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  1. #1
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    Predefinito 5 anni fa il Campanile e gli otto "patrioti".

    Alle ore 21 dell' 8 maggio del 1997 otto "patrioti" veneti si apprestarono, in uno slancio di romantico idealismo, a partite per Venezia. Alle 5, 30 del mattino del 9 un bellissimo stendardo del Leone sventolava dal Campanile di San Marco. Per pochissimi istanti il Veneto tornò libero. Grazie e un ' ennesimo IO NON DIMENTICO.
    Wotan%

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  2. #2
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    Predefinito

    E pensare che sembrava così vicino il traguardo...poi la svolta

  3. #3
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    Predefinito Re: 5 anni fa il Campanile e gli otto "patrioti".

    Originally posted by Wotan
    Alle ore 21 dell' 8 maggio del 1997 otto "patrioti" veneti si apprestarono, in uno slancio di romantico idealismo, a partite per Venezia. Alle 5, 30 del mattino del 9 un bellissimo stendardo del Leone sventolava dal Campanile di San Marco. Per pochissimi istanti il Veneto tornò libero. Grazie e un ' ennesimo IO NON DIMENTICO.
    Wotan%

    neppure io dimentico, caro Wotan, e neppure qualcun'altro......credimi, ho assistito ieri sera ad un programma di telenuovo, con la presenza di Boso e ti posso garantire che mi ha commosso e fatto rabbrividire tanta era la sua foga in difesa dei Serenissimi, e contro il fratello di Massimo Cacciari, il quale li paragonava ai delinquenti clandestini, perchè, sosteneva che i Serenissimi avevano le armi.
    Boso ha urlato come un matto in loro difesa, lo studio era ammutolito, e per fortuna il conduttore lo ha lasciato parlare.
    Come vedi Wotan, siamo ancora in tanti a ricordarli con affetto e gratitudine i nostri cari fratelli veneti.....
    ----------pensiero------------

    P.S.: Io non è che abbia particolare simpatia per Boso, ma oltre ad essere un sanguigno, è anche uno di noi, un popolano, dimenticavo di dirvi che in studio c'era tal ex dicci Gottardo beh.....stendiamo un velo pietoso su quello che ha detto, mentre il rappresentante dei Ds credo Armano, vista la mal parata dopo circa una decina di minuti si è alzato e se n'è andato..

  4. #4
    VENETO LÌBARO
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    Predefinito

    un saluto e un Grazie agli amici Serenissimi

  5. #5
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    Predefinito



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  6. #6
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    Predefinito

    Un grazie sincero ai Serenissimi per il loro coraggio e la loro follia. Quel giorno, 5 anni fa, l'intera Padania è tremata.

  7. #7
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    Post Serenissimi: L'anniversario che nessuno vuol ricordare

