Consumatori, aspettative tradite dal Governo
di Sergio Billè
Le molte preoccupazioni dell'associazione dei commercianti
Vi dispiace se comincio dai piedi anziché dalla testa? Ecco qui: i consumi stanno sbarellando. Vado a spiegarmi. Se per tutto il 2001 - e il fenomeno era di per sé già molto grave - erano i piccoli negozi a soffrire di una forte astinenza da consumi, ora anche i carrelli escono dagli iper e dai supermercati mezzi vuoti.
E' una spiacevole sorpresa sulla quale sarebbe opportuno che tutti, a cominciare dal Governo, riflettessero un po’ più seriamente. Perché non si può liquidare la faccenda dicendo che ci sono meno soldi nelle tasche delle famiglie. Questo perché ce ne erano pochi anche ieri e l'altro ieri e un anno fa, ma, almeno, i carrelli si riempivano lo stesso.
E allora cosa sta accadendo? E' possibile che le famiglie, dopo le batoste subite anche in Borsa - quasi 500 mila miliardi bruciati nel solo 2001 - vogliano, e con qualche affanno, rimettere qualcosa sotto il mattone, ma questo non basta a spiegare un fenomeno così generalizzato che sta togliendo il sonno ai grandi come ai piccoli operatori del mercato. E allora? Allora c'è sicuramente dell'altro. Che cosa?
Direi almeno tre cose che, immerse anche in quella specie di nube tossica che è stata prodotta in questi ultimi mesi dal duro scontro sociale sull'articolo 18, possono aver provocato, nella gente comune, un senso di disorientamento, di incertezza, di frustrazione, forse di paura.
Mi riferisco, in primo luogo, alla triplicazione delle tasse ed imposte locali. La gente aveva votato, in massa, il nuovo Governo sperando di veder quasi subito diminuire la pressione fiscale. Invece, per cause e circostanze non certo tutte addebitabili al Governo, il peso fiscale è rimasto quel che era prima, anzi, per far fronte alle crescenti spese della gestione sanitaria, è diventato o rischia di trasformarsi in una specie di salasso. La gente se ne è accorta ed è stata colta da una crisi d'ansia.
Secondo, quasi tutti i provvedimenti decisi dal Governo nei primi 100 giorni - Tremonti bis, emersione, legge sulle rogatorie, rientro dei capitali, ecc. - certamente utili e varati sicuramente con nobili intenti, anche se poi i risultati tardano a venire - non hanno in alcun modo toccato le tasche della gente che si aspettava ben altro. Idem per l'aumento delle pensioni minime: decisione certamente opportuna anch'essa, ma che la famiglia media italiana, oppressa oggi da ben altri problemi, ha guardato quasi con occhio distratto.
Terzo: le riforme. Anche qui il Governo ha volato alto imbastendo progetti di grande interesse e che sicuramente, quando saranno a regime, daranno i loro frutti, ma, nel frattempo, si chiede la gente, di che cosa vivo, chi mi ripaga di anni di stenti? Perché devo pagare più tasse? Perché, in attesa del cambio di sistema, devo stare peggio? E così i carrelli passano semivuoti davanti alle casse dei supermercati, un fenomeno che forse può essere interpretato anche come un segno di protesta, di reazione negativa, insomma una forma di sciopero silenzioso ma non meno significativo sul quale il Governo farebbe bene a riflettere.
E ora, dopo aver parlato dei piedi - cioè dei vari, reali problemi di cui oggi soffre questo paese, perché è con i piedi della gente, cioè con i consumi, con i carrelli dei supermercati, con la gente che torna a spendere nei negozi che si forma la ricchezza di questo paese - parliamo pure della testa.
Noi, fin dall'inizio, quando ancora non si era sparsa la nube radioattiva dello scontro sociale sull'articolo 18, avevamo fatti un ragionamento molto chiaro. Questo: prima di piantare gli alberi cioè di dare avvio alle riforme di sistema, che Dio solo sa quanto siano necessarie per questo paese, prepariamo bene il terreno, ariamolo, concimiamolo, rendiamolo più morbido e coltivabile perché, se non ci sarà humus adatto, sarà difficile far crescere le piante e fare in modo che esse diano i frutti. Il che, fuor di metafora, voleva semplicemente dire: pensiamo prima di tutto alle famiglie, immettiamo ossigeno nelle loro case, facciamo ripartire i consumi, diamo alla gente una sferzata di ottimismo più che necessaria dopo anni di delusioni e di cinghie tirate e poi partiamo con le riforme che richiederanno sicuramente altri sacrifici ma che, nel nuovo status del paese, potranno avere un impatto assai più morbido, più condiviso, meno traumatico. Insomma prima rimarginiamo le ferite, produciamo ricchezza, facciamo ridecollare i consumi e creiamo quindi nuovi posti di lavoro e poi pensiamo pure anche a licenziare.
E, invece, cosa sta accadendo? I consumi viaggiano su un aumento dell'1% cioè sono a ground zero, il Pil sull'1,3 il che significa - i dati sono già di dominio pubblico - anche minori entrate per lo Stato e quindi minori risorse per le riforme, i conti pubblici smottano di nuovo verso il debito perché, quasi per abbrivio, la macchina dello Stato ha ricominciato a spendere, la riforma fiscale si allontana. Risultato: da una parte i carrelli dei consumi si svuotano, dall'altra, le piazze tornano a riempirsi e non solo perché lo vuole Cofferati.
Volare basso, praticare anzi il volo radente, significa abbandonare il sistemico uso degli effetti annuncio di cui sinceramente mi sembra che si stia abusando e affrontare i problemi che la gente affronta nel quotidiano, problemi che nulla hanno a che fare con l'articolo 18 e l'assordante dibattito che gli si è creato intorno e che, diciamoci la verità, sta rompendo i timpani a tutti gli italiani. Volare basso, rimettere i piedi per terra significa stabilire un diverso criterio di priorità e di urgenze in modo che il paese possa seguire con maggiore convinzione, con maggiore adesione il programma di riforme impostato dal Governo.




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