale lettura e giudizio storico-politico; quasi sempre si legge, anche su qualificati testi storici che il concetto di “coesistenza pacifica” sarebbe nato a metà degli anni ’50 quale elaborazione, autonoma, del “movimento dei non allineati” (Bandung in Indonesia, 1955), ripresa dall’URSS e dal movimento comunista internazionale dopo il XX Congresso del PCUS (1956).

    Altri storici sottolineano fatti precedenti alla relazione di Stalin al XVIII congresso ricordando una serie di segnali provenienti, in questo caso, dalla parte delle autorità tedesche. Dal lungo e cordiale colloquio che il Führer-Cancelliere imbastì con l’ambasciatore sovietico al tradizionale “ricevimento” d’anno nuovo, il 12 gennaio 1939 a tutta una ulteriore serie di segnali che, fra la fine del 1938 e l’inizio del fatidico ’39, vennero emessi dalle più diverse fonti.

    In realtà in tutto quel periodo (ottobre ‘38 luglio/agosto ‘39) ciò che di sicuro e documentato emerge è l’indeterminatezza della politica estera tedesca, l’ambiguità delle potenze occidentali (Londra e Parigi), il pressappochismo irresponsabile della diplomazia italiana e, per contro, la determinazione sovietica ad evitare l’isolamento totale da una parte e il coinvolgimento nella guerra (che il PCUS e L’ Internazionale Comunista davano, ormai, per certa!), dall’altra.

    Il processo d’avvicinamento fra Berlino e Mosca è puntualmente ricostruito dall’ormai, certo non recente, saggio del Fabry (del 1964!), lavoro che anche con le recenti aperture degli archivi ex-sovietici non viene scalfito nella validità, anzi ne risulta rafforzato sia per il valore interpretativo che per quello descrittivo.

    Vale la pena soffermarsi su un aspetto particolarmente emblematico della mistificazione e distorsione compiute dalla propaganda filo-imperialista antisovietica (di destra e di “sinistra”!): mi riferisco alla tesi, quasi universalmente accettata, riguardante il presunto esplicito accordo spartitorio della Polonia che sarebbe avvenuto, segretamente, con il «Patto di Non aggressione Neutralità e Reciproca Consultazione» siglato a Mosca il 23 agosto 1939. Di quel trattato faceva parte, sia pure a latere, il protocollo con il quale le due parti contraenti (III Reich e URSS) definivano, delimitavano le rispettive «aree di sicurezza/competenza» reciproche (la così definita «linea fluviale» che seguiva, appunto, i corsi dei fiumi: Pissa, Narew, Vistola, San) rispetto lo spazio, al momento (23 agosto 1939) esistente, fra i confini della Germania e dell’URSS; cioè lo stato polacco quale esso era uscito con i trattati parigini del 1919, che avevano concluso la “grande guerra” (1914/1918), sia con il Trattato di Riga (1921) che aveva posto fine al conflitto scatenato dalla neonata Polonia contro la giovane Repubblica Federale Sovietica Russa. Non voglio qui dedicare troppo spazio alla, pur logica, naturale considerazione circa l’irresponsabilità dello sciovinismo “grande polacco” che inseguiva l’obbiettivo di ricostruire la Polonia imperiale degli Jagelloni, dal Baltico al Mar Nero (!), approfittando della, congiunturale, debolezza dei suoi vicini, all’ovest la Germania e all’est la Russia, cioè le due nazioni maggiormente colpite, devastate dalla “prima guerra mondiale” e dalle sue conseguenze immediate (rivoluzioni, guerre civili, tensioni secessioniste, ecc.), tuttavia vale la pena ricordare come osservatori tutt’altro che filo-russi o, tanto meno filo-sovietici, quale, per esempio, lord Curzon (eminente tradizionale rappresentante della leadership imperiale britannica) esprimessero giudizi negativi e forti preoccupazioni per il futuro rispetto all’insensata espansione di Varsavia verso territori popolati a netta maggioranza da comunità ucraine, russo-bianche, rutene, lituane, ecc., fattori che non avrebbero potuto non avere conseguenze conflittuali.

    Tornando al “riservato” «protocollo a latere» del Trattato Sovieto-Germanico si devono sottolineare le seguenti caratteristiche:

    A. il sistematico uso del condizionale per quanto riguardavano le condizioni necessarie a mettere in pratico effetto la suddivisione delle “sfere di sicurezza e competenza” reciproche;

    B. l’assenza di ogni automatismo circa l’eventuale azione spartitoria;

    C. la totale assenza di ogni accordo collaborativo sul piano militare;

    D. nessun preciso impegno circa la definitiva sistemazione dei territori in questione.

    A tali constatazioni si devono aggiungere sia l’effettivo sviluppo delle relazioni politico-diplomatiche fra Berlino e Mosca intercorso fra il 23 agosto e il 17 settembre 1939 (giorno nel quale le unità militari sovietiche superarono la linea confinaria con la Polonia), sia la precisa individuazione degli scopi e obbiettivi che le due potenze si prefiggevano con il trattato medesimo.