    di Alberto Mingardi

    articolo apparso l'8 maggio sul quotidiano indipendente Libero

    Questa settimana ricorre un anniversario particolare.
    Non è quello di una vittoria militare, non c'entra il compleanno di una figure illustre.
    Il 9 maggio, cinque anni fa, Gilberto Buson, Cristian Contin, Flavio Contin, Antonio Barison, Luca Peroni, Moreno Menini,
    Fausto Faccia, Andrea Viviani e a distanza, col cannocchiale Bepìn Segato e Luigi Faccia, s'arrampicavano su un simbolo, espugnavano la storia. Sbarcati in piazza San Marco su un improbabile "blindato", i Serenissimi riuscirono a intrufolarsi nel campanile, a salire fino in cima e sventolare, per una volta ancora, il vessillo col Leone alato.
    Il tutto era stato apparecchiato attraverso alcuni segnali pirata, messaggi clandestini che avevano spodestato delle sue tronfie frequenze la tv di Stato: e dato una voce, per quanto gracchiante e surreale, al popolo veneto.
    Quel giorno ci svegliammo con "la patria in pericolo", e andammo a letto con il sorriso sulle labbra, era stata una "carnevalata"
    e nulla più. Sì, ma ai monellacci è costata cara. Hanno pagato quel sussulto del cuore mentre si osserva l'ondeggiare lieve di una bandiera: una bandiera impossibile, per noi che siamo incatenati al tricolore.
    Sono passati cinque anni, e sembra un secolo. Era un'altra Italia quella che per metà spiava scandalizzata questi ipotetici moti veneziani, e per l'altra metà si entusiasmava e li applaudiva. La Facco Editore diede alle stampe un libriccino, "Ti con nu nu con Ti" che raccoglie i saluti, le strette di mano e le pacche sulle spalle spediti agli "eroi" finiti in carcere.
    "A Venezia il governo, Roma all'inferno". "Gli onesti in galera, i ladroni a spasso con stipendio statale".
    "Il coraggio è di pochi, grazie". Messaggi semplici, come la gente che li scrisse, il riconoscimento implicito di un'ingiustizia e di
    un diritto assieme.
    L'ingiustizia di chi sbatte dietro le sbarre un uomo perché non la pensa come lui.
    Il diritto di un popolo di dire basta alle angherie di uno Stato predatore.
    L'aveva già scolpito, nella "Dichiarazione d'Indipendenza", Thomas Jefferson: i governi "derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati" e "ogni qual volta una qualsiasi forma di governo tende a negare tali fini (opprimere anziché proteggere, cioè, le libertà individuali) è diritto del popolo modificarlo o distruggerlo". Anche adesso che siamo tutti americani, queste parole di Jefferson, che aprirono il cuore e affilarono la spada ai coloni nel 1776, ci rifiutiamo di ascoltarle. Come continuiamo a girare attorno al problema fondamentale che i Serenissimi gettavano sul piatto. Sta tutto racchiuso in una parola: secessione. Argomento tabù.
    Parlare di secessione, però, è l'indispensabile premessa per discutere di federalismo. Federalismo che viene da "foedus", patto. E quello che col federalismo entità diverse stringono è appunto un patto, un contratto.
    Ma che contratto è se non ho la libertà di rinegoziarlo, di tirarmi indietro?
    La scommessa del federalismo è costringere la politica a giocare con le regole del mercato.
    Per stare "con chi si vuole e con chi ci vuole" (diceva Miglio), c'è bisogno di discutere, se non altro per capire chi ci vuole e chi no. E non può essere un matrimonio religioso, finché morte non ci separi, perché i popoli non sono uomini, ma milioni di uomini che si susseguono come un fiume nella storia, e prima ancora che ogni generazione: ogni individuo deve poter impugnare il patto che lo lega alla comunità.
    Queste verità le riaffermò, in un suo bellissimo fondo sul "Giornale" all'epoca diretto da Vittorio Feltri, Sergio Ricossa.
    Ricossa spiegava ai lettori che, come spesso accade, gli americani non ci avrebbero capito. Che "essere governati da Venezia sia meglio che esserlo da Roma" è "una presunzione che perfino i romani avrebbero difficoltà a confutare".
    Figurarsi un cittadino statunitense, figlio di un Paese che è nato da una secessione e che per metà, quel Sud abbattuto ma non sconfitto da Lincoln, la secessione la sogna ancora. Ecco, se questi erano pensieri scomodi allora, guardiamoci attorno.
    La Lega ha vinto le elezioni: sì, mai visti tanti tricolori per strada. Di federalismo l'ultima volta che se ne è parlato è stato per il referendum su quell'aborto di riforma sponsorizzata dall'Ulivo.
    Al governo c'è la casa delle libertà, ma nel novero la libertà di Luigi Faccia e Bepìn Segato non è compresa.
    Ricossa suggeriva "ai nostri giovani più impazienti di raggiungere i giovani sudisti", nel caso in cui la "scossa decisiva, quella che sgretolerà del tutto il nostro già abbondantemente fessurato edificio statale" dovesse tardare. Abbiamo aspettato cinque anni. Forse è il momento di prenotare il biglietto.

