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    Predefinito Magia nel Continente Nero

    AFRICA MAGICA
    di Marco Pardini

    Nell' ultima luce del giorno, dopo che il sole si è nascosto dietro il velo diafano della boscaglia, la savana risuona di ritmi antichi. Sullo spiazzo polveroso al centro del campo un circolo di uomini con grandi copricapi di paglia e cuoio ondeggia al suono dei tamburi e battendo le mani intona il ruume, il canto di benvenuto. Le ragazze, timide sotto gli ombrelli multicolori, li spiano a qualche passo di distanza. Ogni mattino e ogni sera, durante la settimana dei Geerewo!, le fanciulle assisteranno a questo rito, eseguito dai giovani maschi in cerchio, i visi accuratamente truccati, le labbra nere di kohl, i grandi cappelli eleganti, le vesti finemente ricamate su cui sono cuciti amuleti, specchietti, penino. Ma il momento culminate della festa sarà lo yaake, la danza pomeridiana in cui i ragazzi si esibiranno in una vera e propria gara di bellezza, facendo sfoggio di tutto il loro fascino, ed ai termine dello quale loro, le fanciulle, sfileranno davanti ai coetanei per scegliere quello che trovano più attraente e con lui trascorrere la notte, qualche settimana oppure il resto della vita.Questo modo così originale di impostare i rapporti tra i sessi appartiene a una delle culture più antiche e meno contaminate che sia dato trovare; appartiene alla savana dell'Africa Occiredentale, una terra di boscaglie rade e pascoli stentati percorsa in lungo e in largo da una popolazione di allevatori nomadi, Una terra dagli orizzonti sconfinati, su cui incombe il grande vuoto dei Sahara, una terra che esige capacità di adattamento a condizioni di vita durissime. E' la terra dei Peul, una popolazione di pastori provenienti dal Se- negaI che si sono sparpagliati lentamente, all'inarrestabile ricerca di pascoli, fino al Ciad e al Camerun.

    Oggi sono la popolazione più numerosa dei Sahel e occupano un vastissimo territorio comprendente parte del Senegal e della Guinea, il Mali sudoccidentale, il Burkina Faso, il Niger, gran parte della Nigeria e il nord del Camerun. Sono conosciuti con molte varianti dei loro nome, Peul, Fula, Fulani, Fulbe, Felaata e si dice che, per ci chiarezza della loro pelle, siano di origine semitica e vivessero anticamente in Egitto.La maggior parte dei Peul è oggi sedentarizzata e, pur continuando a possedere bestiame come simbolo di ricchezza e prestigio, ha completamente abbandonato lo stile di vita dei nomadi, si è convertito all'islam, vive in villaggi e pratica un'economia basata sull'agricoltura e sull'allevamento di mandrie accudite da pastori assoldati allo scopo. I gruppi rimasti nomadi hanno conservato, invece, un grande attaccamento per gli armenti e, in particolare, per lo zebù, un bovino dal mantello color mogano con grandi, elegantissime corna bianche. Un gruppo familiare può possedere fino a 300 capi, che i componenti della famiglia sanno riconoscere ad uno ad uno. Questi nomadi, la cui vita è totalmente imperniata sull'allevamento, tengono in grandissima considerazione la propria libertà; la loro è una società di eguali non fondata sui beni materiali, dato che considerano indegno di un allevatore fabbricare oggetti e sono convinti che il lavoro, se non direttamente connesso con l'allevamento, comprometta la libertà (persino la realizzazione dei loro gioielli è affidata ad artigiani tuareg).

    Disprezzano i loro vicini sedentari e hanno conservato tradizioni, costumi e valori tipici di una vita indipendente, resistendo a qualsiasi injjuenza esterna e alle lusinghe dei cambiamento. A loro volta sono disprezzati dai Peul sedentari, che li chiamano Bororo (o Mbororo), un termine dispregiativo derivato da "mborooli", nome dello zebù in lingua fulani, e che disapprovo-no la vita primitiva al seguito delle mandrie, lontana dai precetti dell'islam. Tra i Bororo si contano diverse tribù, che si possono sinteticamente raggruppare in due grandi gruppi culturali: quello che pratica il Geerewol, ovvero la danza di bellezza, e quello che pratica il Sara, ovvero l'iniziazione per bastonaturo. Al primo gruppo appartengono i Wodaabe, vocabolo che significa "popolo del tabù", ossia coloro che aderiscono al codice di comportamento tradizionale (il pullaaku) fondato sulla modestia, la riservatezza, l'equilibrio.

