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  1. #1
    Le fondamenta di POL
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    Post Serenissimi: l'anniversario che nessuno vuol ricordare

    di Alberto Mingardi

    articolo apparso l'8 maggio sul quotidiano indipendente Libero

    Questa settimana ricorre un anniversario particolare.
    Non è quello di una vittoria militare, non c'entra il compleanno di una figure illustre.
    Il 9 maggio, cinque anni fa, Gilberto Buson, Cristian Contin, Flavio Contin, Antonio Barison, Luca Peroni, Moreno Menini,
    Fausto Faccia, Andrea Viviani e a distanza, col cannocchiale Bepìn Segato e Luigi Faccia, s'arrampicavano su un simbolo, espugnavano la storia. Sbarcati in piazza San Marco su un improbabile "blindato", i Serenissimi riuscirono a intrufolarsi nel campanile, a salire fino in cima e sventolare, per una volta ancora, il vessillo col Leone alato.
    Il tutto era stato apparecchiato attraverso alcuni segnali pirata, messaggi clandestini che avevano spodestato delle sue tronfie frequenze la tv di Stato: e dato una voce, per quanto gracchiante e surreale, al popolo veneto.
    Quel giorno ci svegliammo con "la patria in pericolo", e andammo a letto con il sorriso sulle labbra, era stata una "carnevalata"
    e nulla più. Sì, ma ai monellacci è costata cara. Hanno pagato quel sussulto del cuore mentre si osserva l'ondeggiare lieve di una bandiera: una bandiera impossibile, per noi che siamo incatenati al tricolore.
    Sono passati cinque anni, e sembra un secolo. Era un'altra Italia quella che per metà spiava scandalizzata questi ipotetici moti veneziani, e per l'altra metà si entusiasmava e li applaudiva. La Facco Editore diede alle stampe un libriccino, "Ti con nu nu con Ti" che raccoglie i saluti, le strette di mano e le pacche sulle spalle spediti agli "eroi" finiti in carcere.
    "A Venezia il governo, Roma all'inferno". "Gli onesti in galera, i ladroni a spasso con stipendio statale".
    "Il coraggio è di pochi, grazie". Messaggi semplici, come la gente che li scrisse, il riconoscimento implicito di un'ingiustizia e di
    un diritto assieme.
    L'ingiustizia di chi sbatte dietro le sbarre un uomo perché non la pensa come lui.
    Il diritto di un popolo di dire basta alle angherie di uno Stato predatore.
    L'aveva già scolpito, nella "Dichiarazione d'Indipendenza", Thomas Jefferson: i governi "derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati" e "ogni qual volta una qualsiasi forma di governo tende a negare tali fini (opprimere anziché proteggere, cioè, le libertà individuali) è diritto del popolo modificarlo o distruggerlo". Anche adesso che siamo tutti americani, queste parole di Jefferson, che aprirono il cuore e affilarono la spada ai coloni nel 1776, ci rifiutiamo di ascoltarle. Come continuiamo a girare attorno al problema fondamentale che i Serenissimi gettavano sul piatto. Sta tutto racchiuso in una parola: secessione. Argomento tabù.
    Parlare di secessione, però, è l'indispensabile premessa per discutere di federalismo. Federalismo che viene da "foedus", patto. E quello che col federalismo entità diverse stringono è appunto un patto, un contratto.
    Ma che contratto è se non ho la libertà di rinegoziarlo, di tirarmi indietro?
    La scommessa del federalismo è costringere la politica a giocare con le regole del mercato.
    Per stare "con chi si vuole e con chi ci vuole" (diceva Miglio), c'è bisogno di discutere, se non altro per capire chi ci vuole e chi no. E non può essere un matrimonio religioso, finché morte non ci separi, perché i popoli non sono uomini, ma milioni di uomini che si susseguono come un fiume nella storia, e prima ancora che ogni generazione: ogni individuo deve poter impugnare il patto che lo lega alla comunità.
    Queste verità le riaffermò, in un suo bellissimo fondo sul "Giornale" all'epoca diretto da Vittorio Feltri, Sergio Ricossa.
    Ricossa spiegava ai lettori che, come spesso accade, gli americani non ci avrebbero capito. Che "essere governati da Venezia sia meglio che esserlo da Roma" è "una presunzione che perfino i romani avrebbero difficoltà a confutare".
    Figurarsi un cittadino statunitense, figlio di un Paese che è nato da una secessione e che per metà, quel Sud abbattuto ma non sconfitto da Lincoln, la secessione la sogna ancora. Ecco, se questi erano pensieri scomodi allora, guardiamoci attorno.
    La Lega ha vinto le elezioni: sì, mai visti tanti tricolori per strada. Di federalismo l'ultima volta che se ne è parlato è stato per il referendum su quell'aborto di riforma sponsorizzata dall'Ulivo.
    Al governo c'è la casa delle libertà, ma nel novero la libertà di Luigi Faccia e Bepìn Segato non è compresa.
    Ricossa suggeriva "ai nostri giovani più impazienti di raggiungere i giovani sudisti", nel caso in cui la "scossa decisiva, quella che sgretolerà del tutto il nostro già abbondantemente fessurato edificio statale" dovesse tardare. Abbiamo aspettato cinque anni. Forse è il momento di prenotare il biglietto.