    La frenetica attività diplomatica che la Germania aveva sviluppato soprattutto a partire dalla primavera del ’39 individuava una serie di obbiettivi che possiamo così riassumere:

    - evitare l’accerchiamento impedendo un accordo fra Londra, Parigi e Mosca;

    - isolare la Polonia per costringerla a fare concessioni sulla questione del Corridoio di Danzica;

    - mantenere agganciate le potenze alleate (Italia e Giappone) sia nell’azione diplomatica in corso che nell’eventualità, non cercata, non voluta, ma neppure esclusa, di un conflitto con le potenze “occidentali”.

    In tale logica s’inseriscono le pressioni di Berlino nei confronti di tutta una serie di paesi (Slovacchia, Lituania, ecc.), compresa l’URSS, perché premano a loro volta per via diplomatica e/o militare (con concentramenti di truppe sulla frontiera) su Varsavia, onde determinarne il cedimento. La stessa offerta che il Reich propose a Londra, l’apertura cioè di una nuova fase di definitiva détente fra i due stati, maturata con il memorandum consegnato al governo inglese il 25 agosto, è l’evidente prova di come fino all’ultimo il governo tedesco non desse per scontato che fosse inevitabile il confronto bellico con le potenze alleate della Polonia.

    Del resto, è noto come anche a Londra e Parigi fossero presenti e ben attive le forze che lavoravano in direzione di un duraturo compromesso con il III Reich. Ancora più significativo risulta essere l’atteggiamento di Berlino nei primissimi giorni del conflitto (1 e 2 settembre) quando, in assenza dell’immediata reazione delle potenze occidentali, la Germania si astenne da ogni sollecitazione nei confronti di Mosca, situazione che mutò radicalmente dopo la presentazione degli ultimatum inglese e francese il 3 settembre.

    La realtà, quale emerge dai documenti, sottolinea come il “Patto” fosse nato dalla congiunturale necessità della Germania, da una parte, di evitare la guerra, quanto meno su “due” fronti, senza rinunciare all’obbiettivo minimo della soluzione della questione “Danzica/Corridoio”, e dell’URSS, dall’altra, d’evitare il coinvolgimento in un – qualsiasi - conflitto e contemporaneamente di migliorare la propria posizione strategico-difensiva soprattutto rispetto ad alcune località fondamentali per l’esistenza stessa dello stato russo-sovietico (Leningrado, Minsk, Odessa, ecc.).

    L’ostilità che circondava l’URSS, l’aggressività insita nella situazione internazionale della fine degli anni trenta, così pervasi ancora dal prolungarsi degli effetti della crisi capitalistica del 1929, la relativa fragilità dello stato e della società emersi dalla rivoluzione d’ottobre (fatto di cui erano chiaramente consapevoli Stalin e il gruppo dirigente comunista dell’epoca) costituivano la base razionale sulla quale maturò la disponibilità ad un’intesa che, pur nella contraddittorietà apparente, salvaguardava l’essenziale della politica sovietica: evitare l’aggressione da parte delle potenze imperialiste nelle loro varie possibili combinazioni.

    Con la svolta diplomatica dell’agosto ’39 Mosca otteneva tutta una serie di risultati impensabili fino a pochi mesi precedenti: sviluppo delle relazioni economico-commerciali con un partner altamente industrializzato, allontanamento della prospettiva di coinvolgimento in un conflitto, liquidazione, pratica, degli effetti del Patto antikomintern, isolando così, per giunta, il Giappone, potenza al momento direttamente impegnata in attività belliche contro l’URSS (giugno/agosto 1939, violenti scontri lungo la frontiera orientale della Repubblica Popolare Mongola).

    Del resto, il rapido dissolversi dello stato polacco e la pratica totale passività degli eserciti alleati sul fronte occidentale dimostreranno l’inconsistenza, nel ’39, di ogni reale volontà di combattere e battere le potenze fasciste. L’autonomia dell’elaborazione politico-teorica del gruppo dirigente sovietico fu, all’epoca, fondamentale per la salvaguardia, prima, dell’URSS e per la schiacciante vittoria del 1945 poi.



    Riconsiderare la storia dell’URSS, del movimento comunista e rivoluzionario del ’900 è fondamentale, dunque, non solo per contrastare l’aggressività dell’ideologia capitalistico-imperialista, ma anche per riqualificare un pensiero teorico forte al servizio dell’emancipazione delle classi sfruttate, obbiettivo, quest’ultimo, certamente oggi non meno drammaticamente attuale rispetto al periodo in cui si svolsero quegli avvenimenti.