  8. #8
    Veneta sempre itagliana mai
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    Predefinito Re: Serenissimi: L'anniversario che nessuno vuol ricordare

    Originally posted by Österreicher
    di Alberto Mingardi

    articolo apparso l'8 maggio sul quotidiano indipendente Libero

    Questa settimana ricorre un anniversario particolare.
    Non è quello di una vittoria militare, non c'entra il compleanno di una figure illustre.
    Il 9 maggio, cinque anni fa, Gilberto Buson, Cristian Contin, Flavio Contin, Antonio Barison, Luca Peroni, Moreno Menini,
    Fausto Faccia, Andrea Viviani e a distanza, col cannocchiale Bepìn Segato e Luigi Faccia, s'arrampicavano su un simbolo, espugnavano la storia. Sbarcati in piazza San Marco su un improbabile "blindato", i Serenissimi riuscirono a intrufolarsi nel campanile, a salire fino in cima e sventolare, per una volta ancora, il vessillo col Leone alato.
    Il tutto era stato apparecchiato attraverso alcuni segnali pirata, messaggi clandestini che avevano spodestato delle sue tronfie frequenze la tv di Stato: e dato una voce, per quanto gracchiante e surreale, al popolo veneto.
    Quel giorno ci svegliammo con "la patria in pericolo", e andammo a letto con il sorriso sulle labbra, era stata una "carnevalata"
    e nulla più. Sì, ma ai monellacci è costata cara. Hanno pagato quel sussulto del cuore mentre si osserva l'ondeggiare lieve di una bandiera: una bandiera impossibile, per noi che siamo incatenati al tricolore.
    Sono passati cinque anni, e sembra un secolo. Era un'altra Italia quella che per metà spiava scandalizzata questi ipotetici moti veneziani, e per l'altra metà si entusiasmava e li applaudiva. La Facco Editore diede alle stampe un libriccino, "Ti con nu nu con Ti" che raccoglie i saluti, le strette di mano e le pacche sulle spalle spediti agli "eroi" finiti in carcere.
    "A Venezia il governo, Roma all'inferno". "Gli onesti in galera, i ladroni a spasso con stipendio statale".
    "Il coraggio è di pochi, grazie". Messaggi semplici, come la gente che li scrisse, il riconoscimento implicito di un'ingiustizia e di
    un diritto assieme.
    L'ingiustizia di chi sbatte dietro le sbarre un uomo perché non la pensa come lui.
    Il diritto di un popolo di dire basta alle angherie di uno Stato predatore.
    L'aveva già scolpito, nella "Dichiarazione d'Indipendenza", Thomas Jefferson: i governi "derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati" e "ogni qual volta una qualsiasi forma di governo tende a negare tali fini (opprimere anziché proteggere, cioè, le libertà individuali) è diritto del popolo modificarlo o distruggerlo". Anche adesso che siamo tutti americani, queste parole di Jefferson, che aprirono il cuore e affilarono la spada ai coloni nel 1776, ci rifiutiamo di ascoltarle. Come continuiamo a girare attorno al problema fondamentale che i Serenissimi gettavano sul piatto. Sta tutto racchiuso in una parola: secessione. Argomento tabù.
    Parlare di secessione, però, è l'indispensabile premessa per discutere di federalismo. Federalismo che viene da "foedus", patto. E quello che col federalismo entità diverse stringono è appunto un patto, un contratto.
    Ma che contratto è se non ho la libertà di rinegoziarlo, di tirarmi indietro?
    La scommessa del federalismo è costringere la politica a giocare con le regole del mercato.
    Per stare "con chi si vuole e con chi ci vuole" (diceva Miglio), c'è bisogno di discutere, se non altro per capire chi ci vuole e chi no. E non può essere un matrimonio religioso, finché morte non ci separi, perché i popoli non sono uomini, ma milioni di uomini che si susseguono come un fiume nella storia, e prima ancora che ogni generazione: ogni individuo deve poter impugnare il patto che lo lega alla comunità.
    Queste verità le riaffermò, in un suo bellissimo fondo sul "Giornale" all'epoca diretto da Vittorio Feltri, Sergio Ricossa.
    Ricossa spiegava ai lettori che, come spesso accade, gli americani non ci avrebbero capito. Che "essere governati da Venezia sia meglio che esserlo da Roma" è "una presunzione che perfino i romani avrebbero difficoltà a confutare".
    Figurarsi un cittadino statunitense, figlio di un Paese che è nato da una secessione e che per metà, quel Sud abbattuto ma non sconfitto da Lincoln, la secessione la sogna ancora. Ecco, se questi erano pensieri scomodi allora, guardiamoci attorno.
    La Lega ha vinto le elezioni: sì, mai visti tanti tricolori per strada. Di federalismo l'ultima volta che se ne è parlato è stato per il referendum su quell'aborto di riforma sponsorizzata dall'Ulivo.
    Al governo c'è la casa delle libertà, ma nel novero la libertà di Luigi Faccia e Bepìn Segato non è compresa.
    Ricossa suggeriva "ai nostri giovani più impazienti di raggiungere i giovani sudisti", nel caso in cui la "scossa decisiva, quella che sgretolerà del tutto il nostro già abbondantemente fessurato edificio statale" dovesse tardare. Abbiamo aspettato cinque anni. Forse è il momento di prenotare il biglietto.
    Grazie Osterreicher, grazie di cuore, ho letto tutto d'un fiato

