La prima volta del Cipputi nero
In migliaia in piazza a Vicenza per lo sciopero dei migranti. Un «no» unanime contro la legge Bossi-Fini


ERNESTO MILANESI - VICENZA

Migliaia, tutti insieme, in un corteo variopinto e tambureggiante. Bandiere del sindacato, striscioni delle fabbriche, ma anche semplici cartelli e soprattutto sorrisi smaglianti sotto occhi di cinque continenti. E' stata una festa, una sorta di primo maggio a scoppio ritardato, lo sciopero generale dei e per i migranti che ha letteralmente risvegliato Vicenza e provincia fin dalle prime luci dell'alba. Cgil, Cisl e Uil insieme ai Cub e al Tavolo dei migranti hanno vinto la scommessa della vigilia: il diritto alla cittadinanza è diventato, fino in fondo, patrimonio del movimento di lotta esattamente quanto la difesa dell'articolo 18 o la resistenza alla firma di un contratto che vuol ridurre il lavoro a merce. «No alla legge Bossi Fini», recita lo striscione bianco in testa alla manifestazione. Dietro, davanti, di lato si sbracciano e ballano gli operai extra cui i colleghi italiani hanno ceduto il posto in prima fila. Il vento agita e mischia anche i colori delle bandiere: rosso Cgil, tanto biancoverde della Cisl fra cui spiccano i simboli dei metalmeccanici Uil. Alle 9.30 devono ancora arrivare i bus da Bassano, Thiene, Schio, Arzignano, Malo, Valdagno con gli altri protagonisti di una giornata speciale: 8 ore di sciopero in tutti i distretti produttivi di una provincia governata dalla Lega. Il corteo si muove lentamente sotto le finestre della questura. Funzionari affacciati imperturbabili, sotto celerini un po' tesi. Ma africani e cingalesi, magrebini e «indigeni» chiedono a gran voce solo il rispetto della dignità di chi si mette in fila in un ufficio pubblico.

La manifestazione s'ingrossa dietro il camion dei disobbedienti, che con Luca Casarini e Max al mixer dal mega-impianto di amplificazione alternano musica etnica alle testimonianze in diretta dei migranti. All'appuntamento di Vicenza nessuno voleva mancare, tranne i politici dell'Ulivo evidentemente troppo impegnati nella campagna elettorale delle amministrative per farsi vedere fra gli immigrati che non hanno diritto al voto. Così si nota Gianfranco Bettin dei Verdi, che in agenda ha cerchiato per domenica «Facciamo festa al Petrolchimico» in cui si esibirà il gruppo musicale operaio «Figli dei fumi» a sostegno di chi non si accontenta di una sentenza che cancella i morti.

Intanto, al ritmo dei tamburi, il corteo avanza verso il centro di Vicenza e ancora la gente si affanna a raggiungere la coda. «E' andata bene, anche meglio di come speravamo...», commenta Devi Sacchetto, reduce dal tour nella Val di Chiampo quando il sole non era ancora così forte. Tradiscono soddisfazione anche Stefano Cecconi e Leopoldo Tartaglia della Cgil padovana. E anche un pacifista storico come Gianni Rocco può compiacersi dell'integrazione di piazza...

Sfilano i delegati della Estel e il melting pot delle acciaierie vicentine, la Zanussi di Conegliano e la rete antirazzista di Venezia, lo spezzone dell'associazione 3 febbraio e gli studenti vicentini. Rifondazione comunista sfodera un gigantesco striscione che invoca diritti uguali per tutti. Canti e balli dell'Africa nera con le donne che si assiepano intorno a quello rosso della Marzotto. E poi i bambini portati in spalla nel cuore della festa in libertà che attraversa Corso Palladio e costringe i vicentini a curiosare dai balconi o da dietro le tende.

Una manifestazione serena, eppure consapevole di qual è la sola «linea del Piave» al di là del colore della pelle e del lavoro. Stop apartheid equivale a voler vedere il vice-premier o il ministro leghista in fonderia. E libertà di cittadinanza diventa così la rivendicazione all'uguaglianza anche di fronte al diritto alla casa, alla salute, all'istruzione. Lo sciopero di ieri a Vicenza, da questo punto di vista, è radicalmente migrante e generalizzato. Riguarda ormai tutto il Veneto e non basterà più un attivo dei delegati ad archiviare una vertenza di questo valore.

Alla fine, piazza dei Signori si riempie tranquillamente nonostante l'inutile scintilla fra servizio d'ordine sindacale e disobbedienti che volevano entrare a casse spiegate. Per loro non ci sarà posto sul palco degli oratori ufficiali. Così riaccendono il sound system e si fanno sentire ugualmente, prima di far ripartire la carovana. Nel pomeriggio, a Padova, un'altra occupazione di alloggi a beneficio dei migranti.

il manifesto 16 maggio 2002
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