    Bibliografia:

    A.A.V.V., Storia della grande guerra patriottica, CEI, Milano, 1965

    Mario Appelius, Una guerra di 30 giorni, Sperling e Kupfer, Milano, 1940

    V. Araldi, Dalla Non belligeranza all'intervento, Cappelli, Bologna, 1965

    R. Battaglia, La seconda guerra mondiale, Editori Riuniti, Roma, 1960

    V. M. Berezhkov, In missione diplomatica da Hitler, CEI, Milano, 1965

    N. Bethell, Gomulka, Longanesi, Milano, 1970

    Palmiro Boschesi, Come scoppiò la seconda guerra mondiale, Mondadori, Milano, 1974

    Calvocoressi, Wint, Storia della seconda guerra mondiale, Rizzoli, Milano, 1980

    P. W. Fabry, Il Patto Hitler - Stalin 1939 - 1941, Il Saggiatore, Milano, 1965

    Bruno Gatta, Agosto ’39, Piemme, Asti 1997

    A. Mellini, P. De Leon, L'Italia entra in guerra, Cappelli, Bologna, 1963

    Henri Michel, Storia della seconda guerra mondiale, Mursia, Milano, 1977

    Indro Montanelli, Cronache di guerra, Editoriale Nuova, Milano, 1978

    A. Peregalli, Il Patto Hitler-Stalin, erre emme, Roma, 1989

    S. Pons, Stalin e la guerra inevitabile, Einaudi, Torino, 1999

    Pruller, Diario di un soldato tedesco, Vallecchi, Firenze, 1973

    W. L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1978

    A. J. P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale, Laterza, Bari, 1972

    A. B. Ulam, Storia della politica estera sovietica, Milano, 1970

    Donald C. Watt, 1939 come scoppiò la guerra, Leonardo editore, Milano, 1991



    [tratto da Problemi della transizione al socialismo in Urss (a cura di Catone A., Susca E.), La Città del Sole, 2004].



    Edizioni La Città del Sole

    La Repubblica dell’1 settembre riferisce che a Danzica, durante le celebrazioni per il settantesimo anniversario dell’aggressione nazista alla Polonia e dell’inizio della seconda guerra mondiale,
    Vladimir Putin ha dichiarato: "Ogni patto concluso con Hitler allora fu immorale". Il ;premier russo non ha fatto riferimento al vergognoso patto di Monaco né ai tanti accordi delle potenze e di imprese occidentali che avevano prima permesso la ricostruzione del potenziale bellico tedesco e che, l’avevano sostenuto poi anche durante lo svolgimento stesso della guerra. Putin ha rifiutato
    “però ogni tentativo di definire il Patto Molotov-Ribbentrop … come unica causa della guerra”.

    Per anni la propaganda occidentale prima e il revisionismo storico poi hanno demonizzato il patto di non aggressione che l’Unione Sovietica si decise a firmare con la Germania per ritardare il più
    possibile la prevista invasione nazista dell’URSS. Politici, giornalisti e storici hanno sempre sottaciuto che a questa decisione l’Unione Sovietica fu costretta dopo aver visto fallire tutti i suoi
    tentativi di sottoscrivere con Francia e Gran Bretagna un trattato di alleanza antitedesca: in realtà le potenze occidentali speravano che la furia hitleriana si dirigesse a oriente e spazzasse via l’odiato
    e temuto nemico bolscevico.

    Un uso rigoroso delle fonti basato sulla ricerca comparata e puntuale dei documenti tratti dagli archivi delle diplomazie francese, britannica e sovietica fa giustizia ora di affermazioni arbitrarie e
    giudizi temerari della propaganda e della storiografia revisionista. Questo lavoro è opera di Michael Jabara Carley, professore ordinario e direttore del Dipartimento di Storia dell’Università di Montréal.

    Nella minuziosa ricostruzione storica delle modalità e delle cause che portarono al fallimento dei tentativi di accordo tra URSS e anglo- francesi e alla decisione sovietica di siglare il patto di non
    aggressione con la Germania nazista, l’autore ricorre alla analisi comparata e contestuale delle fonti britanniche, francesi e russe, utilizzando anche i materiali resi copiosamente – ma ancora
    disordinatamente e discrezionalmente – disponibili dall’apertura e desecretazione degli archivi sovietici dopo la fine dell’URSS.
    L’accesso a questo nuovo materiale sovietico d’archivio offre
    alcune conferme circa le valutazioni e il comportamento dei dirigenti dell’Unione Sovietica.

    Ciò che rende particolarmente interessante il lavoro di Carley è l’analisi contestuale di tutte le fonti. È illuminante la lettura di quelle franco-inglesi, da cui emerge l’orientamento antisovietico
    e la sostanziale diffidenza occidentale nei confronti dell’URSS, che a sua volta ricambiava pienamente questa diffidenza. L’illusione della diplomazia britannica di trovare ancora un appeasement con Hitler scongiurando la guerra, e la scelta deliberata di non favorire
    l’affermazione di un ruolo nuovo e importante che l’URSS avrebbe inevitabilmente assunto nel continente europeo, divenendo un perno essenziale dell’alleanza antitedesca (come di fatto avvenne con la partecipazione dell’URSS nel giugno 1941 all’alleanza antifascista), spingono la direzione sovietica a siglare il patto Ribentropp-Molotov.

    È un lavoro meticoloso, di uno storico specialista delle relazioni internazionali tra Occidente e URSS nel periodo 1917-1945, supportato da un ampio apparato di note e da una vasta bibliografia, scritto, tra l’altro, in uno stile che, senza nulla togliere al rigore scientifico, riesce a “catturare” il lettore come fosse un racconto.