    Essi sono stanziati principalmente in Niger, nella regione compresa tra Niamey e Agadèz, pur spingendosi molto lontano durante lo stagione secca, quando l'acqua scarseggia e i pascoli si riducono e inaridiscono.In settembre, al culmine della stagione delle piogge, quando i pascoli salati tra Tahoua e Agadèz sono verdi e ricchi di foraggio ad altissimo contenuto salino, i piccoli gruppi familiari, con il loro seguito di cammelli, asini e zebù, convergono da tutti gli angoli dei Sahel per sottoporre gli animali alla cure sa!ée, letteralmente "cura salata", un trattamento mineralizzante contro la disidratazione, che aiuterà le bestie a sopportare meglio la stagione asciutta. E' questa l'occasione per le più importanti riunioni tribali dei Wodaabe e dei Tuareg (anch'essi intenti alla alla cure sa!ée) che concentrano in questo periodo dell'anno quasi tutta la loro vita sociale. Nessun altro momento, nessun altro luogo si presta meglio per la celebrazione della pù grande festa wodaabe, il Geerewoi, e del suo equivalente tuareg, l'Ilioudjan. il Geerewol è il festival della seduzione: per sette giorni si susseguono le danze erotiche, si intrecciano gli amori, si consumano incontri effimeri (i giovani wodaabe di entrambi i sessi hanno libertà sessuale prima dei matrimonio) o si pongono le basi di unioni durature.


    Ed è la donna a fare la scelta, mentre compito dell'uomo è quello di rendersi attraente, di mostrare le sue qualità in verdi e ricchi di foraggio ad altissimo contenuto salino, i piccoli gruppi familiari, con il loro seguito di cammelli, asini e zebù, convergono da tutti gli angoli del Sahel per sottoporre gli animali alla cure salée, letteralmente "cura salata", un trattamento mineralizzante contro la disidratazione, che aiuterà le bestie a sopportare meglio la stagione asciutta. E' questa l'occasione per le più importanti riunioni tribali dei Wodaabe e dei Tuareg (anch'essi intenti alla alla cure sciiée) che concentrano in questo periodo dell'anno quasi tutta la loro vita so- ciale. Nessun altro momento, nessun altro luogo si presta meglio per la celebrazione della più grande festa wodaabe, il Geerewoi, e del suo equivalente tuareg, l' il!oudjan. Il Geerewol è il festival della seduzione: per sette giorni si susseguono le danze erotiche, si intrecciano gli amori, si consumano incontri effimeri (i giovani wodaabe di entrambi i sessi hanno libertà sessuale prima del matrimonio) o si pongono le basi di unioni durature. Ed è la donna a fare la scelta, mentre compito dell'uomo è quello di rendersi attraente, di mostrare le sue qualità in fatto di attrattiva personale, il suo carisma, il suo potere di seduzione; cosa che avviene attraverso la danza.L'affermazione personale mediante il carisma sessuale, un valore centrale nella cultura wodaabe, è la sola a garantire fama e considerazione sociale all'individuo.

    La bellezza fisica è tanto desiderabile che un marito consente volentieri alla moglie di giacere con un uomo avvenente nella speranza di ottenere un figlio bello. Del resto i Wodaabe sono famosi proprio per la loro bellezza: il portamento elegante, i corpi alti e slanciati, i lineamenti quasi femminili accentuati dal trucco, il sottile naso aquilino sono alla base della loro convinzione di essere le creature più belle del pianeta. Durante il Geerewol i maschi dedicano cure scrupolose e maniacali al loro aspetto e la giornata viene spesa davanti ai piccoli specchi nel ritocco del trucco e dell'acconciatura. I canoni del fascino maschile prevedono la rasatura del capelli all'attaccatura della fronte, le chiome annodate in intricate treccine, le palpebre e le labbra rese scure dal kohl, le guance coperte di pura, una polvere gialla che accresce la grazia dei viso, su cui sono disegnati cerchi rossi e puntini bianchi a forma di stelle; lunghi ciuffi di peli bianchi gomiti, un turbante bianco da cui spunta una piuma nera di struzzo e da cui pendono silkin, strisce di cuoio rivestite di ottone e cochiglie cauri, un groviglio di pendenti appesi al collo completano l'abbigliamento.

    Lo yaake è l'apogeo della festa, il in cui ogni giovane esprime l'immagine ideale che ha di sé mostrando le sue doti e sue qualità nella danza. Prima del gran "concorso" i ragazzi assumono pozioni stimi anti, droghe che consentono di protrarre l' esercizio per ore in uno stato vicino alla tranc ondeggiando ritmicamente sulle punte dei p1 di scuotono e muovono la testa in tutte le direzioni, sbarrano gli occhi mantenendo lo sguado fisso e ruotando lentamente le pupille p far risaltare il bianco degli occhi, fanno smorfie con la bocca mostrando i denti candidi; di qualità, il biancore di occhi e denti, molto ai prezzate nella società wodaabe. I lunghi nasi affilati sono sottolineati da una linea di color il kohl accentua il candore smagliante dei denti perfetti e delle grandi cornee messe in rilievo da occhi ben allenati a spalancarsi, a schioccare languide occhiate, a fare una quantità smorfie in cui vengono simulati un'infinità sentimenti, dalla remissività alla ferocia. Alla fine tocca alle ragazze: timidamente sfili no davanti ai giovani ancora impegnati nel yaake, giudicano e si consultano, ed infir eleggono il vincitore, l'uomo più affascinante desiderabile, il solo cui sarà concesso di sciogliere, mentre tuffi gli altri saranno scelti. Così che, comunque, li rende orgogliosi e pieno mente felici. E non potrebbe essere diverso mente dato che le donne wodaabe non son meno belle dei loro uomini.

