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    ...se questa non e' propaganda pro governo

    Criminalità.Perché calano i reati e aumenta la paura

    Le statistiche indicano che mai, come oggi, le forze dell'ordine hanno ottenuto buoni risultati contro la delinquenza. Eppure, all'ottimismo delle cifre non corrisponde quello dei cittadini. Al punto che 4 su 10 non si sentono abbastanza protetti. I motivi? Panorama ha cercato di capirli con l'esame degli ultimi dati della polizia, il racconto delle vittime di episodi di violenza e i pareri di chi combatte l'emergenza.
    di
    MAURIZIO TORTORELLA 17/5/2002


    Non che ne abbiano molte ragioni. Lo dimostrano le sei storie di ordinaria violenza raccontate in queste pagine. E lo dimostra anche la politica, che in tutta Europa ne è molto consapevole, visto che (vedere riquadri su Spagna, Francia e Germania) il contrasto della criminalità è un punto essenziale dei programmi di chi si candida a governare.
    Però resta il dato, incontrovertibile, di un imponente calo dei reati, quasi il 5,5 per cento negli ultimi 15 mesi. Con punte ancora più elevate proprio per i delitti più gravi: per esempio gli omicidi, già diminuiti del 5,6 per cento nel 2001, nei primi mesi di quest'anno subiscono un'ulteriore flessione del 7 per cento. «È un fenomeno omogeneo in quasi tutta l'Unione Europea» afferma Ernesto Savona, docente di criminologia all'università di Trento e coordinatore del centro ricerche Transcrime.
    Savona propone una spiegazione demografica del fenomeno: «Le cosiddette classi criminali» dice «sono quelle comprese tra i 18 e i 25 anni di età: di solito viene attribuito loro il 60-70 per cento dei reati. In tutta Europa, e anche in Italia, la popolazione invecchia e i giovani di questa età sono in forte diminuzione».
    Spiegazione suggestiva, anche se pare in qualche misura incoerente con l'incremento dei reati minorili: all'inaugurazione dell'anno giudiziario, l'11 gennaio, il procuratore generale della Cassazione, Francesco Favara, ne ha parlato come di un'emergenza nazionale «sempre più allarmante». Va detto, però, che ormai fanno paura soprattutto le baby gang, composte da giovanissimi. E molte organizzazioni criminali, ormai, usano bambini come manovalanza.

    Non mancano i tentativi di repressione. A Cuneo, dopo un anno d'indagini, i carabinieri del maggiore Francesco Laurenti poche settimane fa hanno denunciato 61 persone, quasi tutti nomadi rom provenienti dalla cintura torinese. Per molte di loro hanno chiesto la decadenza della patria potestà: «Addestravano i figli a compiere furti in appartamento» spiega Laurenti. «Un quarto dei reati nella provincia veniva loro attribuito. Partivano in gruppo, condotti dai genitori. Anche se li prendevamo in flagranza, era impossibile identificarli e comunque non erano perseguibili perché di età inferiore ai 14 anni».
    Dopo l'operazione, che è stata battezzata Climbing (un termine che indica l'arrampicata alla ricerca dei responsabili maggiorenni), nella provincia questo tipo di reati è sceso del 15 per cento in meno di un mese. Nel resto d'Italia, però, l'allarme sociale per la criminalità minorile resta elevato. Si parla da tempo di abbassare il limite dell'impunità, ma il governo non sembra orientarsi in quella direzione, anche se un recente disegno di legge ipotizza più severità nell'applicazione delle pene e più discrezione nella cosiddetta «messa alla prova», che per i minorenni prevede la possibilità della sospensione del processo e l'affidamento ai servizi sociali.
    Certo, se è vero quanto afferma Savona, e visto il progressivo invecchiamento della popolazione, anche questo tipo di criminalità sarà presto in calo. Ma l'immigrazione clandestina sembra compensare: secondo le più recenti statistiche, quasi quattro arresti su dieci riguardano proprio stranieri. E gli extracomunitari ospitati dalle prigioni italiane sono circa 16 mila su un totale di 55 mila. Non è nemmeno un mistero che alcuni reati, dallo sfruttamento della prostituzione allo spaccio di droga, siano quasi ovunque regno della criminalità d'immigrazione.

