

L'arte di essere P.A.




Lorenese, figlio di un notaio, Pierre Gaxotte (1893-1982) avrebbe potuto, alla maniera di suo padre, diventare un repubblicano moderato, magari con quella nota di fervore nazionalista che l'appartenenza regionale e il sostegno al deputato di Bar-le-Duc, André Maginot, ugualmente potevano implicare. Dopo il suo arrivo a Parigi, nel 1914, il giovane Gaxotte fu invece attratto dal nazionalismo reazionario e monarchico dell'Action française. A Parigi, fu allievo dell'école normale supérieure e si formò come storico fino all'agrégation, conseguita nel 1920; fu per un certo periodo anche segretario di Charles Maurras. A lungo poi Gaxotte mantenne dei legami con l'Action française. Amico dell'editore Fayard, al servizio di questi svolse funzioni di responsabile per il settore della stampa periodica e curò una collana di storia. Dal 1930 al 1940 ebbe un ruolo centrale nella direzione di un settimanale fascisteggiante, "Je Suis Partout ". Dopo il 1945, collaborò al "Figaro" e, come aveva già fatto prima della guerra, affiancò all'attività giornalistica la composizione di sintesi storiche. Nel 1953 fu eletto all'Académie francaise.
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Gaxotte
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Quella sulla Rivoluzione francese fu la prima delle sintesi storiche pubblicate da Gaxotte. Il libro uscì nel 1928, con una dedica a Georges Dumézil. E' stato poi oggetto di regolari ristampe. Nel 1947 e nel 1970 ci furono delle edizioni rivedute, ma la linea interpretativa originariamente adottata rimase la stessa. Gaxotte dava una forma divulgativa aggiornata e in fin dei conti omogenea alle tesi della scuola reazionaria sulla storia della Rivoluzione. Anche nell'ultima edizione il libro continua poi a recare le tracce del periodo in cui è apparso per la prima volta: per più di un aspetto fa pensare a realtà della Terza Repubblica e soprattutto a un quadro storico dominato sullo sfondo dall'ancora recente novità della Rivoluzione bolscevica. Danton si trova a rappresentare "un tipo moderno di politicante scaltro, scettico e gaudente, che ama il potere e se ne sa servire". La Gironda è assimilata al radicalismo parlamentare. Al giacobino del 1793 è attribuita la qualifica di "socialista"; ma la Montagna sarebbe andata a poco a poco verso il "comunismo dittatoriale" sotto l'influenza degli Enragés.
Lo scivolamento a sinistra non si è fermato alla "Rivoluzione "borghese""; ancora nell'edizione del 1947 si menzionava a questo punto la " Rivoluzione "proletaria" " come ulteriore stadio pure raggiunto; del resto il capitolo XII, che tratta della situazione generale sotto il potere giacobino, si intitola semplicemente: Il terrore comunista. Le difficoltà economiche del paese dopo Termidoro sono messe totalmente sul conto del regime precedente: "Il comunismo aveva lasciato dietro di sé solo rovine".
La Révolution francaise di Gaxotte non ha un apparato di note e non si basa in alcun modo sulla consultazione di fonti inedite. Numerosi sono tuttavia gli autori citati direttamente nel corso dell'esposizione, e i più citati non sono necessariamente poi quelli più seguiti sulle questioni di fondo. Mathiez è nominato otto volte, più di Bainville (2) e Cochin (3) messi insieme; nell'edizione del 1947 era tenuto presente Labrousse; nel 1970 sono stati accolti elementi ricavati dai lavori di G. Lefebvre, Soboul e Cobb. Il debito di Gaxotte verso Cochin in particolare è molto più ampio di quello che il numero dei rimandi espliciti fa apparire. Lo stesso Maurras non è mai neppure menzionato: eppure la sua influenza resta chiaramente sensibile su vari punti; essa è assai probabile perfino nel ricorso - che in apparenza ha un tutt'altro colore - a una precisa citazione di Jaurès. Fra gli storici i cui giudizi sono apertamente ripresi e condivisi, ai primi posti occorre mettere Taine e Albert Sorel; fra i politici e gli osservatori dell'epoca, Malouet, Mallet du Pan e Rivarol.
[link: http://www.lastoria.org/ststinter/gaxotte.htm]