    SUI CULTI DI POSSESSIONE IN AFRICA

    All'inizio dei secolo, le religioni africane tradizionali abbracciavano più di metà della popolazione dei continente. Circa un terzo degli africani erano fedeli di Maometto, e meno del dieci per cento erano cristiani. Da allora, tuttavia, il Cristianesimo ha fatto molti passi in avanti. Gran parte dei Kenya di oggi, per esempio, è almeno nominalmente cristiano, pur dividendosi fra diverse chiese, dai cattolici ai metodisti ai luterani agli "avventisti dei settimo giorno". Lungo la costa, tuttavia, l'islam è dominante (l'isola di Lamu è ricca di moschee), mentre vi sono templi indù in città come Nairobi e Mombasa. In Africa, tuttavia, Cristianesimo e Islam tendono ad a-vere caratteristiche perticolari e prettamente "africane". Quando per la prima volta incontrarono i bianchi, molte popolazioni indigene credevano in una "divinità supre ma" unica, maschile e onnipotente, che aveva creato il mondo. Ma spesso la consideravano troppo remota per occuparsi degli esseri umani e dei loro piccoli problemi. Più vicini all'uomo erano le numerose entità soprannaturali e gli spiriti che governavano le forze della natura e i fenomeni spontanei (il Sole e la Luna, il vento e le piogge, gli animali e gli alberi), ed anche gli spiriti degli antenati, che si pensava continuassero ad interessarsi da vicino delle vicende dei loro discendenti.I Kikuyu, per esempio, considerano sacro il monte Kenya, e costruiscono le loro case in modo che la porta d'ingresso affacci verso la sua vetta.

    Spettacolari rituali per l'avvento della pioggia vengono celebrati sulle colline di Matopo nello Zimbabwe, ricche di grotte dipinte dai boscimani, mentre il lago Fundudzi nel Sud Africa è sacro in quanto dimora dei dio pitone. Agli estranei èimpedito di avvicinarsi. In Africa, come in molte altre terre,le tradizioni popolari tendono a negare l'esistenza dei caso e la possi bilità che certi eventi si verifichino per puro incidente. Se accade qualcosa che non può essere spiegato in modo elementare e palese, allora se ne attribuisce l'origine all'intervento di esseri soprannaturali o alla stregoneria. Molte malattie, specie di origine nervosa o mentale, sono spiegate in questo modo: di conseguenza, per curarle sono necessarie persone esperte delle cose sacre agli stregoni, veggenti, medium che sanno come annullare gli effetti della magia ostile e possono fungere da canali fra il mondo umano e il mondo degli spiriti.

    http://www.marcopardini.com/africamag.php

    Dal sito http://www.marcopardini.com/ - © 2001-2006 Marco Pardini - Tutti i diritti sono riservati

  2. #2
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    IL MEDICO STREGONE
    Le cure tradizionali africane tra scienza, empirismo e magia


    L’Africa racchiude centinaia di etnie, culture e lingue diverse. A sud del Sahara la medicina ha due modalità che si intersecano ma non si sovrappongono. Esistono guaritori che usano rimedi empirici, ampiamente testati da una tradizione millenaria a base di erbe, parti di animali, aromi e polveri minerali. I medici tradizionali hanno buone nozioni di erboristeria, ostetricia, chirurgia, ortopedia, medicina interna e neurologia. La farmacopea indigena conosce più di cinquecento rimedi e di prassi terapeutiche. Tra i Dogon si cura il mal d’orecchio con istillazioni di acqua tiepida e olio di palma, l’oftalmia con pus si cura con un collirio composto di acqua di tamarindo e succo di limone. Per il mal di testa si propinano tre cipolle crude, le ustioni si lavano con acqua e sale. I dentisti fanno uso per le carie di un rametto della pianta katrafey, lo riscaldano e applicano sul dente malato la linfa schiumosa che ne esce. Oppure usano la resina dell’arbusto ramy e infine chiudono il foro con un impasto di zenzero e sale. Anche gli ascessi vengono curati (non sempre con esito positivo) con applicazioni di pasta di fagioli crudi, poi con incisioni e dopo lo svuotamento con applicazioni di polvere del frutto di acetosa.
    Tali rimedi vanno somministrati insieme a scongiuri, incantesimi, esorcismi e sortilegi. Tra gli Ewe di Cape Coast in Ghana ho verificato le varie prassi mediche. Se qualcuno si ammalava, per prima cosa veniva curato da uno della famiglia con i rimedi più comuni: camomilla per il mal di pancia, acqua e sale per le ferite, decotti con il miele per la febbre. Se il male non passava si chiamava lo specialista che somministrava rimedi più complicati. Talvolta il dottore sperimentava sul paziente due, tre o anche dieci piante diverse per tentare di ottenere un buon risultato. Se il malato non guariva si chiamava l’indovinostregone. Infatti una malattia che non guarisce con i comuni rimedi è provocata da forze invisibili e da potenze oscure.