    È una criminalità molto vicina alla gente e fa paura. Anche per questo, nella notte tra il 15 e il 16 maggio, è scattata l'operazione Alto impatto: dopo alcuni giorni di indagini per individuare sfruttatori e spacciatori, ben 18 questure, da Padova a Catania, hanno messo in campo migliaia di agenti. Sono stati fermati e rimpatriati centinaia di delinquenti clandestini, soprattutto albanesi e nordafricani. «Qui a Milano» racconta Luigi Savina, capo della Mobile, «abbiamo anche ottenuto il sequestro degli appartamenti di via Napo Torriani, intestati a donne, e dove altre donne venivano costrette alla prostituzione: nella storia, è la prima volta che accade».
    Secondo la polizia, questo tipo di operazioni è utile per reprimere, con un effetto a cascata, fenomeni che da un anno destano grande allarme sociale: le cosiddette rapine in villa, per esempio, sono contigue alla criminalità da strada. «Quasi sempre» dice Savina «i colpi messi a segno nelle case dalla delinquenza clandestina servono proprio per ottenere i soldi da investire nell'acquisto di una schiava da marciapiede o di una partita di droga, attività più lucrose e considerate meno rischiose».
    Colpire la manovalanza criminale che sfrutta la prostituzione e lo spaccio, quindi, serve come deterrente anche per i rapinatori. E offre all'opinione pubblica un calmante per le sue paure. «Qualcosa già abbiamo ottenuto» afferma Antonio D'Alì, sottosegretario all'Interno, «se è vero che nel sondaggio di Panorama un intervistato su 6 si dice più sicuro rispetto a un anno fa e 57 su cento si sentono protetti dalle forze dell'ordine. Credo che, se si potesse scomporre quel dato, vedremmo che la sicurezza è maggiore nelle aree dove abbiamo introdotto i vigili di quartiere».
    Nel programma del governo, la polizia di quartiere era e resta uno dei capisaldi: «Vogliamo velocemente estenderla su tutto il territorio» annuncia D'Alì a Panorama. «E in un prossimo Consiglio dei ministri presenteremo un disegno di legge per codificarne le caratteristiche: con protocolli d'intesa tra questure e comuni e metodi per coordinare le diverse forze di polizia».
    Altre ipotesi di riforma sono più un classico della letteratura criminologica che punti programmatici: è da decenni che si parla dell'imminente redistribuzione degli agenti sul territorio o del trasferimento di risorse dai compiti burocratici a quelli di prevenzione. «Però l'impegno di oggi è concreto» promette D'Alì. «Non voglio fare cifre precise, ma alcune migliaia di agenti otterranno presto un impiego più razionale».
    Un segnale positivo, timido ma importante, viene da quello che è sempre stato lo scandaloso dispiegamento di agenti per le partite di calcio: da anni, ogni domenica di campionato, ben 11 mila poliziotti vengono sottratti al controllo del territorio e finiscono negli stadi a controllare gli scalmanati. «Però, nell'ultimo anno abbiamo risparmiato 300 agenti ogni giornata, ben 29.500 in tutto» dice Francesco Tagliente, dirigente di polizia e presidente dell'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni. Il risparmio delle forze (e anche economico: 110 mila euro ogni domenica) ha coinciso con buoni risultati su tutti i fronti: più arresti, più denunce, meno feriti, meno danni. Aggiunge Tagliente: «A Milano, nell'ultima partita amichevole della Nazionale, abbiamo sperimentato un nuovo sistema di controlli automatizzati. Nemmeno un agente in campo, più verifiche all'esterno dello stadio. È andata ottimamente».

    Intanto, mentre sembrano finite nel nulla le polemiche per la sortita del ministro della Difesa, Antonio Martino, che alla fine d'aprile aveva ipotizzato una liberalizzazione del porto d'arma, il sondaggio di Panorama rivela che 15 intervistati su cento hanno pensato di acquistare una pistola per uso personale. Non è detto che vadano tutti ad aggiungersi ai 4 milioni d'italiani che detengono regolarmente un'arma. Comunque, sarebbe inutile: lo ha capito, purtroppo sulla sua pelle, il milanese Carlos Bastos (la sua storia a pagina 45), che poche settimane fa ha cercato di opporre la sua pistola a quelle di tre rapinatori che gli erano penetrati in casa. È bastato che gli prendessero in ostaggio il figlio undicenne per costringerlo alla resa.
    Tutto sommato, però, gli è andata bene: piuttosto che un terribile rimorso, è sempre meglio la paura.


    Incredibile:e' un articolo zerbino.
    Signori miei qui bisogna ricordarsi che per ogni elettore che ragiona con la propria testa,ci sono 10 Homer Simpson che non lo fanno.