    Dopo la prima edizione inglese uscita a Chicago, ne è stata pubblicata una seconda a Londra. Sono poi seguite l’edizione francese e quella in russo.
    L’edizione italiana è arricchita da una presentazione dell’autore che tiene conto di pubblicazioni successive e dibattiti tra storici sull’argomento.

    Michael Jabara Carley, professore ordinario e direttore del Dipartimento di Storia dell’Università di Montréal, è uno specialista delle relazioni internazionali nel XX Secolo e della storia della Russia e dell'Unione sovietica. Ha lavorato e lavora sulle relazioni dell'Unione Sovietica con l'Europa Occidentale e gli Stati Uniti tra il 1917 ed il 1945, su cui ha scritto diversi libri e articoli, pubblicati in Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia. Notevole anche la sua produzione sull’intervento straniero contro i bolscevichi dopo l’Ottobre.

    Edizioni La Città del Sole
    Collana La foresta e gli alberi n. 18
    Michael Jabara Carley

    1939. L’alleanza che non si fece e l’origine della Seconda Guerra Mondiale
    ISBN 978-88-8292-370-9 cm. 13,5 x 21 360 pagine 24,00 euro

    Vedi anche

    Jacques R. Pauwels

    PROFIT ÜBER ALLES! Le corporations americane e Hitler

    Collana Univesale di Base n. 18
    ISBN 978-88-8292-409-6 cm. 11x17 96 pagine 6,00 euro

    Nel momento in cui i “liberatori” di ieri “esportano” oggi “la democrazia” in mezzo mondo, questa lettura può essere preziosa per comprendere le relazioni – di ieri e di oggi – tra guerra e profitto: l’alta finanza e le grandi corporations degli Stati Uniti (Standard Oil, General Motors, Ford, IBM, Coca Cola, Du Pont, Union Carbide, Westinghouse, General Electric, Goodrich, Singer, Kodak, ITT, J. P. Morgan, etc. etc.) finanziarono l’ascesa al potere del nazionalsocialismo, l’aiutarono a riarmarsi e a preparare la guerra, lo sostennero nelle sue aggressioni e continuarono a lavorare per lo sforzo bellico tedesco anche quando il proprio paese scese in guerra contro la Germania.
    Business are business: e la guerra è certamente l’affare più remunerativo che si possa immaginare, ieri come oggi.’alta finanza statunitense è stata sempre maestra in quest’“arte” di mettere il profitto uber alles.

    Nel 1941 l’allora Vice Presidente Harry Truman dichiarava: “Se la Germania vince, dobbiamo aiutare la Russia, e se la Russia vince, dobbiamo aiutare la Germania, affinché possiamo ottenere il massimo vantaggio da entrambe”?

    È possibile seguire un filo nero che congiunge le motivazione dei “liberatori” della seconda guerra mondiale con gli “esportatori di democrazia” dei giorni nostri.

    È un caso che il nonno di Gorge W. Bush fosse uno dei finanziatori di Hitler? Oppure per il nipote il profitto è, come per suo nonno, sempre e comunque uber alles?

    Viva la Comune

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    02 Jun 2009
    Messaggi
    682
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Rif: La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale

    il manifesto del 02/09/2009

    Guido Ambrosino


    MEMORIA STORICA: Quel patto scellerato fra Hitler e Stalin. Così si arrivò all'attacco alla Polonia

