di Rina Gagliardi
Non una “raffica” di referendum, calati dall’alto ed imposti alla società civile, secondo le classiche modalità radicali, ma un progetto coerente ed organico di lotta per i diritti collettivi - diritti sociali, ambientali, democratici. Questo, ci pare, è il senso delle proposte referendarie lanciate ieri mattina dai Comitati già costituiti (la prossima settimana sarà di scena la scuola): quello, appunto, di una risposta offensiva ed articolata sia alle politiche del centrodestra sia, più in generale, alle politiche neoliberiste e privatistiche.
Sull’articolo 18 si gioca, naturalmente, la partita più consistente. Le grandi giornate del 23 marzo e del 16 aprile hanno reso evidente la potenzialità di lotta che c’è in questo paese: non solo tra i lavoratori interessati, o tra i soggetti più direttamente colpiti dalle controriforme del centrodestra, ma in una zona amplissima della società civile, che ha capito perfettamente il valore simbolico - cioé politico generale - dello scontro che si è aperto. Ma, ora, che cosa succede, che cosa può succedere? E come può proseguire una battaglia che non si preannuncia - come quella sulle pensioni del ’94 - di breve corso? Certo, con nuove mobilitazioni. Certo, con un’opposizione parlamentare che non risparmi alcuna delle possibilità date per bloccare l’intera politica del governo sul lavoro e il mercato del lavoro. Dentro questo quadro, il referendum è un’arma «complementare» di particolare valore, per i suoi contenuti e per le sue modalità. Per un verso, esso supera la trincea, troppo stretta, della difesa e della resistenza: è evidente a molti, se non a tutti sicuramente a quei tre milioni che hanno invaso pacificamente Roma, che i diritti previsti dallo Statuto vanno estesi a quell’enorme platea di lavoratori, quasi dieci milioni, che oggi non ne usufruiscono. In un mondo che cambia tumultuosamente, dove la grande impresa tende sempre di più a cedere il passo a un sistema produttivo frammentato o decentrato, come si fa a considerare *senzadiritti* coloro che lavorano in aziende con meno di quindici dipendenti? E come si fa ad evitare che questi stessi lavoratori vivano l’articolo 18 come un «privilegio» residuo del vecchio proletariato «garantito»? Insomma, per resistere davvero all’attacco di Berlusconi, con ragionevoli possibilità di successo, quell’articolo va esteso «a tutte e a tutti», come recita un’efficace slogan del Prc.
Per l’altro verso, il referendum configura una possibilità di partecipazione diretta alla battaglia, che può e deve coinvolgere la soggettività maggioritaria di questo paese. Anche questo è un messaggio chiaro del movimento di questi mesi: il bisogno popolare, giovanile, operaio di esprimersi direttamente, perfino fisicamente, come antidoto davvero efficace alla attuale «miseria della politica». Un referendum è uno strumento - uno degli strumenti posssibili - di questo ritiro della delega: esso non è solo una raccolta di firme, è un’occasione di incontro, discussione, confronto. E può diventare, perfino al di là del suo ewsito, una grande iniezione di democrazia.
Un ragionamento analogo vale per le questioni ambientali: per quanto «umiliata e offesa», resta diffusa la sensibilità contro la licenza di inquinamento e intossicamento quotidiano, così come il bisogno di reimpiantare il rapporto uomo-natura su basi diverse da quelle del profitto e della speculazione a breve. Anche questa necessità del *limite* è un diritto radicalmente messo in causa dal neoliberismo e dalla globalizzazione imperiale ( come si vede, del resto, dalla politica frontalmente antiambientale di George Bush). E, per quanto riguarda la scuola, si tratta di rimettere al centro della lotta non la semplice difesa, ma il convinto rilancio del sistema di formazione pubblico, laico, democratico: la scuola repubblicana, insomma, come patrimonio qualificante di una società che fa del diritto allo studio per tutti uno dei suoi valori-guida. Al deperimento di questa centralità il passato governo di centrosinistra ha purtroppo contribuito in termini determinanti - ora, la destra va, come è ovvio, molto oltre, inseguendo modelli puramente aziendalistici e la compiiuta «americanizzazione» del sistema scolastico. Ecco un’altra priorità vitale della lotta che ci aspetta.
Loro, vogliono libertà piena di licenziare, inquinare, privatizzare i bisogni di base: propongono e portano avanti un’idea di società molto ”compatta“, compattamente diseguale e “competitiva”, con le persone condannate alla solitudine e a una defatigante lotta per la sopravvivenza. La nostra idea, il nostro progetto, sono radicalmente agli antipodi.
Liberazione 9 maggio 2002
http://www.liberazione.it


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