    Altro esempio(sempre da Panorama):



    Napoli decadence
    Disoccupati in crescita, industrie che chiudono, clan che spadroneggiano. Così, tra il silenzio degli intellettuali e gli scontri tra istituzioni, svanisce il sogno partenopeo di un nuovo rinascimento.
    di
    ANDREA MARCENARO 17/5/2002

    Si preparano due partenze, a Napoli. Sta facendo le valigie Agostino Cordova, capo della procura. Anni di scontri con la maggioranza dei suoi sostituti, assemblee di fuoco, delegittimazioni, la spaccatura definitiva dopo l'arresto degli otto poliziotti, poi lo sfogo davanti alla commissione Antimafia, l'arrivo degli ispettori romani per un patatrac che più clamoroso non si poteva immaginare.
    La seconda partenza si chiama «Mirage», come Miraggio. È la prima sala bingo della città. Il salone di una fortuna che prima o poi dovrà arrivare si trova in viale Maddalena, lo gestirà la San Ferdinando srl, partecipata della Bingotest spa, darà lavoro a 40 persone per 430 posti a sedere e il taglio del nastro è avvenuto mercoledì 15 maggio, in piena tempesta giudiziaria: «Quaranta saranno le persone che vi lavoreranno e adempiranno i vari compiti e ruoli, 40 giovani che, in tempi non certo di vacche grasse, hanno benedetto l'apertura di una sala del genere» hanno presentato la cosa i giornali partenopei. Di qua il disastro, di là la supertombola. Questa è Napoli.
    Antonio Bassolino, prima sindaco della città, prima e poi governatore della Campania, stravinse le elezioni del 1993 sull'onda di una frase rimasta celebre: «Napoli è un campo di macerie umane, materiali e morali». Non aveva tutti i torti. Vinse allora il suo bingo a sinistra e diede il via a quello che andò sotto il nome di nuovo Rinascimento napoletano.