    •   Alt 

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  2. #2
    Moderatore
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    grazie per aver postato l'articolo.
    Lo puoi postare anche su Padania?
    saluti padani

  3. #3
    Le fondamenta di POL
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    Originally posted by PINOCCHIO
    grazie per aver postato l'articolo.
    Lo puoi postare anche su Padania?
    saluti padani
    Fatto

  4. #4
    I Have a Dream
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    Potresti non postarlo in questo forum? Grazie.
    Se vuoi amarmi, amami per null'altro che l'amore stesso.
    Non dire mai " io l'amo per il suo sorriso, il volto, il modo di parlare " perchè queste cose col tempo possono cambiare, o cambiare per te.

  5. #5
    I Have a Dream
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    E' solamente una battuta di pessimo gusto, prendetela come tale.

    Nei limiti nel possibile, mi unisco anch'io al ricordo dell'anniversario, stappando una buona bottiglia...

    Buonanotte.
    Se vuoi amarmi, amami per null'altro che l'amore stesso.
    Non dire mai " io l'amo per il suo sorriso, il volto, il modo di parlare " perchè queste cose col tempo possono cambiare, o cambiare per te.

  6. #6
    Estremista della libertà
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    Predefinito Re: Serenissimi: l'anniversario che nessuno vuol ricordare

    Bell'articolo davvero. Non mi era sfuggito martedì, hai fatto bene a postarlo.

  7. #7
    Estremista della libertà
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    Originally posted by Sir Demos
    Potresti non postarlo in questo forum? Grazie.

  8. #8
    Estremista della libertà
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    Originally posted by Sir Demos
    E' solamente una battuta di pessimo gusto, prendetela come tale.
    Ri

    Moderatoreeeee:

  9. #9
    I Have a Dream
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    Se vuoi amarmi, amami per null'altro che l'amore stesso.
    Non dire mai " io l'amo per il suo sorriso, il volto, il modo di parlare " perchè queste cose col tempo possono cambiare, o cambiare per te.

  10. #10
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    Ridateci il nostro carro armato»
    L’assalto a San Marco cinque anni dopo Il 9 maggio 1997, Moreno Menini studente veronese di economia aveva appena compiuto vent’anni. Era il più giovane degli otto indipendentisti che avevano preso di mira lo storico companile. Dopo aver patteggiato a Mestre, ha chiuso la sua vicenda giudiziaria con altri sei mesi di reclusione per aver fatto parte del Veneto Serenissimo Governo. Oggi rivela alcuni retroscena che non sono mai stati raccontati

    Potrebbe essere usato come cimelio e chi ne ha voglia lo potrebbe anche visitare



    di Luigi Grimaldi
    Esattamente cinque anni fa, il 9 maggio 1997, quando assaltò il campanile di San Marco a Venezia, Moreno Menini, studente veronese di economia e commercio che vive a Mezzane, aveva 20 anni. È il più giovane degli otto indipendentisti e, dopo aver patteggiato due anni al processo di Mestre, ha chiuso la sua vicenda giudiziaria patteggiando altri sei mesi di reclusione per aver fatto parte del Veneto Serenissimo Governo. In questa intervista, esattamente a cinque anni dal clamoroso assalto, Menini rivela alcuni retroscena delle gesta del suo gruppo mai raccontati finora.
    - Come entrò in contatto con il Veneto Serenissimo Governo?
    «Frequentavo Colognola ai Colli e alcuni amici sapevano che mi stavo interessando di questioni sull’autonomia del Veneto. Così mi chiesero se avevo le stesse idee di Luca Peroni e Andrea Viviani, che allora non conoscevo. Mi misi in contatto con loro e poi conobbi gli altri».
    - Suo padre era democristiano e consigliere comunale. Prima che morisse, aveva mai espresso con lui queste sue simpatie politiche?
    «No, perché mi avvicinai dopo la sua morte all’ideologia autonomista. Qualche volta ho scritto al professor Miglio che mi rispose. Però non credo che ci sarebbero stati problemi con mio padre. Ilvo Diamanti ha scritto che in fondo la Dc è stata "il partito del consenso etnico" e teorizzava il fatto che, attraverso i rappresentanti locali, c’era la possibilità di ottenere più vantaggi dal potere centrale di Roma. E poi la Dc non era un partito classista, come il partito liberale, per esempio. Rappresentava un po’ tutti».
    - Perché decideste di anticipare l’assalto che invece, come propagandavate con le interferenze audio sui Tg della Rai, avreste dovuto compiere il 12 maggio 1997, nel bicentenario della caduta della Serenissima?
    «La scelta era nell’aria dopo il fermo di Fausto Faccia, capo del nostro gruppo, ad aprile. Gli investigatori erano convinti che fosse lui il famoso "pirata" delle interferenze sui Tg Uno delle 20. Così, per evitare di essere scoperti prima, preferimmo agire nella notte tra l’8 e il 9 maggio».
    - C’è un particolare che non ha mai raccontato?
    «Sì, riguarda proprio il fermo di Fausto ad aprile. Sapevamo che era stato convocato dal magistrato per essere interrogato e così, proprio nell’orario in cui lui si trovava di fronte agli investigatori, organizzammo un’interferenza sui canali televisivi della Rai. A quel punto, dovettero rilasciarlo. Perché se lui era lì, davanti a loro, non poteva certo essere il "pirata". Sapevamo però che l’avrebbero seguito».
    - Lei ha 25 anni. Com’è cambiata la sua vita da quel giorno?
    «A parte il fatto che spero di laurearmi entro breve tempo, non è cambiata molto. Gli amici sono rimasti sempre gli stessi, e, se qualcuno che conosco da poco viene a sapere cosa ho fatto, magari approva o disapprova, ma nei rapporti personali non noto atteggiamenti legati a quella scelta».
    - Lei lo rifarebbe?
    «Certo».
    - Cioè trascorrerebbe ancora mesi in carcere?
    «L’arresto era preventivato. Quando decidemmo di assaltare il campanile di San Marco, sapevamo che avremmo rischiato di finire in carcere, ne eravamo tutti consapevoli».
    - E oggi, nell’attuale situazione politica, servirebbe un’azione così eclatante?
    «Io credo di sì. I problemi che volevamo mettere in luce cinque anni fa ci sono ancora, non sono stati risolti».
    - Però oggi c’è la Lega al governo...
    «Non mi sembra che la situazione sia cambiata. Non basta cambiare governi, noi abbiamo una posizione chiara sull’autonomia del Veneto».
    - Lei svolge attività politica?
    «Non faccio attività partitica. Abbiamo dato vita ad un gruppo che si chiama "Milizia Veneta". Ne fanno parte giovani che, attraverso rievocazioni storiche in costume, cercano di risvegliare l’orgoglio veneto».
    - Lei sa che a livello internazionale c’è una lista di gruppi considerati terroristici. Non pensa che il Veneto Serenissimo Governo possa già essere inserito in quell’elenco?
    «Lo temo e penso che non sarebbe affatto giusto. Anzi, aspetto ancora che l’attuale governo italiano prenda finalmente una posizione sull’assalto al campanile di San Marco e che dica chiaramente che noi non siamo eversori».
    - Scusi, come si fa a dire che non ci fu eversione se invece la vostra posizione era proprio quella di sottrarre una fetta di territorio, cioè il Veneto, al controllo dello Stato italiano?
    «Gli atti illeciti di Venezia sono sicuramente innegabili, ma non fanno parte di una sfera terroristica o eversiva. C’è solo un problema politico e cioè bisogna chiarire se i veneti possano o meno tornare in possesso del loro territorio».
    - E al governo attuale cosa chiederebbe ancora?
    «Di restituirci le nostre cose sequestrate cinque anni fa».
    - Cosa?
    «Prima di tutto il "Tanko", cioè il carro armato che portammo a San Marco».
    - Scusi Menini, ma lei e i suoi amici perché lo rivolete e cosa ve ne fate del carro armato?
    «Lo rivogliamo perché è nostro e basta. E poi perché potremmo usarlo come nostro cimelio, una specie di monumento, che può essere visitato da chi ha voglia di vedere com’è fatto e per ricordare quel fatidico 9 maggio».

 

 
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