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  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito 247 Professori universitari israeliani appoggiano riservisti obiettori

    Un gruppo di 247 professori di diverse università israeliane ha sottoscritto una petizione a sostegno dei loro studenti che, come riservisti, rifiutano di prestare servizio nei Territori palestinesi, impegnandosi ad aiutarli a far fronte ai problemi accademici, amministrativi e finanziari che potrebbero incontrare a causa della protesta. Lo ha reso noto ieri il sito internet dei "refusenik", i riservisti protestatari. Nella petizione, i professori esprimono apprezzamento per «il coraggio, l'integrità e il sacrificio degli obiettori di coscienza» e annunciano di voler «mostrare uguale coraggio, integrità e sacrificio per appoggiarli e difenderli». I firmatari della petizione affermano quindi che «per 35 anni, un intero popolo», quello palestinese, «è stato privato dei diritti umani basilari» e auspicano una «dichiarazione israeliana per la fine dell'occupazione» dei Territori, «accompagnata da un'azione appropriata, se necessario unilaterale». Riecheggiando la lettera sottoscritta dai 457 riservisti che hanno finora rifiutato di prestare servizio nei Territori palestinesi, i professori universitari dichiarano poi che «l'attuale guerra non viene combattuta per la nostra casa, ma per gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e Striscia di Gaza e per continuare l'oppressione di un altro popolo». Al momento, 41 tra soldati e ufficiali della riserva sono detenuti per aver aderito al movimento di protesta.

  2. #2
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Intervista con Anat Biletzky

    Parla uno dei professori schierati con i Refuseniks: «Il nostro sostegno agli obiettori di coscienza»

    "Lettera aperta" dalle università.



    Ivan Bonfanti

    Il giorno che l'appello gli è arrivato sul tavolo la ministra dell'Educazione Livnat, "lady di ferro" della destra israeliana, ha chiesto al ministro della Giustizia che contro «quei traditori» fosse aperto un processo per "istigazione alla ribellione". Il giorno dopo sul tavolo della professoressa Anat Biletzky, professoressa di filosofia alla Tel Aviv University e una promotrice della "lettera aperta" pubblicata da esponenti del mondo accademico israeliano e causa di molti mal di pancia all'interno del governo, sono arrivate altre 200 nuove firme. «Sì, è stata una sorpresa anche per me - spiega la professoressa Biletzky a Liberazione - e anche la prova che questo Paese ha ancora degli anticorpi contro il clima da "caccia alle streghe" streghe che alcuni vorrebbero scatenare». Oggi sono 256 gli insegnanti universitari israeliani che hanno siglato l'appello con cui si impegnano ad aiutare e proteggere i giovani studenti che a causa del rifiuto a servire nei Territori occupati possono avere dei problemi sia nella vita accademica che difficoltà a livello amministrativo o finanziario.

    Come e quando è nata l'idea della "lettera aperta"?

    Circa quattro settimane fa, eravamo allla fine di marzo ovvero all'inizio delle incursioni militari nella West Bank, l'operazione che qui in Israele continuano a chiamare "scudo difensivo". Ebbene in tutte le facoltà arrivò una circolare delle autorità universitarie in cui si invitavano i professori ad essere particolarmente comprensivi con gli studenti chiamati a svolgere il militare come riservisti. Tanto per chiarire diciamo subito che il trattamento proposto ci è sembrato giustissimo. Chi fa il militare, per di più in una situazione di guerra, ha certamente mille difficoltà nello svolgere il lavoro con i tempi e l'impegno richiesto all'Università. Tuttavia, passata un'altra settimana, ci siamo accorti che tra i nostri studenti c'erano anche parecchi "refuseniks", come vengono chiamati quelli che hanno scelto di rifiutarsi di svolgere il militare all'interno dei Territori.


    E per loro che trattamento è stato previsto?

    Nessuno in particolare, questo è il punto. La lettera è nata proprio da un'iniziativa di un professore della Hebrew University di Gerusalemme con la sola esigenza di trattare con le stesse accortezze quei ragazzi che rifiutano il militare e finiscono in galera, vengono emarginati, che incontrano mille difficoltà a causa della loro scelta di coscienza che per noi è rispettabilissima e semmai di grande coraggio.


    Qual'è stata la reazione all'interno del mondo universitario, sia tra le autorità che tra gli studenti?

    Beh, sicuramente abbiamo fatto scalpore, anche se la maggior parte delle critiche sono nate dalle strumentalizzazioni di cui la "lettera aperta" è stata oggetto. Alcuni, sia esponenti del governo che del mondo accademico, ci hanno apostrofato come traditori, altri hanno detto addirittura che stavamo discriminando chi da fa il soldato, ma non è vero. Abbiamo detto solo che tutti devono essere tutelati, sia i militari che gli obiettori. Poi c'è chi non è d'accordo, e rispettiamo le sue idee. Molti studenti ci hanno criticato, qualcuno si è organizzato chiedendo la nostra rimozione, altri boicottano le lezioni in segno di protesta, ma questo tutto sommato è "normale" nel clima che si vive di questi tempi di Israele.


    Vuol dire che anche all'interno del mondo universitario c'è grande consenso intorno alla guerra e a Sharon?

    Assolutamente. In tutto il Paese la maggioranza appoggia Sharon e l'offensiva nei Territori, anche se la gente vive come in uno stato di incoscienza rispetto alla guerra vera e propria. E' come se non ci si rendesse conto che siamo in guerra. La guerra è a due passi ma, bombe a parte, noi non la viviamo certo come la stanno vivendo i palestinesi; qui è una cosa indolore, a volte tragica ma quasi un fattore esterno, lontano dalla quotidianità. Tuttavia noi riteniamo che il nostro dovere di insegnanti sia anche di fare in modo che i nostri studenti si facciano delle domande, che mettano sempre in discussione le proprie idee, magari anche per rafforzarle. Ci pagano per insegnare a pensare, e in ballo c'è il futuro di Israele.

    Liberazione 7 maggio 2002
    http://www.liberazione.it

 

 

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