    Settanta anni fa Adolf Hitler parlò al Reichstag, il «parlamento» ridotto a scena teatrale per le sue comunicazioni: «Dalle 5.45 si risponde al fuoco». Queste parole contenevano una menzogna, perchè era stata la Wehrmacht a scatenare a freddo l'attacco. E un'imprecisione sull'ora: già alle 4.35 del primo settembre 1939 aerei tedeschi avevano sganciato le prime bombe sulla città di confine di Wielun, e alle 4.45 la nave-scuola Schleswig-Holstein aveva cominciato a cannoneggiare la guarnigione polacca sulla Westerplatte, davanti a Danzica.
    L'aggressione era stata preparata con cura. I piani d'invasione della Wehrmacht erano pronti già alla fine di giugno. Mentre per motivare il pubblico tedesco, meno smanioso di guerra di quanto avrebbero voluto i capi nazisti, si inscenavano provocazioni, come la bomba piazzata il 28 agosto da agenti tedeschi alla stazione ferroviaria di Tarnow o il finto assalto di uomini delle SS in uniformi polacche alla radio di Gleiwitz il 31 agosto. Anche la favola per cui sarebbero stati i polacchi i primi a sparare era a uso e consumo della popolazione tedesca.
    Ovviamente Hitler non aveva trascurato di preparare il terreno anche sul piano diplomatico. Lo scellerato patto di «non aggressione» con l'Urss lo metteva al riparo da sorprese all'est.
    A fine luglio del 1939 Berlino aveva segnalato a Mosca che tra il Baltico e il Mar Nero non c'erano controversie geopolitiche che non si sarebbero potute risolvere «con reciproca soddisfazione». Anche in direzione opposta erano venuti segnali concilianti, come la sostituzione del ministro degli esteri Litvinov, ebreo, con Molotov.
    Il 23 agosto Molotov ricevette a Mosca il suo collega tedesco Ribbentrop, e la stessa notte i ministri firmarono due documenti passati alla storia come «patto Hitler-Stalin».
    Il primo, che fu reso pubblico tra lo sconcerto degli antifascisti europei, impegnava i due stati al reciproco rispetto dei propri territori e alla neutralità, con formulazioni che lasciavano ampio spazio all'aggressione contro terzi, da parte di uno o di entrambi.
    Ma nemmeno i critici antifascisti poterono allora immaginare che c'era anche un annesso segreto, la cui esistenza i sovietici riconobbero solo nel 1989. In questo secondo testo si scambiavano garanzie sulle rispettive sfere d'influenza. L'Urss vedeva riconosciute le sue pretese su territori persi dall'impero zarista in seguito alla prima guerra mondiale, anche come conseguenza della condotta di guerra tedesca in quel conflitto: Finlandia, Estonia, Littonia, Bessarabia (che grosso modo corrisponde all'attuale Moldavia) e i territori polacchi a est di una linea che passava per i fiumi Narev, Vistola e San. La Polonia a ovest di questa linea e la Lituania venivano assegnate alla «sfera d'interesse» del Reich tedesco. Si trattava di un ritorno ai piani di spartizione ottocenteschi della Polonia tra le potenze continentali. E del più vergognoso dei tradimenti delle promesse internazionaliste della rivoluzione d'Ottobre: l'Unione sovietica di Stalin era tornata a operare secondo la logia dell'impero zarista.
    Nei primi giorni di settembre Stalin se ne rimase tranquillo, aspettando che i tedeschi facessero il grosso del lavoro sporco e spezzassero il nerbo delle resistenze militari. Del resto la Russia era impegnata in un conflitto in Manciuria con i giapponesi, che si concluse a vantaggio dei sovietici il 15 settembre. Solo due giorni dopo, il 17 settembre, lo stesso giorno in cui il governo polacco lasciò Varsavia per l'esilio, le truppe sovietiche invasero la Polonia da est.
    Preso tra due fuochi, l'esercito polacco capitolò a Varsavia il 27 settembre. Alcune unità continuarono a resistere ancora per dieci giorni.
    Mentre le truppe tedesche si preparavano a entrare a Varsavia, Ribbentrop tornò a Mosca, e già il giorno seguente, il 28 settembre, si accordò con Molotov su tre emendamenti al patto territoriale segreto firmato in agosto. Stavolta la Lituania ricadeva nella «sfera d'influenza dell'Urss». In cambio la Polonia centrale passava ai tedeschi, per cui le truppe sovietiche sarebbero arretrate dalla Vistola al Bug.
    I due ministri e le loro delegazioni tracciarono con matita copiativa la nuova linea di demarcazione su una carta geografica. Raggiunta l'intesa, sopraggiunse nella stanza Stalin in persona, e appose sulla carta anche la sua firma. Quella carta geografica è conservata nell'archivio del ministero degli esteri tedesco. La firma di Stalin è grossa e vistosa: indelebile marchio d'infamia apposto senza alcuna remora.
    Un sondaggio ha recentemente constatato che solo 16 russi su cento sanno che il loro paese occupò mezza Polonia, in combutta con Hitler. Ancora meno sapranno di quel che successe durante quell'occupazione, o hanno sentito nominare Katyn, dove Stalin fece uccidere migliaia di ufficiali polacchi. Il 22 giugno del 1941 toccò alla Russia essere aggredita, e nella memoria collettiva è rimasto il ricordo della «Grande guerra patriottica». Ma ciò non dovrebbe far dimenticare l'infame ruolo giocato da Stalin tra il 23 agosto 1939 e l'aggressione nazista.

    Viva la Comune

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    02 Jun 2009
    Messaggi
    682
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    3 Thread(s)

    Predefinito Rif: La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale

    SETTANT’ANNI OR SONO, MA NON LI DIMOSTRA. UN PASSATO CHE NON PASSA


    Seconda guerra mondiale, 70 anni fa l'inizio

    Sono comode, le idées récues. Prendete la seconda guerra mondiale. Tutta colpa del genio malefico di Adolf Hitler. Che di colpe ne ebbe senza dubbio molte. Ma le cose stanno in modo diverso, sono più complicate. Nella longue durée delle vicende europee, tra 1648 e 1659 l’Europa dissanguata dalla guerre di religione mise a punto lo ius publicum europaeum e un sistema di controlli incrociati che rese possibile un lungo periodo di equilibrio e di guerre limitate. Con il 1789 e l’invenzione sia della “guerra ideologica “ (una laicizzazione della Guerra Santa che era andata disperdendosi dalla fine del Seicento?) e della “guerra totale”, si aprì un Todtentanz che in varie fasi condusse a quello che Oswald Spengler avrebbe definito l’Untergang des Abendlandes, ma che oggi possiamo meglio qualificare – ora che i concetti di Europa e di Occidente si sono andati reciprocamente allontanando, per quanto siano in molti a sostenere istericamente il contrario – come il suicidio d’Europa.

    Settant’anni, ma non li dimostra. Nella storia vi sono cose magari recenti o molto recenti, e che sembrano remote o sono addirittura dimenticate, almeno dal grande pubblico: chi si ricorda più, ormai, di Pompidou o di Eltsin? E cose, invece, presenti o addirittura incombenti, “passati-che-non-passano”.

    Così la seconda guerra mondiale. Libri, cinema, perfino war games e “giochi di ruolo”. A Parigi, questa settimana, il best seller venduto a centinaia di migliaia di copie e il “numero speciale” della rivista “Le Point” dedicato ad Adolf Hitler; nelle polemiche massmediali, il confronto col nazismo o il richiamo alla seconda guerra mondiale sono obbligati. E’ “normale” definire “nuovo Hitler” il tiranno del momento, anche quando il paragone appare strampalato; va di moda citare l’arrendevolezza delle democrazie nella conferenza di Monaco del ’38 e, al contrario, il loro fermo rigore dinanzi all’aggressione nazista alla Polonia del ’39 come esempi, rispettivamente, di errato e di corretto atteggiamento politico; uno dei principali e più tragici esiti della guerra 1939-45, la shoah, resta uno dei massimi argomenti d’attualità nella stessa politica internazionale d’oggi.

    Nella visione corrente, che non sarebbe politically correct mettere minimamente in discussione pena il rischio di vedersi catalogati come “revisionisti” o peggio, la responsabilità della seconda guerra mondiale risalgono tutte e intere a Hitler, al nazismo e al nazionalismo fanatico, razzista e revanscista sviluppatosi come un fungo malefico nella Germania degli Anni Venti-Trenta.

    Naturalmente, gli storici seri e i commentatori politici più avveduti hanno dal canto loro sviluppato una prospettiva più complessa e articolata: che si fonda non tanto sull’attribuzione delle responsabilità, quanto sull’esame genetico degli avvenimenti e sulla lettura attenta delle fonti, comprese quelle che recentemente e recentissimamente sono emerse dagli archivi specie americani e russi, finora (e in gran parte ancora) protetti dal top secret. Questa più matura e prudente visione è ben lungi, sia chiaro, di scagionare Hitler e magari dall’accusare qualcun altro: si limita a ricostruire con attenzione il contesto degli avvenimenti che precedettero, accompagnarono e seguirono quel tragico 3 settembre 1939 – il giorno della dichiarazione di guerra da parte di Gran Bretagna e Francia al Reich tedesco, secondo un impegno assunto nell’aprile precedente da queste due potenze nei confronti del governo polacco – e ad esaminarne con attenzione il contesto.

    I fatti, in sé, sono noti: ma non si riflette abbastanza su di essi. La radice della seconda guerra mondiale non sta soltanto nella crescita in Germania della malapianta nazista: che a sua volta, purtroppo, non era affatto un “fungo”, ma aveva al contrario radici profonde nella cultura europea e occidentale (non solo tedesca) del tempo, nel materialismo biologico che aveva consentito lo svilupparsi di ricerche scientifiche suscettibili di legittimare il razzismo, nell’antisemitismo diffuso che era radicato anche in paesi come la Francia, gli Stati Uniti e la stessa Polonia. V’era poi la contesa tra nazioni impegnate nella corsa all’egemonia europea e mondiale; nel 1870 la Prussia aveva umiliato la Francia in una guerra che le aveva strappato i territori renani; nel 1920, con i trattati di Versailles, il nazionalismo francese aveva preteso una piena e pesante vendetta imponendo alla Germania il pagamento di astronomici debiti di guerra mentre le sottraeva i mezzi per ottemperare a ciò incorporando i bacini del carbone e dell’acciaio (Ruhr, Saar, Alsazia-Lorena), mentre dovunque in Europa i vincitori avevano premiato i movimenti nazionalistici che li avevano aiutati contro gli austro-tedeschi (e ne nacquero le “nuove” nazioni, dalla Jugoslavia alla Cecoslovacchia alla stessa Polonia, sovente con pessime soluzioni etnogeografiche, come si e visto nella recentissima crisi balcanica). In particolare al nuovo stato polacco, in parte costituito con territori ex-tedeschi, si procurò uno “sbocco al mare” (del quale esso aveva un bisogno solo limitato, dati gli ottimi rapporti con al vicina Lituania) mediante una discutibile soluzione: si “internazionalizzò“ la città baltica di Danzica, che era tedeschissima date la stragrande maggioranza dei suoi abitanti, la sua storia e le sue tradizioni, strappandola alla madrepatria e ponendola sotto l’egida delle Nazioni Unite. Con ciò il corpo territoriale della Germania si trovava tragicamente spaccato in due: difatti la provincia della Prussia orientale (storicamente la culla dell’unità tedesca) veniva separata dal resto del paese. Col tempo il governo polacco, appunto appoggiato dalle potenze vincitrici del conflitto 1914-18, procedette a una progressiva “polonizzazione” della città, riducendo progressivamente diritti e prerogative degli abitanti tedeschi. Non c’è da meravigliarsi se la gente di Danzica, non meno dei tedeschi dei Sudeti che si erano visti assegnare d’ufficio alla Cecoslovacchia, nutrisse nella sua maggioranza, una viva simpatia nei confronti del movimento nazista che fin dalla sua nascita ne aveva rivendicato con decisione i diritti.