    Prendendo la metropolitana da Secondigliano per Scampia, Miano, Barra, Ponticelli e via andare, verso Chiaia, il Vomero e Posillipo, si possono vedere molte cose e, tra le cose, una sorta di destino. Due o tre salotti, piazza del Plebiscito, piazza dei Martiri, il lungomare struggente dei Caracciolo, finché arrivi in via Toledo e lì, in via Toledo, si staglia imponente la sede centrale del Banco di Napoli. Coincide con l'inizio del deserto meridionale. Della direzione economica e finanziaria di se stessa, alla città non è rimasto più nulla. Nulla. Il Banco di Napoli è da tempo di Torino, per la precisione dell'Istituto San Paolo. La Banca Popolare è stata venduta. La Sannitica pure. Le banche della Provincia altrettanto, tutte acquistate dalle casse di risparmio dell'Italia centrale e della dinamica Puglia. Anche ammettendo che voglia finalmente promuovere il suo benedetto sviluppo, il napoletano a questo punto s'attacca.
    Rinascimento o no. Però, pazienza. «Mirage» del bingo a parte, quel che importa è il lavoro. Che non c'è. Negli ultimi dieci anni la disoccupazione è cresciuta dal 22 al 28 per cento. Chiusa l'Italsider di Bagnoli. Ovvio, perché l'acciaio non tirava più. Chiusa Mededil, che aveva costruito il Centro direzionale. Chiusa l'Infrasud, società di progettazione del gruppo Iri. Quasi chiusa l'Avis. Ridottissima Alenia con la sua tecnologia preziosa. Venduta alla Fiat, e ridimensionata, Alfa Avio. Chiusa la Sofer di Pozzuoli. Chiusa la Cementir. Scomparso un tessuto industriale che non sarà stato quello di Detroit, ma qualcosa valeva. Quantomeno, 70 mila posti di lavoro sostituti da cosa? Scambiati con che? Con l'insediamento della magnifica Authority per le telecomunicazioni. Con un prestigioso consiglio di amministrazione a piè di lista in cambio di qualche fabbrica.
    La famosa pavimentazione di piazza Plebiscito resta in ogni caso un gioiello. Le cresce, tutto intorno, un alacre fervore di lavori «socialmente utili». Crollano i finanziamenti allo storico Cnr napoletano? Vero. Ma i disoccupati organizzati entrano come infermieri e portantini negli ospedali. Il trionfo della professionalità sembrerebbe altra cosa e i giornali riportano, ogni tanto, che gli ospedali agonizzano. Tant'è. Per questo Napoli non riesce ad appassionarsi per la disfida tra Cordova e il suo nemico aggiunto Paolo Mancuso, per i Csm e i ministri Castelli, per l'ispezione o per i poliziotti, incarcerati una volta per motivi politici e scarcerati dopo per altri motivi. Per cinismo? Il cantante Pino Daniele la spiega così: «Qui non ci fidiamo più di niente e di nessuno». Nella città dove Portici ha un indice di affollamento più alto di Hong Kong, la politica appare impazzita, la magistratura gioca alla politica e la camorra si metropolizza. La politica, o meglio, la classe dirigente, è ormai ridotta a misurarsi su Bagnoli. Alla demagogia aveva già concesso tutto: nessun eletto dal popolo poteva diventare assessore regionale. Guai, solo esterni, tecnici, società civile. E l'eletto era diventato, quasi per legge, di serie B. Ma Bagnoli, l'area dell'ex Italsider a due passi dallo splendore di Pozzuoli, restava un banco di prova: 400 ettari da reinventare, una grande occasione. Il 10 maggio 1996, l'allora sindaco Bassolino s'impegnò: «Bagnoli diventerà un esempio di riconversione industriale. Sorgerà, nel 1999, una Bocconi del Sud, per l'alta formazione dei gruppi dirigenti e per la gestione integrata dei flussi turistici».Vero? Ma no, fesserie. Qualche giorno fa il sindaco Rosa Russo Iervolino ha proposto di farci un grande acquario, l'associazione dei costruttori un delfinario con museo, l'ordine professionale degli architetti una «città per la musica», l' apprezzato economista un casinò. Finché s'è fatto vivo anche Sergio Cofferati: «Sogno una Bagnoli come la Bicocca di Milano. Dove, pensionate le ciminiere, arrivi un progetto che sposi università, teatro Arcimboldi, case a misura d'uomo, presenze industriali non inquinanti, fabbriche con un rapporto positivo con l'ambiente». Mentre Cofferati sognava, la realtà s'incaricava di parlare. Raccontando, primo: per la bonifica del terreno si erano già spesi 340 miliardi. Secondo: la Michael Baker Co. di Pittsburgh, chiamata per una consulenza, aveva consegnato uno studio di bonifica dei suoli in cui spiegava che per eliminare l'inquinamento da idrocarburi occorrevano altri sei anni e altre centinaia di miliardi. Terzo: nonostante l'accordo tra opposizione e governo, tra Bassolino, Iervolino, Unione industriali di Antonio D'Amato e Forza Italia di Antonio Martuscello, si rischiava lo sfascio della classe dirigente. Che sembrerebbe in pieno corso. Si attendeva un grido di dolore dall'Istituto di studi filosofici guidato dal grande Gerardo Marotta, fiore all'occhiello dell'intellettualità partenopea. C'era di che: la fine dell'industrialismo, la morte dell'operaismo. Considerazioni forti, impegnative. Nemmeno una parola.
    In questo marasma, il consiglio comunale bloccato dagli assenteismi, quello regionale paralizzato dal conflitto tra Bassolino e Ciriaco De Mita, con i sogni di Cofferati, il Rinascimento in panne e gli scontri tra magistrati e magistrati e tra giudici e questura, stanno per piombare in città 22 mila miliardi di vecchie lire con i finanziamenti europei. Che la camorra goda sarà un luogo comune, ma non lo sostiene soltanto Cordova. Anche la camorra è senza classe dirigente. Finiti i Cutolo e gli Alfieri, l'ultimo rapporto dei carabinieri parla di 200 bande metropolitane che spadroneggiano. Di pizzi pretesi tre, quattro, dieci volte. Della conquista degli ospedali, delle mense scolastiche, delle pieghe della città. Padre Rapullino, parroco di Porta Capuana, ha trovato opportuno recuperare il vecchio consiglio sussurrato da Eduardo De Filippo ai suoi concittadini: «Fuitevenne».


    Ok,quest'articolo e' veritiero: ma cosa vuole dimostrare?Che "ovviamente" Napoli va male SOLO perche' governa la sinistra,altrimenti col Polo sarebbe una citta' svizzera.
    Muhuhuhahahahah!!!
    Perche' Panorama non fa gli stessi articoli su qualche citta' sicula o sulle gesta di Cuffaro ad esempio?
    Ora e' vero che anche l'Espresso e' MOLTO di parte(sinistro),ma il suo editore NON e 'direttamente a capo del governo: qui invece abbiamo il + importante e venduto settimanale italiano (Panorama),che fa articoli zerbino pro governo e maggioranza.
    Ora magari ai giornalisti non glielo si dice direttamente cosa o su cosa scrivere e fare inchieste,pero' va da se' che sarebbe "rischioso e magari non opportuno" fare inchieste serie contro esponenti del partito il cui capo ti da lo stipendio.
    Non tiriamoci in giro per cortesia: a me pare che il problema esista eccome.
    P.S.
    Sulla copertina in alto a sinistra un titoletto ci spiega come il governo ridurra' le tasse.

    •   Alt 

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