Lo dice la Confindustria: come facciamo a fare andare avanti le fabbriche senza immigrati? Ulysse, vai a farlo tu l'operaio?
L'Eco di Bergamo, 14.5.2002
Il gruppo giovani imprenditori di Confindustria a confronto sul tema dell'integrazione. L'intervento dei sindacati: «Risolviamo il problema casa»
Bergamo cerca immigrati: cinquemila all'anno
Una risorsa per l'industria. Moltrasio: «Non solo lavoratori, dobbiamo accettarli come cittadini»
Il fatto è che Bergamo ha bisogno degli immigrati. Ne hanno bisogno le aziende, le famiglie, la sanità. Ne hanno bisogno per ragioni pratiche, perché altrimenti la macchina si ferma o, perlomeno, deve rallentare decisamente la marcia, limitare, o addirittura cancellare lo sviluppo. È un dato su cui tutti concordano e che è stato sottolineato nel convegno di ieri al centro congressi Giovanni XXIII, intitolato «Progettare l'immigrazione» e organizzato dal gruppo giovani imprenditori della Confindustria. Ma la vera questione, è emerso nel convegno, non si gioca tanto sul lavoro, quanto sul resto della vita, sull'inserimento dell'emigrato nella società bergamasca. Lo ha sottolineato il presidente dell'Unione Industriali della provincia di Bergamo, Andrea Moltrasio, nell'aprire i lavori: «È necessaria una politica territoriale che coinvolga i diversi momenti della vita sociale, oltre al lavoro: penso alla casa, alla scuola, alla sanità, penso a progetti di educazione linguistica e civica». Moltrasio ha invitato a riflettere sulla possibile risorsa del cittadino-immigrato e non soltanto del lavoratore-immigrato.
I dati presentati dal ricercatore Alessandro Nova dell'università di Pavia sono di quelli che colpiscono anche perché si tratta di numeri, poco confutabili con le chiacchiere. E Nova ha fatto notare come la provincia di Bergamo sia quella che in Lombardia presenta il maggior numero di addetti nell'industria: il 52,6 per cento della popolazione attiva. Per confronto si pensi che Milano è al 34,1 e Pavia al 33,1 per cento. E siccome è l'industria ad avere bisogno particolarmente di lavoratori immigrati (perché i lavoratori «indigeni» diminuiscono e inoltre preferiscono altre occupazioni) va da sé che la nostra provincia è fra quelle che hanno maggiormente bisogno di immigrati. Considerando un tasso di sviluppo dell'economia dell'1,7 per cento (un tasso medio) la Lombardia presenta l'esigenza di circa 30 mila immigrati all'anno, di cui circa cinquemila per la nostra provincia. Attualmente in Bergamasca, avvertiva il segretario della Cisl Mario Gualeni, vivono circa 35 mila immigrati regolari, che rappresentano all'incirca il tre per cento dell'occupazione dipendente.
La parte bergamasca del convegno si è concentrata soprattutto sulle comunicazioni dell'assessore provinciale al Lavoro e Formazione professionale, Benedetto Maria Bonomo, del direttore sanitario dell'Asl di Bergamo, Silvio Rocchi, dei segretari generali di Cisl, Cgil, Uil di Bergamo (rispettivamente Mario Gualeni, Maurizio Laini, Roberto Prometti), di Matteo Togni, docente di psicologia sociale all'università Cattolica di Milano e consulente dell'Unione industriali di Bergamo. Silvio Rocchi ha sottolineato aspetti sanitari che illuminano riguardo alla presenza degli immigrati. Interessante l'aspetto della natalità: ogni mille donne immigrate sono nati 87 bambini mentre ogni mille donne bergamasche i parti sono stati 43. In totale in Bergamasca i nati sono stati poco più di 10 mila, di cui circa mille i bambini nati da madri immigrate.
Gli interventi dei segretari dei sindacati sono apparsi in sintonia. È stato ricordato come la nostra sia una provincia ricca, come un grosso problema sia quello del lavoro nero con il discorso relativo dell'immigrazione irregolare. Come sia il territorio, più che le leggi nazionali, a dovere determinare l'integrazione, necessaria, dell'immigrato. In questo quadro, altro nodo da sciogliere è quello della casa. Gualeni, citando come fonte l'associazione Casa Amica, ha affermato che in Bergamasca sono presenti circa diecimila case sfitte, tenute in sospeso, nonostante l'alto costo degli affitti, per «diffidenze, speculazioni, paure».
P. A.




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