    Alla luce di tutto ciò – e senza nascondersi la natura criminale dello stato nazista e la sua infame legislazione razziale (ma vi erano stati, tra i quali molti americani, in ciò non da meno) – ci si è chiesti se davvero Hitler voleva e aveva pianificato fino dal 1933 la guerra. Si è risposto affermativamente, ma al riguardo molti dubbi permangono. Nel 1961 un celebre e attendibile storico anglosassone, insospettabile si simpatie hitleriane (e anzi filosocialista e pacifista), scrisse un libro famoso, The origins of the Second Worlds War, tradotto in italiano da Laterza: in esso si negavano le intenzioni aggressive di Hitler nei confronti dell’Europa analizzando, tra l’altro, i vari dispositivi militari alla vigilia del conflitto. Ne risultava che inglesi e francesi disponevano di una flotta di bombardieri, mantre i tedeschi avevano solo dei caccia: ed è noto che sono i primi che servono in una guerra offensiva, mentre i secondi sono utili principalmente a difendersi. Più recentemente un intellettuale, uomo politico e scrittore statunitense, Patrick J. Buchanan, ha scritto un best seller sconvolgente, dal titolo Churchill, Hitler, and the unnecessary war. How Britain lost its empire and the West lost the world (New York, Three ivers Press, 2008).

    Il tono del libro del Buchanan è quello di una requisitoria dura e provocatoria: ma i suoi argomenti sono per la verità da tempo noti agli studiosi e in parte anche al grande pubblico. Fino ai primi del Novecento in alcuni alti ambienti politici inglesi e francesi – nei quali era gia presente un protagonista, Winston Churchill – si era pianificato di trascinare a qualunque costo la Germania in una guerra che le avrebbe proibito di divenire la prima potenza economica e industriale del mondo, come essa sembrava avviata ad essere: si era decisi a far di tutto per negare ai tedeschi quel ruolo di potenza-guida che i francesi avevano conosciuto due volte nella storia europea (con Luigi XVI e con Napoleone) e che l’Inghilterra deteneva dal Cinquecento come signora dei mari e dei lontani imperi asiatici.

    I trattati di pace del 1919-20 - una “pace per farla finita con tutte le paci future”, come la si è impietosamente definita - furono anzituto diretti a “punire” la ex-potenza tedesca, a impedirle di risollevarsi e a garantire la sopravvivenza degli imperi coloniali inglese e francese (e qui si gettarono anche le basi dei problemi del Vicino Oriente che ancora pesano sul mondo intero); fu ancora la diplomazia ispirata dal Churchill e sollecitata dal governo statunitense a rompere l’alleanza diplomatica anglogiapponese lasciando con ciò il Giappone isolato e determinandone, come contraccolpo, la febbre nazionalista e antioccidentale. Ma si poteva davvero lasciar Hitler libero di spadroneggiare in Europa centro-orientale? Questo è un altro punto di accanita discussione tra chi sostiene che, una volta lasciato libero – come lo fu nel ’38 – d’impadronirsi di territori come i Sudeti e la Boemia, il Fuhrer non si sarebbe mai saziato; e che egli contravvenne agli imepgni che si era assunto nel ’38 all’atto dei patti di Monaco.

    In realta, Hitler non aveva mai fatto mistero dei suoi obiettivi immediati: e la riunificazione della Germania, quindi la riappropriazione di Danzica e la saldatura tra Germania e Prussia orientale, erano esplicitamente sempre stati nei suoi programmi. Di solito non si dice né che le trattative per Danzica con il governo polacco andavano avanti da anni, né che quest’ultimo mai aveva rinunziato al suo progetto di progressiva polonizzazione della città (contro il dettato statutario che la poneva sotto l’egida delle Nazioni Unite), né che esso aveva sempre disdegnato le pur ampie assicurazioni di libertà economica e commerciale che il governo tedesco gli aveva offerto in cambio del ritorno della citta alla madrepatria. E’ vero: ci si poteva mai fidare di Hitler? Ma è non meno vero che il governo polacco, saldamente tenuto in pugno da un gruppo di militari di estrema destra, non aveva nemmeno consentito nel ’39 all’esercito russo di passare attraverso il suo territorio per schierarsi ai confini con la Germania. I russi al confine tedesco sarebbero stati una garanzia per le potenze occidentali e un deterrente per la Germania. Ma la diplomazia anglofrancese consigliò il governo polacco di non fidarsi dei “comunisti”: e ciò fu la principale ragione per la quale Mosca e Berlino giunsero alla “scandalosa” e “paradossale” conclusione di siglare, il 23 agosto 1939, un trattato di reciproca non-aggressione. Esattamente una settimana dopo, l’esercito tedesco varcò i confini polacchi e si annettè la citta di Danzica. Fedeli alla loro promessa, Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania. Ma se davvero la guerra aveva come posta la liberazione della Polonia, perché le potenze occidentali non la dichiararono anche a Stalin che il 17 settembre, d’accordo con i tedeschi, ne invase la metà orientale?

