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    Thumbs up La prima secessione del nuovo millennio

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    Timor Est, la prima democrazia del nuovo millennio

    20 maggio 2002



    di Fabio Galvano

    Dicono le statistiche, inappellabili, che la Repubblica Democratica di Timor Orientale, o Timor Est, non è soltanto il 192° Paese della Terra e il primo a nascere nel terzo millennio, ma anche uno fra i più poveri. Certo, uno dei più insanguinati. Così, quando laggiù nell’arcipelago della Sonda il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan ha dato via libera ai festeggiamenti - era mezzanotte, ma le 17 di ieri in Italia - il pensiero è andato sì alla nuova realtà nazionale dopo quasi quattro secoli di dominio coloniale portoghese e dopo gli anni tremendi dell’occupazione indonesiana, culminati nei massacri del 1999 quando la popolazione votò l’indipendenza ma una milizia fedele a Giakarta seminò il terrore e uccise un migliaio di persone; ma anche all’incerto futuro di questa cenerentola d’Asia, che ha un reddito pro-capite inferiore a un dollaro al giorno e che trae dal caffè - in attesa dei giacimenti petroliferi della Timor Gap spartiti con l’Australia, che però cominceranno a pagare dividendi soltanto nel 2005 - i maggiori introiti del commercio estero.


    «Rendo omaggio alla popolazione di Timor Est», ha proclamato applauditissimo Annan fra musiche e fuochi artificiali nel corso di una festosa cerimonia cui 200 mila timoresi - su una popolazione di 800 mila - e i leader di 84 nazioni hanno partecipato sul fianco di una collina presso la capitale Dili; ma già molti si domandavano fino a quando dureranno gli aiuti dei donatori internazionali, che si erano riuniti nei giorni scorsi in quella cittadina varando un programma da 440 milioni di dollari, più del reddito annuo del nuovo Paese. Basteranno a traghettare Timor Est - la più povera nazione dell’Asia in termini di sviluppo finanziario e umano, con il 40% di analfabeti e il 70% di disoccupati - dal gruppo delle venti nazioni più povere del mondo a un gradino più alto nelle classifiche dell’Onu?


    C’erano, fra gli spettatori ai canti e ai balli in costumi tradizionali che hanno aperto la 48 ore dei festeggiamenti, ospiti illustri: l’ex presidente americano Bill Clinton, il presidente portoghese Jorge Sampaio, il premier australiano John Howard. Ma soprattutto c’era il presidente indonesiano Magawati Sukarnoputri ad applaudire quando il «poeta guerriero», Xanana Gusmao, ha prestato giuramento come primo presidente della neonata repubblica. «Il passato non deve continuare a macchiare il nostro spirito e a guidare il nostro comportamento», ha detto Gusmao in esplicito gesto di riconciliazione con il potente vicino (Timor Ovest continua a essere una provincia indonesiana), ex nemico e torturatore, crudele artefice di 200 mila decessi - un quinto della popolazione - nella guerra civile combattuta fra il 1975 e il 1999: «Abbiamo raggiunto l’indipendenza per poter migliorare le nostre vite». Rivolgendosi poi all’ospite ha aggiunto: «Siamo lieti della sua presenza, non solo come capo dello Stato fraterno e amico che con noi confina, ma anche come simbolo dell’anelito democratico del popolo fraterno dell’Indonesia». Un solo aspetto della presenza della Sukarnoputri, che a suo tempo aveva osteggiato l’autonomia e l’indipendenza di Timor Est, ha gettato un’ombra sul ramoscello d’ulivo sventolato da Gusmao: la presenza di sei unità della Marina militare indonesiana. «Un’ostentazione di potenza militare, una nave bastava», ha sottolineato José Ramos-Horta, ministro degli Esteri nel governo che oggi assume i poteri dall’amministrazione dell’Onu che gestiva Timor Est dal 1999, quando i caschi blu intervennero per fermare i massacri.


    Gusmao aveva esitato a lungo prima di prendere le redini del più giovane Stato del mondo: 56 anni, da qualcuno soprannominato «il Mandela dell’Asia», egli aveva promesso fin da quando combatteva nella giungla contro gli invasori indonesiani che non sarebbe mai diventato presidente. Ma il suo passato di combattente per l’indipendenza, la statura morale di chi ha trascorso metà della vita nella resistenza o in prigione, le pressioni della popolazione e anche dei Paesi occidentali hanno avuto ragione della sua reticenza. Il mese scorso è stato eletto trionfalmente e ieri, affiancato dalla seconda moglie, la giovane australiana Kirsty Sword che l’aveva conosciuto in un carcere di Giakarta e che già aspetta il suo secondo figlio, non nascondeva felicità e commozione quando ha fatto sventolare per la prima volta la bandiera nera, rossa e gialla, con una grande stella bianca, della nuova repubblica: «Indipendenza - ha proclamato fra gli applausi - come popolo, territorio e nazione. Un solo corpo, una sola mente, un solo desiderio».


    Dopo la formula di rito nelle mani di Francisco Guterres, presidente dell’Assemblea Costituente che oggi diventa Parlamento, qualcuno gli ha gettato una bandiera sulle spalle: la stessa che in mattinata era stata benedetta dal leader spirituale di Timor Est, il vescovo Carlos Ximenes Belo, premio Nobel per la Pace nel 1996. «La nostra indipendenza - ha dichiarato Gusmao - non avrà alcun valore se la maggior parte delle persone continueranno a vivere in povertà e a soffrire ogni sorta di difficoltà economica». E’ stato come un appello al mondo e soprattutto al nemico indonesiano di ieri, che negli anni dell’occupazione ha rovinato quello che era un tempo un fiorente settore turistico. «Chi dice che dal 21 maggio vivremo come in Paradiso?», ha osservato Aniceto Guterres, presidente della commissione di riconciliazione nazionale: «Non succederà mai». E ha puntato il dito su quello che i 24 anni di occupazione indonesiana hanno lasciato: un’amministrazione pubblica inesistente e che, quando dovrà sostituire i funzionari dell’Onu, sarà tutta formata da neolaureati; un Paese in cui il numero totale dei medici non supera la dozzina.


    «Bisogna lasciare da parte i rancori per costruire un nuovo Stato», ha aggiunto Guterres, ben sapendo che sono molti, ancora, a volere un tribunale per i crimini di guerra per giudicare e condannare i miliziani filoindonesiani colpevoli delle stragi all’indomani del referendum del 1999. «Lo sforzo italiano per il consolidamento e il mantenimento della pace in questa sfortunata parte dell’isola - ricorda il sottosegretario agli Esteri Margherita Boniver, ieri a Dili in rappresentanza del governo italiano - fu visibile allora con l’invio di 648 soldati nell’ambito del contingente di pace ed è visibile ora nell’ambito della cooperazione bilaterale e multilaterale». Tutti vogliono aiutare, festeggiando la nascita della nuova nazione. Ma intanto, per «garantire la stabilità e la sicurezza del Paese», nel momento in cui richiama l’amministrazione provvisoria l’Onu manda una «missione di appoggio»: 1200 civili e 5 mila caschi blu. Il passato non finisce mai.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Poveri ma.... liberi!
    Col tempo costruiranno il loro avvenire

 

 

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