I cavalieri della sete
di Claudio Fava
Che in Sicilia l'acqua serva per mangiare è storia antica. Una storia che ha l'età di molte dighe opulente e costosissime, progettate venti o trent'anni fa e mai entrate in funzione. Alcune non sono state mai collaudate, altre sono cominciate lentamente a franare il giorno stesso del taglio del nastro, la maggior parte sono ormai cantieri abbandonati, sequestrati dai tribunali dopo aver collezionato decine di varianti d'opera che ne hanno moltiplicato il costo per tre volte prosciugando le casse della Regione: quindicimila miliardi delle vecchie lire!
Appalti siciliani. Ci hanno mangiato mezza dozzina di governicchi regionali e alcuni baldi imprenditori catanesi, nominati in quegli anni per meriti straordinari "cavalieri del lavoro". Ogni tanto si scopriva che impastavano il cemento alla sabbia per risparmiare. E che alla quiete dei loro cantieri ci pensavano i picciotti di Santapaola in cambio ogni tanto d'una buona parola con Procuratori e Commissari. Dettagli. Resta la sete. Dopo vent'anni di banchetti e di promesse.
Le ultime, il governatore Totó Cuffaro le ha affidate ad un contratto, proprio come aveva fatto a Roma il suo datore di lavoro Berlusconi. Al primo punto c'é l'acqua. Acqua per tutti: parola di presidente.
Il resto lo sapete giá. Le botte a Palermo, i rubinetti a secco in tutta la Sicilia e il presidente Cuffaro che confessa - candido e incontinente - che anche lui, pover'uomo, la doccia se l'è dovuta fare nel suo studio privato alla Regione: come le lagne di Maria Antonietta per le brioches che le arrivavano a Versailles fredde di forno.
Quello che forse non sapete è che in Sicilia c'è comunque più acqua che in Piemonte, peccato che metà si perda in condutture fatiscenti, rapinate dal bisogno, inquinate dal mare, gestite senza raziocinio. O meglio, non gestite affatto dai consorzi di bonifica (una ventina per tutta la Sicilia) che per legge dovrebbero occuparsi solo di razionalizzare le risorse idriche, e che invece hanno imparato a razionalizzare solo le assunzioni dei propri parenti. L'ultima trovata, mentre gli acquedotti sono ridotti un colabrodo e a Palermo i carabinieri devono far la guardia ai tombini, risale a qualche mese fa. Quando i direttori di due consorzi (Lentini e Caltagirone) si scambiarono, invece che i torroni, le assunzioni dei figli: il mio va a lavorare nel tuo consorzio, il tuo viene a lavorare nel mio. Per chiamata diretta. Assieme ad un'altra ventina di figli d'arte (figli d'assessori, di consiglieri, di notabili... Tutti rigorosamente del Polo, per la cronaca). Insomma, in Sicilia l'acqua c'è. E ci sono pure quelli che dovrebbero occuparsene: trecentocinquanta enti di gestione, ognuno con il suo bravo consiglio di amministrazione scaduto e con la sua valanga di gettoni di presenza.
L'acqua c'è. Anche quella minerale. Come in nessun'altra regione d'Italia. Mentre ad Agrigento le autobotti vendono al mercato nero come in guerra, la Regione Siciliana continua a elargire concessioni per lo sfruttamento ad uso commerciale delle acque minerali. Ne abbiamo più che in Trentino Alto Adige, ci avreste mai creduto? Il generale Iucci, no, lui non ci credeva. Lo avevano mandato in Sicilia con la segreta speranza che almeno l'età e il lustro della divisa li mettesse tutti in riga. Quelli del Polo lo hanno tenuto parcheggiato un po' di mesi senza permettergli di spendere una sola lira, di leggere una sola carta, di verificare una sola opera pubblica. Poi lo hanno elegantemente scaricato: e adesso commissario unico è lui, il Governatore, quello che parla alle plebi come Maria Antonietta.
Ma per fortuna che queste cose le scriviamo noi sull'Unità e non quelli dell'Economist, noto foglio di agitatori comunisti.




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