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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Arafat NON vuole la pace, e il popolo palestinese è una SUA vittima

    "da www.israele.net :

    "Quando Arafat disse di no alla pace. E perche'.

    Da un'intervista a Dennis Ross
    7 maggio 2002

    Dennis Ross e' stato l'inviato speciale americano per il Medio Oriente fino agli ultimi giorni dell'amministrazione Clinton e in questa veste segui' tutti i negoziati, sia quelli pubblici a Camp David nel luglio 2000, sia quelli riservati che si tennero nei mesi successivi fino al gennaio 2001. In una recente intervista a Fox News Sunday, Dennis Ross ha ripercorso i negoziati che ruotarono attorno alla proposta Clinton del dicembre 2000, offrendo una testimonianza di prima mano su come si comportarono le parti e in particolar modo Arafat . Ne riportiamo ampi stralci.

    Dennis Ross: "Ricapitoliamo la sequenza degli avvenimenti per mettere le cose nel giusto conteso. A Camp David nel luglio 2000 noi americani non presentammo un piano complessivo. Mettemmo sul tavolo delle idee relative ai confini e alla questione di Gerusalemme. Arafat non fu in grado di accettare nessuna di queste idee. Per la verita', nel corso di quei quindici giorni di negoziati Arafat non presento' una sola idea alternativa. Ne presentarono alcune i suoi negoziatori, ma lui no. L'unica cosa che Arafat seppe dire a Camp David fu che non e' mi esistito il Tempio ebraico a Gerusalemme. In pratica negava il cuore stesso della fede ebraica.
    Dopo il vertice, Arafat ci chiamo' subito per dirci: "Dobbiamo fare un altro vertice". Al che noi rispondemmo: "Abbiamo appena giocato le nostre carte e ci hai risposto con un no. Bisogna che ti preparai a fare un accordo prima di ripetere qualcosa del genere".
    Allora Arafat accetto' che venisse aperto un canale riservato fra i suoi e gli israeliani. Ci furono delle riunioni, a cui partecipai anch'io dalla fine di agosto 2000. Le discussioni furono serie e noi eravamo pronti a presentare le nostre proposte per la fine di settembre. Proprio in quel momento scoppio' l'intifada. Arafat sapeva che eravamo pronti a presentare le nostre proposte, e i suoi gli dicevano che le nostre proposte sembravano buone. Noi gli chiedemmo di intervenire per garantire che non scoppiassero violenze il giorno dopo la visita di Sharon [alla spianata del Tempio]. Arafat disse che l'avrebbe fatto, ma poi non mosse un dito.
    Ai primi di dicembre [2000], attraverso i canali riservati entrambe le parti ci chiesero di nuovo di presentare le nostre proposte, di presentare un vero e proprio piano. Il 23 dicembre il presidente Clinton presento' il nostro piano, che in sostanza diceva questo.
    Sui confini: annessione a Israele di un 5% della Cisgiordania e passaggio di un 2% di territorio israeliano ai palestinesi, per cui in totale i palestinesi avrebbero ricevuto il 97% del territorio. Gli israeliani sarebbero usciti completamente da Gaza. E' falso affermare che in Cisgiordania lo stato palestinese sarebbe risultato diviso in parti: vi sarebbe stata continuita' territoriale. E vi sarebbe stato anche un collegamento diretto fra Gaza e Cisgiordania con un'autostrada e una ferrovia sopraelevate, tali da garantire non solo un passaggio "sicuro" [come previsto dagli accordi di Oslo], ma un vero e proprio passaggio libero.
    Su Gerusalemme: i quartieri arabi della parte est sarebbero diventati capitale dello stato palestinese.

    Sui profughi: vi sarebbe stato diritto al rientro dei profughi nello stato palestinese, non all'interno di Israele. Inoltre sarebbe stato creato un fondo di 30 miliardi di dollari raccolti a livello internazionale per compensazioni e interventi di rimpatrio, reinserimento e riabilitazione dei profughi.
    Sulla sicurezza: vi sarebbe stata una presenza internazionale nella Valle del Giordano al posto delle forze israeliane.
    Il piano non era scritto, ma noi lo enunciammo alle parti come se lo dettassimo, accertandoci che ne prendessero nota accuratamente. Non lo mettemmo per scritto perche', come spiegammo a palestinesi e israeliani, questo era il massimo del nostro sforzo possibile: se non lo avessero accettato, lo avremmo ritirato punto e basta. Volevamo che fosse ben chiaro che non si trattava di una base per ulteriori trattative: si trattava di un piano definitivo. Un piano di proposte complessivo, senza precedenti ed estremamente avanzato. Il massimo che le due parti potevano sforzarsi di accettare, in base al giudizio che ci eravamo fatti dopo migliaia di ore di colloqui e discussioni con ciascuna delle due parti.
    [Il governo israeliano accetto' la proposta Clinton il 27 dicembre 2000 "a condizione che la accettino anche i palestinesi"].
    I palestinesi ancora oggi sostengono che Arafat accetto' la proposta. In realta' Arafat venne alla Casa Bianca il 2 gennaio 2001 e si incontro' con il presidente Clinton nello Studio Ovale. Ero presente all'incontro. Arafat disse: "si', ma…" e aggiunse una serie di obiezioni che in pratica significavano il rifiuto di ogni singola cosa che avrebbe dovuto accettare. Doveva accettare che a Gerusalemme vi fosse una sovranita' israeliana sul Muro Occidentale che coprisse i luoghi di importanza religiosa per gli ebrei e la rifiuto'. Rifiuto' la proposta sui profughi. Disse che occorreva una formula completamente diversa, come se la nostra proposta non esistesse nemmeno. Rifiuto' le idee fondamentali sulla sicurezza. Praticamente respinse tutte le cose che gli avevamo chiesto di accettare.
    Ancora oggi i palestinesi non hanno detto alla loro gente in cosa consisteva davvero quel piano. Sono certo che i negoziatori di Arafat avevano capito che il nostro piano era il massimo che potessero mai ottenere. E volevano che Arafat accettasse. Ma Arafat non era disposto ad accettare.
    Perche'? Io credo che fondamentalmente Arafat non possa porre fine al conflitto. C'era una clausola decisiva, nell'accordo da noi proposto. E la clausola era che l'accordo avrebbe posto fine al conflitto. Arafat ha passato tutta la vita a lottare per la causa. Quello che ha fatto come leader dei palestinesi e' stato lasciarsi sempre aperte delle opzioni, non mettere mai la parola fine. Qui gli veniva chiesto di porre la parola fine. Per Arafat, porre fine al conflitto con Israele significa porre fine a se stesso.
    Nel frattempo era scoppiata l'intifada. Puo' darsi che abbia pensato di poter ottenere di piu' con la violenza. Senza dubbio pensava che le violenze avrebbero messo sotto pressione gli israeliani e noi, e forse il resto del mondo.
    E poi c'e' un altro fattore. Non bisogna dimenticare che Ehud Barak era riuscito a riposizionare Israele a livello internazionale: Israele era visto come la parte che aveva dimostrato oltre ogni dubbio di volere la pace, e se la pace non era raggiungibile era a causa del rifiuto di Arafat. Arafat aveva bisogno di ristabilire l'immagine dei palestinesi come vittime. Purtroppo vittime lo sono davvero, e ora si vede quanto.".
    (Fox News Sunday, 21.04.02)
    "


    Shalom!

  2. #2
    alonehusky
    Ospite

    Predefinito Re: Arafat NON vuole la pace, e il popolo palestinese è una SUA vittima

    Originally posted by Pieffebi
    "da www.israele.net :

    "Quando Arafat disse di no alla pace. E perche'.

    Da un'intervista a Dennis Ross
    7 maggio 2002

    Dennis Ross e' stato l'inviato speciale americano per il Medio Oriente fino agli ultimi giorni dell'amministrazione Clinton e in questa veste segui' tutti i negoziati, sia quelli pubblici a Camp David nel luglio 2000, sia quelli riservati che si tennero nei mesi successivi fino al gennaio 2001. In una recente intervista a Fox News Sunday, Dennis Ross ha ripercorso i negoziati che ruotarono attorno alla proposta Clinton del dicembre 2000, offrendo una testimonianza di prima mano su come si comportarono le parti e in particolar modo Arafat . Ne riportiamo ampi stralci.

    Dennis Ross: "Ricapitoliamo la sequenza degli avvenimenti per mettere le cose nel giusto conteso. A Camp David nel luglio 2000 noi americani non presentammo un piano complessivo. Mettemmo sul tavolo delle idee relative ai confini e alla questione di Gerusalemme. Arafat non fu in grado di accettare nessuna di queste idee. Per la verita', nel corso di quei quindici giorni di negoziati Arafat non presento' una sola idea alternativa. Ne presentarono alcune i suoi negoziatori, ma lui no. L'unica cosa che Arafat seppe dire a Camp David fu che non e' mi esistito il Tempio ebraico a Gerusalemme. In pratica negava il cuore stesso della fede ebraica.
    Dopo il vertice, Arafat ci chiamo' subito per dirci: "Dobbiamo fare un altro vertice". Al che noi rispondemmo: "Abbiamo appena giocato le nostre carte e ci hai risposto con un no. Bisogna che ti preparai a fare un accordo prima di ripetere qualcosa del genere".
    Allora Arafat accetto' che venisse aperto un canale riservato fra i suoi e gli israeliani. Ci furono delle riunioni, a cui partecipai anch'io dalla fine di agosto 2000. Le discussioni furono serie e noi eravamo pronti a presentare le nostre proposte per la fine di settembre. Proprio in quel momento scoppio' l'intifada. Arafat sapeva che eravamo pronti a presentare le nostre proposte, e i suoi gli dicevano che le nostre proposte sembravano buone. Noi gli chiedemmo di intervenire per garantire che non scoppiassero violenze il giorno dopo la visita di Sharon [alla spianata del Tempio]. Arafat disse che l'avrebbe fatto, ma poi non mosse un dito.
    Ai primi di dicembre [2000], attraverso i canali riservati entrambe le parti ci chiesero di nuovo di presentare le nostre proposte, di presentare un vero e proprio piano. Il 23 dicembre il presidente Clinton presento' il nostro piano, che in sostanza diceva questo.
    Sui confini: annessione a Israele di un 5% della Cisgiordania e passaggio di un 2% di territorio israeliano ai palestinesi, per cui in totale i palestinesi avrebbero ricevuto il 97% del territorio. Gli israeliani sarebbero usciti completamente da Gaza. E' falso affermare che in Cisgiordania lo stato palestinese sarebbe risultato diviso in parti: vi sarebbe stata continuita' territoriale. E vi sarebbe stato anche un collegamento diretto fra Gaza e Cisgiordania con un'autostrada e una ferrovia sopraelevate, tali da garantire non solo un passaggio "sicuro" [come previsto dagli accordi di Oslo], ma un vero e proprio passaggio libero.
    Su Gerusalemme: i quartieri arabi della parte est sarebbero diventati capitale dello stato palestinese.

    Sui profughi: vi sarebbe stato diritto al rientro dei profughi nello stato palestinese, non all'interno di Israele. Inoltre sarebbe stato creato un fondo di 30 miliardi di dollari raccolti a livello internazionale per compensazioni e interventi di rimpatrio, reinserimento e riabilitazione dei profughi.
    Sulla sicurezza: vi sarebbe stata una presenza internazionale nella Valle del Giordano al posto delle forze israeliane.
    Il piano non era scritto, ma noi lo enunciammo alle parti come se lo dettassimo, accertandoci che ne prendessero nota accuratamente. Non lo mettemmo per scritto perche', come spiegammo a palestinesi e israeliani, questo era il massimo del nostro sforzo possibile: se non lo avessero accettato, lo avremmo ritirato punto e basta. Volevamo che fosse ben chiaro che non si trattava di una base per ulteriori trattative: si trattava di un piano definitivo. Un piano di proposte complessivo, senza precedenti ed estremamente avanzato. Il massimo che le due parti potevano sforzarsi di accettare, in base al giudizio che ci eravamo fatti dopo migliaia di ore di colloqui e discussioni con ciascuna delle due parti.
    [Il governo israeliano accetto' la proposta Clinton il 27 dicembre 2000 "a condizione che la accettino anche i palestinesi"].
    I palestinesi ancora oggi sostengono che Arafat accetto' la proposta. In realta' Arafat venne alla Casa Bianca il 2 gennaio 2001 e si incontro' con il presidente Clinton nello Studio Ovale. Ero presente all'incontro. Arafat disse: "si', ma…" e aggiunse una serie di obiezioni che in pratica significavano il rifiuto di ogni singola cosa che avrebbe dovuto accettare. Doveva accettare che a Gerusalemme vi fosse una sovranita' israeliana sul Muro Occidentale che coprisse i luoghi di importanza religiosa per gli ebrei e la rifiuto'. Rifiuto' la proposta sui profughi. Disse che occorreva una formula completamente diversa, come se la nostra proposta non esistesse nemmeno. Rifiuto' le idee fondamentali sulla sicurezza. Praticamente respinse tutte le cose che gli avevamo chiesto di accettare.
    Ancora oggi i palestinesi non hanno detto alla loro gente in cosa consisteva davvero quel piano. Sono certo che i negoziatori di Arafat avevano capito che il nostro piano era il massimo che potessero mai ottenere. E volevano che Arafat accettasse. Ma Arafat non era disposto ad accettare.
    Perche'? Io credo che fondamentalmente Arafat non possa porre fine al conflitto. C'era una clausola decisiva, nell'accordo da noi proposto. E la clausola era che l'accordo avrebbe posto fine al conflitto. Arafat ha passato tutta la vita a lottare per la causa. Quello che ha fatto come leader dei palestinesi e' stato lasciarsi sempre aperte delle opzioni, non mettere mai la parola fine. Qui gli veniva chiesto di porre la parola fine. Per Arafat, porre fine al conflitto con Israele significa porre fine a se stesso.
    Nel frattempo era scoppiata l'intifada. Puo' darsi che abbia pensato di poter ottenere di piu' con la violenza. Senza dubbio pensava che le violenze avrebbero messo sotto pressione gli israeliani e noi, e forse il resto del mondo.
    E poi c'e' un altro fattore. Non bisogna dimenticare che Ehud Barak era riuscito a riposizionare Israele a livello internazionale: Israele era visto come la parte che aveva dimostrato oltre ogni dubbio di volere la pace, e se la pace non era raggiungibile era a causa del rifiuto di Arafat. Arafat aveva bisogno di ristabilire l'immagine dei palestinesi come vittime. Purtroppo vittime lo sono davvero, e ora si vede quanto.".
    (Fox News Sunday, 21.04.02)
    "


    Shalom!







    uh,queste fonti "indipendenti"

  3. #3
    alonehusky
    Ospite

    Predefinito Re: Arafat NON vuole la pace, e il popolo palestinese è una SUA vittima

    Originally posted by Pieffebi
    "da www.israele.net :

    "Quando Arafat disse di no alla pace. E perche'.

    Da un'intervista a Dennis Ross
    7 maggio 2002

    Dennis Ross e' stato l'inviato speciale americano per il Medio Oriente fino agli ultimi giorni dell'amministrazione Clinton e in questa veste segui' tutti i negoziati, sia quelli pubblici a Camp David nel luglio 2000, sia quelli riservati che si tennero nei mesi successivi fino al gennaio 2001. In una recente intervista a Fox News Sunday, Dennis Ross ha ripercorso i negoziati che ruotarono attorno alla proposta Clinton del dicembre 2000, offrendo una testimonianza di prima mano su come si comportarono le parti e in particolar modo Arafat . Ne riportiamo ampi stralci.

    Dennis Ross: "Ricapitoliamo la sequenza degli avvenimenti per mettere le cose nel giusto conteso. A Camp David nel luglio 2000 noi americani non presentammo un piano complessivo. Mettemmo sul tavolo delle idee relative ai confini e alla questione di Gerusalemme. Arafat non fu in grado di accettare nessuna di queste idee. Per la verita', nel corso di quei quindici giorni di negoziati Arafat non presento' una sola idea alternativa. Ne presentarono alcune i suoi negoziatori, ma lui no. L'unica cosa che Arafat seppe dire a Camp David fu che non e' mi esistito il Tempio ebraico a Gerusalemme. In pratica negava il cuore stesso della fede ebraica.
    Dopo il vertice, Arafat ci chiamo' subito per dirci: "Dobbiamo fare un altro vertice". Al che noi rispondemmo: "Abbiamo appena giocato le nostre carte e ci hai risposto con un no. Bisogna che ti preparai a fare un accordo prima di ripetere qualcosa del genere".
    Allora Arafat accetto' che venisse aperto un canale riservato fra i suoi e gli israeliani. Ci furono delle riunioni, a cui partecipai anch'io dalla fine di agosto 2000. Le discussioni furono serie e noi eravamo pronti a presentare le nostre proposte per la fine di settembre. Proprio in quel momento scoppio' l'intifada. Arafat sapeva che eravamo pronti a presentare le nostre proposte, e i suoi gli dicevano che le nostre proposte sembravano buone. Noi gli chiedemmo di intervenire per garantire che non scoppiassero violenze il giorno dopo la visita di Sharon [alla spianata del Tempio]. Arafat disse che l'avrebbe fatto, ma poi non mosse un dito.
    Ai primi di dicembre [2000], attraverso i canali riservati entrambe le parti ci chiesero di nuovo di presentare le nostre proposte, di presentare un vero e proprio piano. Il 23 dicembre il presidente Clinton presento' il nostro piano, che in sostanza diceva questo.
    Sui confini: annessione a Israele di un 5% della Cisgiordania e passaggio di un 2% di territorio israeliano ai palestinesi, per cui in totale i palestinesi avrebbero ricevuto il 97% del territorio. Gli israeliani sarebbero usciti completamente da Gaza. E' falso affermare che in Cisgiordania lo stato palestinese sarebbe risultato diviso in parti: vi sarebbe stata continuita' territoriale. E vi sarebbe stato anche un collegamento diretto fra Gaza e Cisgiordania con un'autostrada e una ferrovia sopraelevate, tali da garantire non solo un passaggio "sicuro" [come previsto dagli accordi di Oslo], ma un vero e proprio passaggio libero.
    Su Gerusalemme: i quartieri arabi della parte est sarebbero diventati capitale dello stato palestinese.

    Sui profughi: vi sarebbe stato diritto al rientro dei profughi nello stato palestinese, non all'interno di Israele. Inoltre sarebbe stato creato un fondo di 30 miliardi di dollari raccolti a livello internazionale per compensazioni e interventi di rimpatrio, reinserimento e riabilitazione dei profughi.
    Sulla sicurezza: vi sarebbe stata una presenza internazionale nella Valle del Giordano al posto delle forze israeliane.
    Il piano non era scritto, ma noi lo enunciammo alle parti come se lo dettassimo, accertandoci che ne prendessero nota accuratamente. Non lo mettemmo per scritto perche', come spiegammo a palestinesi e israeliani, questo era il massimo del nostro sforzo possibile: se non lo avessero accettato, lo avremmo ritirato punto e basta. Volevamo che fosse ben chiaro che non si trattava di una base per ulteriori trattative: si trattava di un piano definitivo. Un piano di proposte complessivo, senza precedenti ed estremamente avanzato. Il massimo che le due parti potevano sforzarsi di accettare, in base al giudizio che ci eravamo fatti dopo migliaia di ore di colloqui e discussioni con ciascuna delle due parti.
    [Il governo israeliano accetto' la proposta Clinton il 27 dicembre 2000 "a condizione che la accettino anche i palestinesi"].
    I palestinesi ancora oggi sostengono che Arafat accetto' la proposta. In realta' Arafat venne alla Casa Bianca il 2 gennaio 2001 e si incontro' con il presidente Clinton nello Studio Ovale. Ero presente all'incontro. Arafat disse: "si', ma…" e aggiunse una serie di obiezioni che in pratica significavano il rifiuto di ogni singola cosa che avrebbe dovuto accettare. Doveva accettare che a Gerusalemme vi fosse una sovranita' israeliana sul Muro Occidentale che coprisse i luoghi di importanza religiosa per gli ebrei e la rifiuto'. Rifiuto' la proposta sui profughi. Disse che occorreva una formula completamente diversa, come se la nostra proposta non esistesse nemmeno. Rifiuto' le idee fondamentali sulla sicurezza. Praticamente respinse tutte le cose che gli avevamo chiesto di accettare.
    Ancora oggi i palestinesi non hanno detto alla loro gente in cosa consisteva davvero quel piano. Sono certo che i negoziatori di Arafat avevano capito che il nostro piano era il massimo che potessero mai ottenere. E volevano che Arafat accettasse. Ma Arafat non era disposto ad accettare.
    Perche'? Io credo che fondamentalmente Arafat non possa porre fine al conflitto. C'era una clausola decisiva, nell'accordo da noi proposto. E la clausola era che l'accordo avrebbe posto fine al conflitto. Arafat ha passato tutta la vita a lottare per la causa. Quello che ha fatto come leader dei palestinesi e' stato lasciarsi sempre aperte delle opzioni, non mettere mai la parola fine. Qui gli veniva chiesto di porre la parola fine. Per Arafat, porre fine al conflitto con Israele significa porre fine a se stesso.
    Nel frattempo era scoppiata l'intifada. Puo' darsi che abbia pensato di poter ottenere di piu' con la violenza. Senza dubbio pensava che le violenze avrebbero messo sotto pressione gli israeliani e noi, e forse il resto del mondo.
    E poi c'e' un altro fattore. Non bisogna dimenticare che Ehud Barak era riuscito a riposizionare Israele a livello internazionale: Israele era visto come la parte che aveva dimostrato oltre ogni dubbio di volere la pace, e se la pace non era raggiungibile era a causa del rifiuto di Arafat. Arafat aveva bisogno di ristabilire l'immagine dei palestinesi come vittime. Purtroppo vittime lo sono davvero, e ora si vede quanto.".
    (Fox News Sunday, 21.04.02)
    "


    Shalom!



    ehi,pieffebi,non ci credono più neanche gli israeliani,a queste stronzate.vatti a leggere il documento dei professori universitari israeliani

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    i professori universitari, in tutti i paesi del mondo, nelle epoche critiche hanno sempre dato il peggio di sè. Si pensi a quanti hanno approvato o non si sono ribellati, in Italia, alle leggi razziali del 1938, a quanti in Germania hanno sostenuto il regime nazionalsocialista, a quanti nei paesi dell'est europeo, dopo la seconda guerra mondiale, hanno supportato i colpi di stato criminali dei comunisti che hanno generato dittature oppressive e miserie tali da far quasi rimpiangere i regimi reazionari fra le due guerre....
    In ogni caso aspetto dai "professori universitari" pacifisti (si fa per dire) un commento all'ultimo attentato criminale palestinese contro un obiettivo israeliano di importanza militare strategica: una sala da biliardo. E non c'è bisogno di alcuna commissione ONU per accertare l'infame strage del delinquente assassino arabo-palestinese.

    da www.lastampa.it :

    "NE DI FERITI, SI TEME CHE VI SIANO ALTRI CORPI SOTTO LE MACERIE
    Un kamikaze rompe la tregua: 16 morti in un club a Tel Aviv
    Bush e Sharon vengono informati durante la conferenza stampa congiunta Il presidente: «Sono disgustato». Il primo ministro decide il rientro immediato


    8 maggio 2002

    di Yariv Gonen

    TEL AVIV. Dopo un mese di calma relativa, torna in Israele l'incubo del terrorismo palestinese. Con un tempismo perfetto, mentre il premier Ariel Sharon era a Washington a colloquio con il presidente George Bush, un terrorista palestinese si è fatto esplodere nel centro di una affollata sala da biliardo a Rishon le- Zion, alla periferia di Tel Aviv. Secondo un primo bilancio, almeno 16 persone sono rimaste uccise dalla deflagrazione, che ha provocato la distruzione di un piano intero di un edificio situato nella zona industriale. I feriti accertati sono alcune decine: non meno di 60. Altre vittime, secondo le forze di soccorso, potrebbero essere sepolte sotto le macerie. La notizia dell’attentato è arrivata a Washington mentre era in corso la conferenza stampa di Bush e Sharon, comunicata ai due leader attraverso un bigliettino. Bush si è detto «disgustato», il premier israeliano ha deciso di rientrare in patria cancellando non solo la tappa di New York, ma anche gli incontri al Congresso che doveva avere questa sera.

    A Rishon le-Zion, il luogo dell’attentato, erano da poco passate le ore 23.00 (le 22 in Italia) quando il palestinese è riuscito ad entrare nello Sheffield Club, una sala da biliardo e caffè allestita al terzo piano di un edificio crollato in parte per la potenza dell'ordigno. Come in altre città israeliana, la zona industriale di Rishon Le-Zion si trasforma nel fine settimana in una area di divertimento, dove abbondano i ristoranti, i locali notturni e le discoteche. Secondo prime testimonianze, al momento della esplosione lo Sheffield Club era molto affollato. L'attentatore ha percorso la centrale via Lishansky, è entrato nel palazzo che ospita alcuni negozi di mobili, ha risalito due rampe di scale e ha fatto irruzione nel locale esplodendo nella sala centrale. «Eravamo alle macchine da gioco - ha detto uno dei superstiti - quando abbiamo sentito una forte defagrazione. Il buio è calato all'improvviso. Poi ho sentito le urla dei feriti, i lamenti strazianti di quanti erano rimasti imprigionati fra le macerie. Fra il fumo e i calcinacci abbiamo cercato di trovare una via di uscita da quel luogo infernale».

    La paternità dell'attentato è stata rivendicata da Hamas. L'Autorità nazionale palestinese in un comunicato lo ha invece fermamente condannato. Ma nonostante questo un funzionario dell'ufficio di Sharon ha accusato l’Anp: «È chiaro - ha dichiarato David Backer - che l'Anp non ha rinunciato alle sue azioni terroristiche e non ha rinunciato alla strada della morte». In precedenza, in un intervento in parlamento, il capo di stato maggiore generale Shaul Mofaz aveva riferito che la lotta contro il terrorismo non si è conclusa con la fine formale della «Operazione Muraglia di difesa». «Ogni giorno - ha detto Mofaz - fermiamo bombe umane palestinesi dirette verso il territorio israeliano. Ogni giorno i nostri soldati sventano nuove stragi». E in serata i guerriglieri palestinesi hanno sparato un colpo di mortaio contro la colonia ebraica di Gush Katif, nel Sud della striscia di Gaza, colpendo una casa ma senza causare vittime. Lo ha annunciato una portavoce dell'esercito israeliano. Soldati israeliani - ha aggiunto la portavoce - stanno pattugliando la zona. Secondo la televisione pubblica israeliana, il proiettile di mortaio ha sfondato il tetto di una casa dell'insediamento ebraico, provocando danni materiali. Un altro palestinese è stato ucciso nella notte dalle forze di sicurezza israeliane mentre tentava di penetrare all'interno della colonia ebraica di Morag, nella Striscia di Gaza.

    Proprio ieri è stato rivelato che nell’incursione nella città cisgiordana di Kalkilya, dieci giorni fa, soldati israeliani sono riusciti a sventare una strage di enormi proporzioni. Il Fronte popolare per la liberazione della Palestina di Ahmed Saadat progettava allora di introdurre un camion con 500 chilogrammi di esplosivi nel parcheggio sotterraneo delle Torri Azriely di Tel Aviv, nel tentativo di farle crollare. Saadat è da una settimana recluso nel carcere palestinese di Gerico, sotto la custodia di agenti anglo-americani. La uccisione del leader locale del Fronte popolare, Raed Nazzal, e la cattura del camion ha consentito a Israele di sventare di misura quella che secondo il ministro degli esteri Shimon Peres poteva essere «una strage disastrosa». Ma secondo i servizi segreti israeliani tutte le organizzazioni politiche palestinesi sono adesso impegnate in una specie di «gara» per portare a termine attentati tanto più dolorosi allo scopo di dimostrare che la Operazione Muraglia di difesa è stata vana e che la infrastruttura militare palestinese non è stata demolita. Fra i più decisi a riprendere la lotta armata contro Israele vi sono anche gli islamici di Hamas. In una recente intervista il leader politico di Hamas, Khaled Mashal, ha ammesso che la sua organizzazione ha subito duri colpi durate la Operazione Muraglia di difesa ed è impegnata a «leccarsi le ferite». Al tempo stesso Mashal non ha lasciato dubbi: la lotta armata riprenderà comunque, non appena possibile. E ieri sera queste parole hanno avuto la loro conferma. Ieri in parlamento Mofaz è stato altrettanto chiaro. Qualora i palestinesi tornassero ad intraprendere la via del terrorismo, ha detto, Israele sarebbe costretto a ripetere una nuova operazione analoga a quella intrapresa il mese scorso.
    ".


    I movimenti palestinesi vogliono la guerra e lo dimostrano con il loro criminale terrorismo. Israele deve difendere se stesso e i propri cittadini. Non ci sono alternative alla pace, sul lungo periodo, ma nell'immediato....purtroppo....non ci sono alternative alle misure militari contro i criminali assassini delle organizzazioni estremistiche palestinesi e coloro che li sostengono, appoggiano, difendono o NON li combattono, se non a parole e ad uso degli inguenui organi d'informazione europei.

    Shalom!

  5. #5
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    Predefinito Re: CORREGGERE!

    Originally posted by KLASSENKAMPF

    Volevo dire: "quanto allo Shpil Klub etc"
    ?'''''''''''
    BELLA SMERDATA ALLE TUE FAZIOSE FARNETICAZIONI OGGI TI SEI PRESO DAL LIKUD!!!!!!!!!!!!!!!
    FINALMENTE LA VOGLIA DI PACE ISRAELIANAaaaaaaaaaa

  6. #6
    Roderigo
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    Predefinito

    Originally posted by Pieffebi
    i professori universitari, in tutti i paesi del mondo, nelle epoche critiche hanno sempre dato il peggio di sè. Si pensi a quanti hanno approvato o non si sono ribellati, in Italia, alle leggi razziali del 1938, a quanti in Germania hanno sostenuto il regime nazionalsocialista, a quanti nei paesi dell'est europeo, dopo la seconda guerra mondiale, hanno supportato i colpi di stato criminali dei comunisti che hanno generato dittature oppressive e miserie tali da far quasi rimpiangere i regimi reazionari fra le due guerre....
    I professori di cui parli, erano in maggioranza, si sottomettevano al regime e traevano vantaggi dalla loro sottomissione, oppure evitavano discriminazioni.
    I professori pacifisti israeliani invece sfidano il loro governo ed è improbabile possano beneficiarne, nel clima nazionalista che sta investendo la società israeliana.

    R.

 

 

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