    Secondo Buchanan, comunque, se Francia e Inghilterra non avessero dichiarato la guerra, si sarebbe arrivati facilmente e per via diplomatica alla delimitazione e alla composizione del conflitto germano-polacco e la Polonia non sarebbe stata invasa dai russi. Certo, il regime nazista sarebbe sopravvissuto in pace: ma non si sarebbe scatenata una guerra che costò milioni di vite umane, la pur dura persecuzione degli ebrei non sarebbe giunta agli orrori della shoah – né avrebbe potuto dispiegarli sull’intera Europa - e col tempo il totalitarismo nazista si sarebbe evoluto, com’è accaduto a quello comunista. Soprattutto – e ciò interessa soprattutto al conservatore Buchanan, - Stalin non sarebbe divenuto dal ’45 in poi padrone di mezza Europa e l’equilibrio coloniale del mondo non sarebbe stato turbato, come invece lo fu dalle conseguenze immediate e remote del conflitto, come la diffusione di ideologie di liberazione nazionale e sociale, magari sotto forma di comunismo o, piu di recente, di “fondamentalismo islamico”. Insomma, né il Giappone né gli Stati Uniti sarebbero scesi in guerra e oggi probabilmente l’Occidente dominerebbe ancora il mondo, ma avrebbe avuto modo di diffondervi con equilibrio e armonia quel sistema democratico che invece, nelle attuali condizioni, non è riuscito a “esportare”. E ci saremmo risparmiati non solo la lunga diarchia sovieto-americana travestita da “guerra fredda”, ma anche l’infausta era dell’unilateralismo della superpotenza statunitense culminata nell’incubo della dementocrazia bushista.

    Fantasie? Certo, quel ch’è fatto è fatto e l’accaduto non si cancella. Ma ormai sappiamo che non è affatto vero (lo ha detto un grande studioso, David S. Landes) che la storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Al contrario, è proprio scrivendola anche al condizionale, è proprio chiedendosi che cosa avrebbe potuto accadere se i fatti avessero preso un’altra piega, che si riesce ad apprezzare nel suo autentico valore la qualità di quel ch’è davvero avvenuto.

    Se ne può trarre una “morale”? Senza dubbio: quella secondo al quale ai fatti del passato è necessario guardare con serietà e con serenità, senza pregiudizi e senza dogmatismi. “Sbattere il mostro” in prima pagina e, soprattutto, attribuire sempre ad altri le colpe di quanto è accaduto e proclamarsene innocenti, non serve. Gli orrori di Stalin e di Hitler non ci assolvono dalle nostre colpe: nè l’uno nè l’altro, ad esempio, sono responsabili del sistematico sistema di sfruttamento al quale il sistema colonialistico, alimentato dalle ideologie liberal-liberiste, ha assoggettato quattro continenti su cinque tra XIX e XX secolo. Qualcuno in vena di dir cattiverie ha sostenuto che la peggior “colpa” dei sistemi totalitari è stata quella di “introiettare” in Europa la violenza che le ben educate democrazie occidentali avevano per secoli imposto al resto del mondo. E’ un giudizio inclemente, forse feroce: ma chi conosce un po’ sul serio la storia avrebbe difficoltà a contestarlo in toto. Rileggetevi alla luce di queste considerazioni l’ultima, splendida e preziosa encicliclica papale: e meditate, gente, meditate.

    Franco Cardini

    Fonte: Franco Cardini

    Viva la Comune

  5. #5
    In memoriam F. Spadafora
    Data Registrazione
    24 Jun 2009
    Messaggi
    883
     Likes dati
    1
     Like avuti
    31
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale

    cardini si conferma un grande professore di storia.

  6. #6
    In memoriam F. Spadafora
    Data Registrazione
    24 Jun 2009
    Messaggi
    883
     Likes dati
    1
     Like avuti
    31
    Mentioned
    6 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rif: La storia rovesciata… Sulle origini della II guerra mondiale

    naturalmente il testo di taylor sulle origini della seconda guerra mondiale non è stato mai ristampato da laterza (come sarebbe oggi impensabile che una rivista come "storia illustrata" pubblicasse l'intervista a faurisson che pubblicò 30 anni fa).

 

 

Discussioni Simili

  1. Storia militare della seconda guerra mondiale.
    Di Bagarospo nel forum Storia
    Risposte: 46
    Ultimo Messaggio: 08-11-13, 22:00
  2. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 21-11-10, 22:12
  3. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 27-05-08, 23:34
  4. Risposte: 69
    Ultimo Messaggio: 12-02-07, 17:46
  5. Le origini della seconda guerra mondiale
    Di marcejap nel forum Storia
    Risposte: 59
    Ultimo Messaggio: 11-05-04, 01:16

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito