L’unica lezione che la sinistra italiana intende accogliere dalle elezioni francesi riguarda la tecnica elettorale. Insieme ad una “gauche” che fino all’altro ieri inneggiava alla sua natura “plurielle”, ha improvvisamente scoperto che nel sistema maggioritario, sia esso legato al doppio turno che ai meccanismi bastardi del “mattarellum”, vince solo lo schieramento capace di essere più unito degli altri. E da adesso in poi compirà ogni sforzo per applicare la lezione francese tentando con ogni mezzo di trasformare la galassia informe della sinistra plurale italiana in un unico esercito da schierare in maniera unitaria sul fronte antiberlusconiano. Se questa è l’unica morale che la sinistra italiana intende trarre dalle vicende elettorali francesi, il governo Berlusconi e la Casa delle Libertà possono dormire sonni tranquilli. Nei prossimi quattro anni i dirigenti dell’Ulivo impegneranno ogni stilla d’energia per mettere insieme riformisti e massimalisti, cossuttiani e bertinottiani, girotondisti e dipietristi, no-global e socialisti liberali, cattolici democratici e laici post-azionisti, ex democristiani di sinistra e post-socialisti in preda a perenne sindrome di Stoccolma nei confronti dei post-comunisti.
Ed alla fine di questo convulso, continuo e stressante lavoro di smussatura, ricucitura e mediazione giungeranno all’appuntamento elettorale di fine legislatura con l’unione formale delle sigle e delle etichette ma con il vuoto assoluto dei contenuti. Ciò che la sinistra italiana rifiuta di trarre dall’esperienza francese è che gli errori commessi a Parigi sul terreno della tecnica elettorale sono solo la copertura di quelli molto più gravi commessi sul terreno dei contenuti. La sinistra non ha perso al primo turno solo perché si è presentata divisa. Lo ha fatto perché ha preteso di continuare ad interpretare la realtà del paese con gli schemi ideologici del secolo scorso. Ed in questo modo non ha capito la rivoluzione culturale e sociale che è avvenuta negli ultimi trent’anni e che ha avuto un’ultima e più violenta accelerazione dopo l’11 settembre dello scorso anno. Due esempi valgono per tutti. Chi ha pensato di risolvere il problema dell’occupazione con la legge sulle 35 ore non può comprendere che quella scelta ha condannato una parte dei ceti operai a diventare sempre più povera, marginale ed alienata rispetto alla società consumistica.
Che ci può fare un operaio del maggior tempo libero quando il divieto per legge di guadagnare di più gli impedisce di godere appieno in termini consumistici delle ore di minor lavoro? E chi insiste a rincorrere (come nella seconda metà del secolo scorso sull’onda della decolonizzazione) il mito della società multietnica, non riesce a capire come i colpi più duri alla realizzazione di quel vecchio mito vengano dalle comunità islamiche sempre più ampie e sempre più tenacemente decise a rifiutare ogni forma d’integrazione in nome del proprio fondamentalismo religioso. La sinistra italiana sembra decisa a rincorrere quella francese lungo la strada degli errori commessi. Punta sul conservatorismo sociale rifiutandosi di convertirsi al riformismo moderno. E si rinserra nel terzomondismo astratto e di maniera per non accettare di fare i conti con la sfida sempre più aperta e minacciosa lanciata dal fondamentalismo islamico contro la democrazia occidentale. In questo modo, in Italia così come in Francia, si candida a nuove e più cocenti sconfitte. A beneficio dei Berlusconi e degli Chirac di turno. Sempre che questi ultimi continuino ad interpretare al meglio i valori della democrazia laica.




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