    Entra in gioco allora la diversa concezione dell’essere umano. In Africa si pensa che la persona sia in osmosi continua con il cosmo, la natura, i defunti, gli spiriti, i demoni e gli dei. Si pensa che la malattia che non guarisce sia provocata da disordini dell’anima, da colpe e peccati, da infrazioni a tabù. Oppure da potenti malefici scagliati da nemici e rivali, da amanti delusi o da persone invidiose. L’indovino ha vari modi per fare la sua diagnosi: può gettare a terra nove conchiglie e leggere il responso, oppure si reca nella boscaglia, si spoglia nudo, sacrifica un pollo o una gallina e cade in trance durante l’agonia del volatile. Vede allora la malattia e la sua causa. Ci sono decine e decine di motivazioni spirituali. L’indovino può diagnosticare l’intervento di entità misteriose e in tal caso spiega i motivi che hanno spinto il demone o lo spirito ad intervenire. Oppure si può trattare di magia nera provocata da gelosia e invidia umana. Se la diagnosi prevede lo sdegno di un antenato, si deve anche indicare la trasgressione che ha suscitato la collera dell’avo.

    Durante la mia permanenza in Africa si ammalò un tale e l’indovino caduto in trance si recò nel mondo dei morti dove vide il bisnonno del paziente che ne reclamava la compagnia: «Mi annoio» disse il morto, «voglio mio nipote qui che mi faccia da servitore». L’indovinostregone dovette convincere il bisnonno egoista che il paziente serviva di più al villaggio, ma fu comunque una bella lotta. Anch’io mi sono sottoposta ad una terapia presso Larteh dove una monumentale stregona Oparabea mi ha curato uno spaventoso mal di gola, con febbre altissima, resistente agli antibiotici, di cui mi ero imbottita. Dopo avermi fatta stendere davanti a lei, con la testa sul suo petto, mi ha posto le enormi mani sulla gola e ha cantato sortilegi e scongiuri per una buona mezz’ora. Era accompagnata dalle sue aiutanti che ritmavano il canto su tamburi di varia misura e sugli agogò, campanelle mistiche. Poi mi ha fatto bere una pozione densa, appiccicosa, dolciastra e fortemente alcolica. Tornata a letto ho visto per tutta la notte branchi di animali bianchi invadere la mia capanna: erano elefanti, tori, antilopi, ippopotami e leoni. All’alba stavo bene...

    Tra i Boscimani del Kahalari il medicostregone analizza il paziente per diagnosticare l’origine della malattia. Se non scopre motivi naturali (deperimento, infezioni, ingestione di cibi cattivi) passa ad interpretare i sogni del paziente. Organizza poi una danza propiziatoria in caso di malattie gravi dalla difficile definizione e fa partecipare tutta la tribù in modo di ricucire eventuali lacerazioni del tessuto sociale come liti tra villaggi o disaccordi nella distribuzione del cibo. La terribile malattia del sonno (encefalite letagica) è sempre motivata da spiriti malvagi o demoni.
    La medicina africana ha suscitato maggiore interesse nel campo della psichiatria, ramo molto curato nella prassi medica tradizionale. Anche per le malattie mentali i guaritori africani usano i due approcci: quello farmacologico e quello psicoterapeutico. Tra i Bantu dello Zaire si curano le psicosi con attente misture di piante con forti effetti calmanti. Le cure simboliche come incantesimi, scongiuri, canti e danze vengono realizzate sempre alla presenza della famiglia estesa e spesso anche di fronte a tutto il villaggio. Si stabilisce un triangolo guaritorepazientegruppo nel quale le aspettative del malato e dei presenti mettono in atto dinamiche emotive che possono accelerare e facilitare la fine della crisi.

