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  1. #1
    Dalla parte del torto!
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    PETROLIO, LEADER, POPOLO

    Ugo Chavez

    Un protagonista non da cinema


    Che cosa è “La lotta al terrorismo”? - È la nuova piega che prende la telenovella intitolata “Petrolio”, telenovella-chiave per Washington. (Agli Stati Uniti spetta più di un quarto del consumo mondiale del greggio). Ai telespettatori pare che non appena i bravi “marines” (non loro di persona, si capisce, ma con l’aiuto delle loro “intelligenti” bombe a cassette) avranno raso al suolo le montagne afgane, il film finirà. Ma le belle riprese panoramiche cui avrebbe invidiato perfino il National Geografic (soltanto che queste sono accompagnate dalle sparatorie) è solo un preludio, una specie di puntata-prova di un grande progetto. Se il telespettatore la apprezza, ci crede, si potrà andare a modellarne altre.
    Dove mai saranno girate o ormai vengono girate queste puntate? – Sì, avete ragione, per una curiosa coincidenza, la maggior parte delle zone dove si fa la lotta al terrorismo, sono anche ricche di petrolio.
    Badate agli episodi seguenti: Bush annuncia a tutto il mondo che esiste “l’asse del male”. Non è strano che dei tre paesi nominati nella lista nerissima, due sono paesi produttori del petrolio: l’Iran e l’Iraq? Dico “nella lista nerissima” perchè ne esiste un’altra, semplicemente “nera”, dove c’è anche la Libia, un’altra importante esportatrice del petrolio.
    Nello stesso tempo, sullo sfondo della grande “publicity” del “l’eventuale liberazione dell’Iraq”, passano inosservati gli episodi dell’attualità. Nello Yemen che, secondo le stime degli specialisti dell’Arabia Saudita, potrebbe avere grandi giacimenti di petrolio, si sono già sbarcate le truppe americane “per la lotta al terrorismo”. E contemporaneamente a questo, il governo della Colombia ha rotto gli accordi di pace con i partigiani che controllano la maggior parte del territorio del paese (così la Bogota ufficiale compensa il budget datole nel quadro del “Piano Colombia” di Washington). Vediamo le riprese dei militari colombiani vestiti in divisa di stile “gringos”, degli “apachi” sopra la giungla, una sparatoria spettacolare… Ma la cosa più interessante rimane fuori, cioè che queste azioni belliche si svolgono non dove viene coltivata la coca ma dove viene estratto il petrolio.
    Per quanto riguarda la nuova guerra “contro Saddam”, Washington è stato messo nei guai dagli “appaltatori” di Tel-Aviv. Non è per caso, che adesso Bush fa di tutto per sostituire Sharon con un leader più benevole nei confronti dei palestinesi. Va da sé, non perché lui abbia un debole per i palestinesi e musulmani, ma perché l’Israele non è riuscito a metterli in ginocchia (o a mettersi d’accordo con loro) nei tempi che gli erano stati dati. E senza pace in Palestina non si può parlare di nessun appoggio neache da parte di più “progrediti” leader degli arabi.
    In questa situazione ogni nuovo giorno dell’Intifada era non solo contro l’Israele ma anche contro gli USA, era non solo per la Palestina, ma anche per l’Iraq. I shachid palestinesi hanno fermato o almeno rimandato fino all’autunno la realizzazione della seconda puntata, già pronta per le prese, della “Bufera del deserto”. Da parte sua Bagdad in segno della solidarietà ha sospeso per un mese l’esportazione del petrolio. I prezzi per gli idrocarburi sono subito andati su (da 25,99$ a 27,35$ per un barile, il giorno dopo la dichiarazione di Saddam). Il risultato: Washington ha subito voluto ristabilire la democrazia in qualche paese-produttore del petrolio.
    Perché è stata scelta proprio la Venezuela?
    A prima vista, perché è il quarto esportatore del petrolio nel mondo e il secondo fornitore degli idrocarburi sul mercato degli Stati Uniti. La Venezuela vende 2,6 milioni di barili al giorno, di cui 1,5 milioni negli USA. Ma non solo l’esportazione venezuelana che ha provocato tale scelta, bisogna invece considerare tre fattori che sinergicamente hanno creato un nuovo sistema di sfide per gli USA.
    Il primo fattore è collegato con il petrolio, o meglio, con la politica dell’OPEC e la sua influenza sugli Stati Uniti. In questo senso, la Venezuela per la prima volta nella sua storia è diventata qualcosa di più di una semplice “zuccheriera” petrolifera degli Stati Uniti. Ma Washington se n’è reso conto solo quando nel 1999-2000 i prezzi del petrolio hanno più volte superato la soglia di 30$ al barile e i camionisti americani hanno spontaneamente bloccato le più importanti autostrade. È stato proprio in quel momento che il bel quadro color rosa della prosperità americana (l’indice Dow-Jones dal 1989 al 1999 è cresciuto di ben quattro volte, da 2700 a più di 11000 punti) che serviva da modello a tutto il mondo, è stato colpito nel suo vivo. Già nel settembre 2000 negli USA la produzione è calata, le quotazioni delle azioni dei leader della “nuova economia” si stavano sbricciolando (basti dire che l’indice delle alte tecnologie NASDAQ nel primo trimestre 2001 perse più del 25% del suo valore).
    Gli esperti collegano questa crisi con l’inizio dell’epoca di Chavez nell’OPEC. L’era del leader venezuelano che è riuscito a fare la cosa più difficile: a far concordare gli interessi dei “moderati” (il principe saudita Abdalla e i sceichi del Golfo) e dei “radicali” (la Libia, l’Iran). Come risultato il cartello ha ricominciato a dettare i prezzi sul mercato petrolifero. Per i paesi occidentali, e sopratutto per gli USA, invece, questo significava la fine dell’epoca degli anni 90, epoca del petrolio a buon mercato.
    Chavez disse allora: “Che cosa avrebbero fatto senza il petrolio? Dove si sarebbero trovati? Che paghino per i vantaggi economici che hanno usando il petrolio.” E minacciò anche che i 30 dollari non erano ancora il limite.
    Quale significato aveva quell’aumento per la Russia? – Quello che lo Stato poteva adempiere in piena misura ai suoi impegni sociali (pagare le pensioni, gli stipendi…) nei confronti della popolazione (basti dire che ogni dollaro del prezzo del petrolio sul mercato mondiale porta al budget dello Stato un miliardo di dollari). Allora se si parla di una certa stabilità sociale nella Russia degli ultimi anni, bisogna ringraziarne non Putin ma Chavez.
    In questo senso è un segno molto eloquente che alla notizia del golpe in Venezuela la borsa ha reagito subito con un calo del prezzo del petrolio di quasi mezzo dollaro. A sua volta la seduta straordinaria dell’OPEC ha dichiarato che l’accordo del cartello raggiunto prima era sotto minaccia.
    Allora era il leader venezueliano in persona che rappresentava una minaccia per gli Stati Uniti. Chavez che “costituiva” il fattore petrolifero ma non ne era limitato. Perciò si dovrebbe parlare di Chavez come rappresentante di quella casta dei leader - kshatri, che secondo la logica di “la fine della storia” di Fukujama dovrebbero nel prossimo futuro estinguersi come “i mammut”. Invece risulta che Castro ha aquistato un erede spirituale, un leader venuto al potere in un modo proprio, non del “sistema”.
    Venezuela, inizio degli anni 90. La maggior parte della popolazione vive in miseria, però ci sono anche degli multimilionari. Il governo, in conformità alle raccomandazioni del FMI elimina gli ultimi facilitazioni sociali ma non la corruzione. – I tumulti di fame diventano una norma. La polizia e l’esercito vengono usati per reprimere i poveri. I morti si contano a migliaia.
    Il 4 febbraio 1992 il tenente colonello Ugo Chavez, alla testa di una colonna militare si avanza davanti all’edificio del Palazzo presidenziale Miraflores rivendicando le dimissioni del Capo dello Stato e la creazione del governo composto da militari e civili non immischiati nella corruzione. La ribellione viene repressa, il tenente colonello e i suoi compagni finiscono in galera. Due anni di prigioni, dopo di che la lotta politica e le elezioni del 1998 alle quali Chavez riceve più dell’80% dei voti.
    Perché è così importante questa mancanza di “sistema”, di “norma” del venire al potere di un leader? – Perché è la garanzia che il leader non si trasformerà in un amministratore dozzinale degli interessi già prestabiliti. Gli interessi, che a loro volta alimentano l’alternarsi dei numerosi e indistinguibili partiti, politici, funzionari. Perciò i leader come Castro, Mao o Chavez potevano essere riformatori e numerose folle di funzionari di carriera, invece, mai.
    Le leggende di onnipotenti compagnie di banane che cambiavano a seconda della loro volontà i presidenti latinoamericani? Ecco, in Venezuela queste leggende si sono incarnate in oligarchie agro-petrolifere, che sponsorizzavano tradizionalmente due partiti chiave, aggiungendoci di tanto in tanto, ora a una ora all’altra, la parola “al potere”. E per questa ragione Chavez che non gli doveva niente, è riuscito dare il via a due riforme veramente importanti per il paese: quelle agraria e petrolifera. Nel quadro della prima riforma lui ha dato la terra ai contadini che non l’avevano, introducendo nello stesso tempo la regolamentazione statale del suo utilizzo. Per quanto riguarda la riforma petrolifera, nel suo ambito Chavez ha risolto il problema chiave della distribuzione della rendita di risorse. Rispettivamente, se prima lo stato riceveva il 16%, Chavez ha alzato l’assiccella fino al 30%.
    L’ultima cifra è sopratutto interessante nel contesto della Russia dove fino all’ottanta percento della finanziaria si basa sulle materie prime. Ciononostante la rendita di risorse viene divisa così che, secondo le ultime stime degli esperti, la fuga dei capitali è aumentata negli ultimi tempi fino a 50 miliardi di dollari all’anno.
    Un famoso pensatore fiorentino, riflettendo sui problemi analoghi, diceva che quello che governa si appoggia o sul popolo o sui pochi. – Chavez ha scelto l’appoggio sul popolo…
    A sua volta, il Popolo a cui appella Chavez è un’altra sfida agli Stati Uniti. Sopratutto nell’atmosfera della crescita delle tendenze rivoluzionarie nei paesi musulmani con i regimi filoamericani, nel contesto alla ribellione argentina, la cui base c’è in tutti i paesi latinoamericani, e, in fin dei conti, anche nel problema del no-global, l’esperienza di Ciapaz e la crescita dell’attività delle masse in Europa e negli stessi Stati Uniti.
    Così la Rivoluzione Bolivariana proclamata da Chavez può diventare un esempio contagioso. La rivoluzione dove il popolo si vede coinvolto nei cambiamenti, si trova davanti alla necessità di difenderli nella lotta alle “forze controrivoluzionarie degli oligarchi”, ostili, contrarie a qualsiasi cambiamento. Non è per caso, che tutti questi anni sono segnati per la Venezuela dalla lotta che non finiva mai – la lotta per i quadri, lotta per certe imprese, strutture e sfere del potere, lotta in fin dei conti anche nelle strade.
    Una lotta in molti sensi paradossale, perché gli scontri si svolgono tra i circoli antagonisti che usano le stesse bandiere: le bandiere del Popolo. Lo si è visto più chiaramente durante il golpe, quando i sindacati prima avevano indetto lo sciopero generale e dopo hanno portato sulle piazze di Caracas circa centomila persone “contro Chavez”. Dopo di che ci sono state le prime vittime; a proposito, secondo le fonti veramente indipendenti (per esempio il Guardian inglese), la sparatoria è stata aperta dalla contraria a Chavez metropolitan police, cioè le vittime erano in gran parte i suoi sostenitori. A sua volta, certi circoli militari l’hanno strumentalizzato come segnale per realizzare la variante tipo Pinochet. Chavez è stato picchiato e trasportato a una base militare controllata dai golpisti. La stessa notte gli USA hanno riconosciuto il nuovo “Governo” e il nuovo “Presidente”.
    Però proprio in quel momento, di solito vittorioso per i golpisti, il Popolo come “forza motrice della storia” è uscito alla ribalta di nuovo. Solo nella capitale più di un milione di persone sono scese in piazza. Alla fin fine i generali non sono riusciti a impedire la scissione nell’esercito e nelle strutture di forza. Il popolo ha preso d’assalto o meglio, ha riconquistato Miraflores. Chavez è stato liberato dal gruppo d’assalto e ha proclamato l’inizio della nuova fase della Rivoluzione.
    A proposito, per la Russia l’esperienza del golpe in Venezuela ha un’importanza particolare. Già oggi gli oligarchi possono far scendere nelle piazze di Mosca alcune migliaia di “sindacalisti”. Inoltre possono contare, sempre come in Venezuela, sull’appoggio dei mass-media compresi quelli elettronici. A sua volta questo può servire da segnale per le strutture di forza che adesso sarebbero leali al Cremlino e che potrebbero agire in sinergia con “certe forze esterne”. Che cosa ci sarà allora? Potra Putin portare nelle strade un milione di persone, creando così un vantaggio di dieci volte il quale, come ci insegna l’esperienza di Venezuela, può garantire la vittoria sui golpisti…
    In questo senso il Popolo costituisce la forza che riguarda tutti e ciascuno, ma non come consumatore dei prodotti della pubblicità e della campagna elettorale, ma come il soggetto indipendente – il creatore della Storia. Se non ci fosse stato questo grande appoggio da parte del popolo, Chavez sarebbe stato da tempo abbattuto, perchè non agire durante una rivoluzione, e Chavez parla proprio della rivoluzione, significa perdere, essere sconfitto.
    Infatti, l’esperienza venezuelana è anche l’esperienza del conflitto tra il Popolo che comincia a intuire (come in Argentina, Venezuela o anche in Italia) la propria forza e gli strumenti per tenerlo sotto controllo. Strumenti che proprio adesso sembrano di aver raggiunto l’apice dello sviluppo (l’influenza stupefacente del televisore è solo uno dei fili di un’enorme ragnatela). Ma nello stesso tempo questi fili si sono rotti non appena Gulliver ossia il Popolo abbia fatto un bello starnuto. In realtà sono questi fili lillipuziani che costituiscono il potere degli USA. Nei paesi invece dove i popoli si sono svegliati (Cuba, Iran, Venezuela) Washington solo può fare delle vane minacce.

    Ernest Sultanov

    Ernesto Soultanov è un ventenne di stitrpe tartara e di lingua russa.Ha studiato l'italiano per poter leggere le opere di Julis Evola.Il padre, Shamal Soultanov, era suo tempo redattore (specialmente in questioni geopolitiche) del periodico "DEN" (opposizione rosso-bruna).L'articolo del figlio presenta elementi di interesse oltre ad alcune improprietà di linguaggio
    giustificabili in uno straniero che studia la nostra lingua.

    From: "Ernesto Soultanov" ernests_s@hotmail.com

    Assalamu Aleikum va rahmatullagi va barakatugu

    La vittoria della Rivoluzione sulla controrivoluzione in Venezuela è la nave, penetrata nel nostro tempo dalla "storia mondiale" di Plutarca,Erodote, Tito Livio... La nave, la cuì marinai sono rimasti sordi al canto delle sirene neoliberali, e grazie a questo sono riusciti a condurrla tra gli scogli di superrazionale "real politics", confermando, che "contro l'oro, c'è il sangue e fa la storia".
    E sullo sfondo di questa legenda, il cuì testimoni siamo noi, si sentono più forte le parole del Grande Mao su "la tigre di carta". Sulla tigre di carta, la cuì "new economy" perde il peso, quando i popoli cessano di nutrirlo con il greggio a buon mercato. Sulla tigre di carta, la cuì pseudoelite è capace solo ad affrontare la propria immagine a specchio (centro - destra contro centro - sinistra), ma non contro l'alternativa vera. Sulla tigre di carta, che sfrutta l'illusione virtuale del popolo, ma ha grande paura di incontrarlo in carne e ossa. In questo senso, sono molto eloquenti le parole del Ministro degli esteri della Repubblica
    Bolivariana Jose Vicente Rangel (uno dei fedelissimi del Presidente Chavez). Ha detto, che mass-media hanno creato un paese virtuale, ma il popolo ha ntervenuto e ha vinto.

    P.S.
    Illustre Amico,
    La congratulo con questa nostra (perché la patria è dove si combatte per i nostri ideali) vittoria.
    E Le mando il testo dell'articolo su questo argomento, con la preghiera di racomandarlo alla pubblicazione, se lo trova degno di nota.

    Con il salute cordiale,
    Ernesto Sultanov

    Sinistra Nazionale!

  2. #2
    Ospite

    Predefinito

    Ottimo , metteli un pò più corti però




    MIT UNS

 

 

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