    ---------pensiero--------

  9. #9
    a mia insaputa
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    Predefinito 5 anni ma..

    ..non sono mai scesi.


    Se vedòm
    Se vedòm!

  10. #10
    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito Re: 5 anni fa il Campanile e gli otto "patrioti".

    Originally posted by Wotan
    Alle ore 21 dell' 8 maggio del 1997 otto "patrioti" veneti si apprestarono, in uno slancio di romantico idealismo, a partite per Venezia. Alle 5, 30 del mattino del 9 un bellissimo stendardo del Leone sventolava dal Campanile di San Marco. Per pochissimi istanti il Veneto tornò libero. Grazie e un ' ennesimo IO NON DIMENTICO.
    Wotan%

    Ricordo bene quel giorno,ero a militare,di guardia alla carraia....
    Nel corpo guardia c'era una talevisione e quel mattino qualcuno stava guardando il tg5,io mezzo addormentato ancora nel letto ho cominciato a sentire mezze frasi a proposito di un commando armato che ha assaltato il campanile di S.Marco e cose simili....mi alzo di corsa e vado a guardare il tg,non riuscendo a credere a quello che era capitato,sentendo le parole "armi e armati" ho subito pensato che fosse una cosa organizzata da qualcuno agli "alti comandi di roma"(non ho pensato questo perchè l'ha detto Bossi) per dare contro la Lega e soprattutto contro la Padania,per additarci subito tutti come novelli etarra o novelli guerriglieri dell'IRA.
    Vado di corsa a telefonare ai miei a casa,chiedendogli di informarsi,di accendere radio padania,di comprare qualche giornale,ecc....il resto si sà....
    Ma c'è una cosa,legata a questa....
    Chi di voi si ricorda quella mitica partita di coppa itaglia,pochi giorni dopo l'assalto al campanile(lo sò,calcio,ma ci riguarda) VICENZA -napoli....dove dagli spalti Vicentini si vedevano bandiere Padana,il pubblico che inneggiava al "VENETO!LIBERO!"....dio come ricordo quella partita,è l'unica partita di calcio che ricordo così bene(non tifo nemmeno Vicenza:-))
    Saluti Padani

 

 
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