    In Africa un minaccioso mondo soprannaturale popolato da spettri, demoni, streghe volanti e divinità corrucciate grava su condizioni di vita oggettivamente molto difficili con carestie ricorrenti, instabilità sociale, guerriglie, conflitti etnici. Le malattie psichiche in aumento mostrano la precarietà della vita sociale, un tempo meno conflittuale e drammatica. Sono sorti ospedali della foresta e della savana, dove le uniche cure sono quelle tradizionali e gli unici operatori sono indovini e stregoni. L’antica saggezza cerca così di arginare le tragedie di cui la splendida terra africana è ora afflitta.

    Cecilia Gatto Trocchi

    Dal sito: http://www.naturalia.net

  3. #3
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    MALATTIE SOVRANNATURALI E TERAPIE SOCIALI
    di Massimo Ruggiero

    http://www.airesis.net/ethnika/ethni.../ruggiero1.htm

    Dal sito http://www.airesis.net/

  4. #4
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    In Africa la magia vive ancora. E non solo come concetto: permea totalmente la società, la cultura, la quotidianità stessa. Soprattutto nella zona che si affaccia sul Golfo di Guinea, è un'Africa densa di misteri, popolata da spiriti invisibili e oscuri poteri soprannaturali.

    Aggredito da ogni parte da malattie, sofferenze, indigenza e ostilità ambientale, anche l'africano moderno non può fare a meno di ricorrere alla magia e alle pratiche connesse. Oggi, come ieri, a ciò provvede lo stregone, con riti antichi e nuovi e attraverso l'uso di amuleti e talismani caricati di energie e influssi destinati agli scopi più diversi. I rituali magico-religiosi si moltiplicano soprattutto nei villaggi, là dove la superstizione continua a prevalere.


    *^*^*^*^*^*^*


    RITI MAGICI E MAGIA DEL RITO

    (da Magia africana – Lucia Monti)


    Gli indigeni che abitano lungo il bacino del fiume Congo sembrano immersi interamente in questa atmosfera magica. Ogni momento della loro esistenza è condizionato dalla presenza di un rito propiziatorio o di una maledizione. Questa può annunciarsi in vari modi: un semplice ostacolo nel lavoro, un contrasto sentimentale, uno stato dì malattia passeggero, una condizione morbosa grave, una sensazione di angoscia. Per ognuno di questi inconvenienti bisogna trovare il rimedio. Maghe e stregoni sono li per questo. Il loro potere travalica gli oceani, la loro influenza si esercita al di là dei fusi orari e l'oggetto del loro maleficio o beneficio propiziatorio può essere a loro sconosciuto. E sufficiente che lo conosca colei o colui che chiede il loro intervento.

    I feticci sono li per questo. Ve ne sono di diverse fogge, ad impersonare diversi tipi umani: quello tutta testa e corpo appena abbozzato sta per esempio a simboleggiare l’intellettuale, l'uomo di potere, il prelato. Il feticcio snello, con buona proporzione tra torace e addome, indica invece un soggetto giovane e intraprendente. Il feticcio femmina è più grande, più largo ed ha l'addome smisurato, appena accennati gli attributi del sesso.



    Il feticcio è oggetto di rituali che devono per forza svolgersi di notte. È durante le ore notturne, infatti, che le onde del pensiero, positive o negative, esercitano la loro potenza, trasmettendosi a distanza. Nella penombra, rotta solo dal lampeggiare delle tre fatidiche candele, vengono pronunciate le formule magiche, conosciute solo da coloro che sono stati iniziati. Esiste tutto un frasario che varia da caso a caso e che dipende dall'obiettivo da raggiungere.
    Il linguaggio è il lingala, che qui è considerato il linguaggio degli dèi, caduto dal cielo in terra insieme ai primi uomini che, secondo la tradizione indigena, popolarono il paradiso terrestre, situato nel cuore dell'Africa centrale.
    Vi era, come vi è oggi, l'ambiente necessario: il grande fiume con la sua acqua purificatrice e la foresta impenetrabile col suo fascino e i suoi misteri. La saga della vita fu allora cantata in questo ambiente, dove ancora oggi vive l'arcano.
    Gli stregoni, quando devono compiere i loro riti, devono far ritorno alla foresta e lì immergersi. Da lì partono i messaggi, destinati a persone lontane, al di là dei continenti, messaggi che inducono il bene o il male.




    Ed ecco il feticcio. La maga (Lucia Monti, autrice del saggio da cui ho tratto questo brano, ha assistito a un rituale "d’amore" della maga Alphonsine – nota mia) lo deposita sulla nuda terra e, dopo la preghiera rituale, lo tasta, percorrendolo dall'alto verso il basso con le sue dita. Sembra un suonatore che voglia accordare il suo strumento. Poi finalmente individua il punto che corrisponde all'area anatomica dove il messaggio deve giungere.
    Questo è un messaggio buono, non malefico, non pericoloso per chi lo riceverà. Il cuore del feticcio è oggetto delle attenzioni della sacerdotessa della magia. Dall'altro lato, forse in Europa, dove l'individuo si trova temporaneamente (per studio o per lavoro), le onde colpiranno il suo cuore.
    Nella sua mente rivedrà allora, come in una sequenza cinematografica, le fattezze di un volto e di una figura femminile, che ha dimenticato o che ha voluto scordare. L'uomo proverà un grande desiderio di mettersi in comunicazione con la giovane che gli ha lanciato il messaggio e di stabilire un'intesa affettiva oppure di riallacciare un legame infranto. Il rito sarà ripetuto per almeno tre volte in tre notti della settimana (lunedì, mercoledì e venerdì) e l'efficacia è assicurata, come testimoniano centinaia di donne.

    Non tutte le maghe però si limitano ad esercitare la magia bianca, che ha per obiettivo l'amore, la riuscita nella scuola, nel lavoro, il mantenimento di una buona salute, eccetera. Alcune si dedicano ai malefici e, in questo caso, l'oggetto delle loro attenzioni sono le zone del corpo che si desidera vengano colpite da un male, ad esempio gli occhi, il fegato, i polmoni, il cervello. Il malcapitato si ammalerà sino alla cecità, oppure morirà per un cancro epatico, o soccomberà ad una tubercolosi polmonare o finirà i suoi giorni roso dalla pazzia (nelle convinzioni degli africani, l'alienazione mentale è sempre la conseguenza di un maleficio: è per loro impensabile un pazzo che non sia stato oggetto di influssi malefici).


    Feticcio di morte (Benin)


    Da Magia africana – Lucia Monti (Edizioni Mediterranee – pag. 99 e seg.)

  5. #5
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    Predefinito Una curiosità...

    A Lomè, capitale del Togo, esiste un vero e proprio bazar dedicato alla magia: è il "Marché des Féticheurs", il mercato dei feticci. Non è un posto per turisti, ma è possibile visitarlo purché accompagnati da una guida locale. Qui si vende tutto l’armamentario della stregoneria, dai semplici portafortuna (gri-gri) ai potenti sonagli (gon-gon), che svegliano gli spiriti a cui ci si rivolge. E pozioni magiche con ingredienti di ogni tipo: corna di gazzella, unghie di gatto, pelli di serpenti e teste di cani e di gatti, denti di facocero, aghi di porcospino e gusci di tartarughe.


  6. #6
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    Dal Pantheon Yoruba

    Ogun è il dio della guerra, strettamente associato anche al ferro, della popolazione africana Yoruba.
    Ogun è l'equivalente del dio fabbro Gu dei fon, ma mentre gu originariamente era nato come utensile di pietra con una lama, Ogun è stato prima di tutto un cacciatore che scese dal cielo su una ragnatela già prima che il processo di creazione fosse concluso.
    Tale divinità non è considerata malvagia, ma può rivelarsi severa e spietata. questa sua natura, che riflette solo uno degli aspetti della guerra, non impedisce al dio di assistere i suoi protetti a cui però, in passato, ha chiesto sacrifici umani. Oggi tali sacrifici sono stati sostituiti da sacrifici di cani, effettuati dai fabbri per guadagnarsi benevolenza. E' anche simbolo di Giustizia ed in Nigeria è ancora invocato nei Tribunale come protettore.




    Olorun (anche Olodun) è la divinità suprema e creatore. Il suo nome significa, etimologicamente ed è secondo questa mitologia, "Il signore del cielo" (olo="signore" e orun= "cielo"). È il dio della pace, dell'armonia e della purezza. È associato al colore bianco e controlla tutto ciò che ha questo colore, come le ossa, il cervello e le nuvole.
    Olorun creò l'universo, fissò il giorno e la notte, ordinò le stagioni e stabilì il destino degli uomini. Non si occupa direttamente degli affari umani a causa del fatto che la sua potenza potrebbe troppo grande e potrebbe inavvertitamente distruggere ogni essere umano che incontrasse. A tal proposito Olorun è anche colui che introdusse la morte per gli uomini: un tempo essi infatti non morivano ma crescevano fino a diventare altissimi, poi iniziavano ad invecchiare diventanto sempre più piccoli e deboli; Dato che la massa di questi esseri era diventata enorme, gli uomini chiesero a Olorun di liberarli da una vita troppo lunga, ed è per questo che i vecchi muoiono.



    Shango è la divinità del tuono e delle tempeste.
    Originariamente sovrano della terra , Shango fu divinizzato dopo essere fuggito dai nemici ed essersi impiccato ad un albero. I suoi seguaci pregarono che il fuoco distruggesse i suoi avversari e quando il fuoco arrivò effettivamente ai nemici di Shango, si convinsero che egli era veramente asceso al cielo, diventando una divinità.