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Dell'Antico Regime, Gaxotte offre un'immagine globalmente positiva; l'edificio, che "cinquanta generazioni" avevano costruito in "oltre quindici secoli", dava un'idea di agiatezza ("était cossu"). Il capitolo sugli avvenimenti che vanno dalle elezioni per gli Stati generali all'ottobre 1789 ha un titolo eloquente, che ricorda l'interpretazione di Taine: L'anarchia. Scomparso Mirabeau, che del resto appare come un profeta inascoltato, la Rivoluzione procede di aberrazione in aberrazione. Avanza guidata dalla formula: niente nemici a sinistra. Ad ogni tappa, la tendenza politica dominante si illude di rappresentare il punto finale di arrivo. Ma la Rivoluzione non si ferma prima di aver sviluppato i suoi principi fino alle loro estreme conseguenze. Alla fine, "stretta da difficoltà insormontabili ... ucciderà se stessa uccidendo Robespierre".
Ai maggiori personaggi sono consacrati nel libro dei ritratti variamente lunghi. Il più lungo è proprio quello di Robespierre, e trabocca di velenosa perfidia. Quanto a Marat, se nell'edizione del 1970 non è più "sifilitico fino al midollo", ha però sempre un gusto esasperato "della battaglia e del crimine". Il rivoluzionario che in assoluto ha diritto al trattamento migliore è Carnot, la cui figura è tutta proiettata sullo sfondo dell'Antico Regime: "Quarantenne, figlio di un notaio, cavaliere dell'ordine militare di San Luigi, usciva dal corpo degli ingegneri militari, che rappresentava l'élite intellettuale del vecchio esercito". Il collega di Robespierre svanisce dietro l'erede di Vauban, realmente evocato poco dopo.
Nell'economia generale dell'opera, gli anni che vanno dalla caduta di Robespierre all'ascesa di Bonaparte al potere occupano uno spazio molto ridotto (circa un sesto del totale). Alla fine Gaxotte sembra ridurre la Rivoluzione e la stessa età napoleonica a un'inutile peripezia sulla via della Restaurazione: "I dottrinari del 1789 avevano voluto rigenerare l'umanità e ricostruire il mondo. Per sfuggire ai Borboni, i dottrinari del 1799 erano ridotti a consegnarsi a una sciabola". Sono le ultime parole del libro. Ma Gaxotte, prima, ha mostrato di capire anche le ragioni reali della scelta compiuta dai " dottrinari " del 1799: Bonaparte " salvò della Rivoluzione tutto ciò che di essa poteva essere salvato: la mistica, il personale, la politica estera, il cosmopolitismo, l'organizzazione sociale".
Il libro ha avuto una grande diffusione in passato e continua a trovare lettori ancor oggi. E scritto in uno stile chiaro, elegante, a tratti anche vigoroso. Gaxotte guarda alla Rivoluzione con gli occhi di un avversario che si vuole lucido, ma che tuttavia rimane legato a tutta una serie di mitologie prodotte dalla sua parte politica. Nelle sue scelte positive, si muove fra il dispotismo illuminato e l'accettazione di una rappresentanza nazionale consultiva secondo il programma che attribuisce a Mirabeau. Ostile agli aristocratici emigrati, mostra poi di apprezzare l'azione svolta sotto il Direttorio dall'ispiratore del nuovo stato maggiore monarchico, d'André, che "aveva cercato di por fine alla Rivoluzione per vie pacifiche e costituzionali" e "non c'era riuscito per l'eterna debolezza dei moderati, sempre divisi, sempre timidi, sempre rivali". Nei suoi giudizi negativi, Gaxotte tende a riflettere, anche con l'aiuto di testimoni a lui vicini per sensibilità politica, l'atteggiamento di un saggio rentier che ha dovuto subire gli avvenimenti. E, nel riflettere questo tipo di atteggiamento, trova molte volte un tono persuasivo di sincerità.
Gaxotte
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ottimo testo...
fu il primo libro che mi fece leggere la persona che poi mi fece "scoprire" Evola e tutto il resto!![]()


Molto interessante. E' citato persino in "Rivolta Contro il Mondo Moderno" di Evola.
Lo leggerò.![]()


letto e approvato.
hefico:


Imperdibile.


A casa di un conoscente ho trovato la prima versione in italiano - vecchio, tutto ingiallito ed usurato...troppo reazionario () - addirittura nel titolo c'è scritto Piero Gaxotte al posto di Pierre.
Vedo se riesco a rubarlo :gluglu: