Ordine «tassativo», e clamorosa conferma, della Corte suprema israeliana
DANIEL AMIT
Importante decisione della giustizia israeliana- che allo stesso tempo è una clamorosa conferma -, anche se probabilmente non avrà molta risonanza sui media internazionali. Il 5 maggio scorso l'avvocato Maruan Dalal Ma'adallah ha presentato un ricorso alla Corte suprema di Israele contra la pratica dell'esercito israliano di usare civili palestinesi come scudi umani e ostaggi, secondo modelli ben conosciuti (e di cui gli ebrei furono vittime). Ma'adalla ha presentato il suo ricorso anche in nome dell'Associazione per i diritti civili in Israele, dei Medici per i diritti umani, del Comitato contro la tortura e di altri gruppi come Kanon e Betzelem. La risposta è venuta martedì 7 maggio: la Procura dello statoha emesso «un ordine tassativo a tutte le unità operative secondo cui è assolutamente proibito usare civili, ovunque e in qualsiasi caso, come "scudi viventi" contro i tiri o gli eventuali attentati palestinesi, ovvero come "ostaggi". Resta intesa che questo divieto riguarda case, strade e qualsiasi altra zona o luogo in cui opera l'esercito israliano», che il mito ci racconta esserealtamente professionale (mito infranto dai rapporti su brutalità, saccheggi e vandalismi commessi nell'attacco alle città, campi e aree palestinesi: è di ieri l'annuncio-zuccherino che 6 soldati israeliani sono finiti davanti alla corte marziale accusati di avere arraffato dollari, orologi, telefonini e via rubando). Vedremo se l'ordine tassativo della Corte suprema israeliana sarà rispettato in un paese in cui i diritti umani (dei palestinesi ovviamente) vengono sbeffeggiati e oltraggiati quotidianamente da ogni sorta di abusi. Il gruppo pacifista israelo-arabo Ta'ayush ad esempio ieri denunciava che «migliaia di palestinesi sono ancora detenuti in installazioni militari», quali Megido, la base di Ofer, il campo di detenzione di Ksti'ot, Ansar e altri centri soprattutto nel deserto del Negev. Senza accuse specifiche, senza avvocati difensori, senza cure mediche o servizi igienici, con poco cibo e affastellati in tende come animali. «Le denunce delle organizzazioni umanitarie e per i diritti umani sono ignorati dai tribunali e dai media israeliani» mentre «lo Stato di Israele sta vendendo al mondo e ai suoi cittadini una immagine di moralità e integrità che nasconde una realtà buia», afferma Ta'ayush che insieme con l'Associazione per i prigionieri e il Comitato palestinesi di appoggio nel Negev chiama «arabi ed ebrei» a una manifestazione fissata per domani davanti ai reticolati del campo di detenzione di Ksti'ot (portando generi di prima necessità per i detenuti) per poi tornare a Tel Aviv per unirsi alla dimostrazione convocata dalla Peace coalition.
Anche quello che Gush Shalom e Yesh Gvul, gruppi pacifisti israeliani, definiscono «il virus refusnik» si dimostra «contagioso». I soldati e ufficiali della riserva - seruv - che si rifiutano di andare a servire nei Territori palestinesi sono già 457, di cui 29 in prigione. E l'eroica causa degli obiettori ha acquisito «una inattesa forza questa settimana» dall'adesione del tenente colonnello Yoram Rubinfeld, comandante di un battaglione della riserva. Rubinfeld ha annunciato ai suoi ufficiali che non li avrebbe più guidati nelle operazioni nei Territori. Tanto più ignificativo in quanto l'ufficiale finora non figurava in alcun gruppo di refusnik.
il manifesto 10 maggio 2002
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