    Olokun, è una divinità il cui nome significa "padrone del mare".
    Nel tentativo di impadronirsi della supremazia del dio del cielo Olorun, Olokun accolse la sua sfida di indossare la vesti e gli ornamenti più belli e sottoporsi al giudizio degli yoruba. Usando un'astuzia, Olorun si presentò alla gara sotto forma di camaleonte ed imitò tutto ciò che indossava Olokun. Questi infine si dette per vinto e la supremazia di olorun fu confermata.

    Molte delle divinità Yoruba si ritrovano nei culti Voodoo haitiani.
    O della Santeria brasiliana dove vengono chiamate Orishas




    Liberamente copiato da Wikipedia


    Letture consigliate:
    Quando le anime si sollevano di Madison Smartt Bell
    "Haiti, fine del XVIII secolo. Al tempo in cui Boukman danzò la morte di tutti gli uomini bianchi...
    In un'isola divorata dalla febbre e lacerata dagli odi razziali le notizie della Rivoluzione Francese ingigantiscono i contrasti politici. Uno sciagurato complotto ordito per ricompattare l'unità dei coloni dà l'avvio alla più sanguinosa rivolta di schiavi di cui si abbia memoria.
    Un timido medico dalla mira infallibile in cerca della sorella, un prete santo e peccatore, coloni crudeli capaci di gesti nobili, militari allo sbando, donne lascive e coraggiose, un romantico trafficante d'armi, uno schiavo fuggiasco e un inquietante mulatto ossessionati dalla mancanza di un identità intrecciano le proprie vicende personali con la storia vera di François-Dominique Toussaint Louverture, il Napoleone di Haiti.
    Da un lato le idee al tramonto dell'Ancien Régime e le contraddizioni dell'Illuminismo, dall'altro il misterioso culto vodun, descritto con mirabile consapevolezza. Un'atmosfera infetta e stagnante, che esplode in lampi di violenza pura. Uno sconvolgente affresco che spazia dal realismo più crudo alla dimensione magica dell'immaginario africano, dove vano sarebbe sperare nella comparsa di eroi senza macchia e illusorio pretendere di estrarre un'unica Verità dal caos impazzito della Storia. In una società che conosceva e classificava ufficialmente sessantaquattro sfumature diverse nel colore della pelle, forse altrettante erano le verità individuali, tutte sfuggenti e compromesse, tutte generatrici di storie degne di essere ascoltate e registrate."

  7. #7
    Zemlja i Volja
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    vodun: letteralmente "spirito o "nume" (nella lingua fon degli Arada -tribù africana proveniente dall'antico Regno del Dahomey, l'attuale Benin), e per estensione l'insieme delle credenze e dei riti nati dall'innesto dell'animismo africano sulla religione cattolica delle Colonie.

    z'étoile: letteralmente "la stella"., quella parte dell'anima che risiede non nel corpo ma nel cielo; la stella del destino personale, rappresentata da una zucca ricolma delle speranze dell'individuo e degli eventi che attendono la sua anima nella prossima vita.

  8. #8
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    STREGONERIA I poteri segreti dell'Africa
    di Mauro Burzio

    Stregoni e magia nera. Incantesimi e maledizioni. Amuleti e pozioni magiche. E’ un’Africa densa di misteri inquietanti quella che si affaccia sul Golfo di Guinea. Una terra popolata da spiriti invisibili e oscuri poteri soprannaturali…

    http://www.missionaridafrica.org/arc...2005_01/03.htm

    Dal sito http://www.missionaridafrica.org/

  9. #9
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    Albini in piazza: "Non uccideteci"

    Rapiti e mutilati per sacrifici umani e rutuali magici: gli africani dalla pelle bianca chiedono protezione

    DOMENICO QUIRICO
    Geni delle acque, spiriti, mezzi dei e mezzi uomini, a seconda dell’Africa in cui il destino li ha collocati gli albini sono una maledizione o un dono del cielo. In un posto la folla li insegue con in mano doni, per innescare i loro supposti poteri benefici o sfruttarne le altrettanto azzeccate facoltà di nuocere; in altri bande di assassini li braccano per sacrifici umani. Un’antica sete di sangue si scatena armata di leggende millenarie che continuano a riprodursi, implacabili; magari sul telefonino o su internet. L’africano ha spesso due esistenze, una moderna e una inaridita e impigliata dalla magia, dalle paure e dalle tentazioni demoniache. In Tanzania, in pochi mesi hanno uccisi 26 albini, in maggioranza donne e bambini. Eppure è uno dei Paesi più ordinati del continente. Qui gli albini li definiscono «mzungu», il nome dei bianchi ai tempi dell’impero britannico. Ed è già un segnale sinistro.

    L’ultima vittima si chiama Jovin Majaliwa, un ragazzo, la sua unica colpa era appunto di essere albino; lo hanno atrocemente mutilato per prendergli gli organi genitali. La polizia ha arrestato 170 persone che sarebbero collegati ai delitti, ma nessuno è stato ancora giudicato. Gli albini in fondo li ammazzano da sempre, ci son cose più importanti che preoccuparsi di questi stregoni, si difendano loro dal malocchio, mormora la gente seccata. Così questi fragili semidei sono sfilati in corteo annunciando che se il governo non provvederà a difenderli, emigreranno. Ernest Kimaya è il presidente dell’associazione che riunisce questi cittadini senza diritti: «Viviamo nel terrore, barricati in casa, usciamo solo se indispensabile e con la paura addosso». Una delegazione è stata ricevuta dal presidente Jakaya Kilwete. E’ uno dei pochi che si è mobilitato per loro, ha proposto di schedarli per proteggerli, vuole un servizio di vigilanza per i bimbi che vanno a scuola. Ha promesso che qualcosa si farà. Anche perché Onu e Ue protestano per questa mattanza infame.

    Nel vicino Burundi da tempo ritrovano i cadaveri mutililati degli albini. Sono diventati l’oggetto di un mostruoso commercio, ne prelevano sangue, braccia e gambe che sarebbero poi rivenduti a caro prezzo in Tanzania. Sottovoce si parla di cifre colossali, 600 milioni di scellini (300 mila euro) per il cadavere di un albino. Leggende macabre quasi certamente. Quel che è certo è che la tariffa richiesta dai killer è bassa, 10 mila franchi burundesi, 7 euro. Il rischio di essere arrestati è minimo, la notizia finisce nella rubrica «fatti diversi» dei giornali. Secondo alcune voci i cadaveri sono il tributo a mostruose leggende magiche, sul sangue e gli arti degli albini che mescolati con alcune medicine consentono di trovare l’oro.

    Richard Ciza, 19 anni, è uno dei pochi che l’ha scampata. Per sfuggire agli assassini si è nascosto per alcuni giorni nella foresta prima di raggiunge Ruygi, nell’est del Paese, dove le autorità locali, le sole finora, hanno deciso di proteggerli. «Alcuni vicini mi hanno avvertito che una banda di killer stava per raggiungermi. Ho corso con tutte le mie forze e sono vivo. Dicono che usino i cadaveri nei giacimenti d’oro, il metallo viene in superficie per magia, basta raccoglierlo. O i pescatori, nel lago, li utilizzano per catturare grossi pesci che hanno l’oro nello stomaco».

    Il 22 settembre non è andata altrettanto bene a Spès, una ragazza di 16 anni, uccisa nel suo villaggio: le hanno preso tutto il sangue e gli arti, gettando il busto in un canale. Proprio dopo questo delitto a Ruygi hanno deciso di mettere sotto protezione 45 albini che hano risposto all’appello; vivono in una casa circondata da un muro di tre metri. Ma forse non basterà.
    In Africa sono numerosi a soffrire di questa malattia della pelle che si caratterizza da mancanza di pigmentazione. Il fatto che siano soggetti a problemi di vista e a rischio di ulcere e tumori della pelle non è che secondario. I loro assassini sono credenze così radicate che le campagne di sensibilizzazione non sono riuscite ad averne ragione. L’ambivalenza e l’ambiguità di essere bianchi nati da genitori neri aizza le convinzioni ostili. Per lo più è la donna a essere considerata responsabile della malattia: per aver dormito incinta sotto le stelle in una zona magicamente interdetta, si dice, o per essere stata infedele al marito durante la gravidanza. Per noi europei il Male è qualcosa di terribile, di storicamente grandioso, per gli africani è qualcosa di magico, indefinito, che viene prima della Storia. Gli albini possono predire l’avvenire, gettare il malocchio o dare ricchezza. Sono perfetti, come portatori, volontari o non, di questi poteri, per i sacrifici umani che ancora oggi servono a diventare potenti o migliorare la condizione sociale. Durante le campagne elettorali in molti Paesi gli albini si barricano in casa per sfuggire alla caccia dei sostenitori dei candidati. Non li si considera più come essere umani ma oggetti da sacrificare, quel che conta sono le loro teste mozzate o l’apparato genitale o le unghie considerate come le parti del corpo più magicamente potenti.

    E’ il passo finale di una tragica odissea che inizia nel momento stesso della nascita, quando molti genitori, inorriditi, li rifiutano. Angui Mudimba, dell’associazione per la difesa degli albini del Congo Brazaville, è uno di loro: «Mio padre non mi voleva, mi ha maledetto. Per fortuna il resto della famiglia mi ha difeso. Da piccolo vivevo praticamente confinato in casa per il timore che qualcuno mi facesse del male. Ma, ditemi, quale è la mia colpa?».

    http://www.lastampa.it/redazione/cms...7476girata.asp

    Dal sito http://www.lastampa.it/

 

 

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