«Nessun futuro con l'occupazione»
Parla Ori Rotlevy, ventisettenne ufficiale della Marina israeliana che ha detto no a Sharon
GERALDINA COLOTTI
Un giovane refusenik e un «vecchio» professore renitente. Il primo è il ventisettenne Ori Rotlevy, il secondo Daniel Amit, che ci fa da traduttore, e ci riceve nella sua casa romana porgendoci ciliege. Due volti d'Israele che ne rinnegano il ruolo di potenza coloniale. Entrambi, in tempi diversi, hanno rifiutato di prestare servizio nei territori occupati. Ma fra i due, l'utopista è il «vecchio», l'uomo di cultura e di sinistra, che interviene nei dibattiti infischiandosene di essere controcorrente e fornisce elementi d'analisi storico-politica, propri di un'età in cui era d'obbligo mostrare il nesso tra significante e significato. Più pragmatico è invece il giovane studente di filosofia Ori Rotlevy. Capitano della Marina di Israele, veterano del Libano, oggi obiettore di coscienza e attivista del gruppo Seruv (Rifiuto, www.seruv.org.it), è uno dei 52 ufficiali riservisti che ha sottoscritto la petizione - pubblicata sul quotidiano Haaretz -, «il coraggio di dire no». A lui, come a molti giovani di casa nostra, la storia sembra d'ingombro, e le grandi questioni politiche paiono fuor di portata. Ma quel che ribadisce con forza è che «tocca ai giovani israeliani fermare il disastro unilateralmente, ponendo fine all'occupazione coloniale».
Perché ha rifiutato di prestare servizio nei territori occupati?
Come tutti gli israeliani sono cresciuto con l'idea dell'importanza dell'esercito, ho fatto 6 anni di servizio volontario per diventare ufficiale. Ma nell'ultimo anno e mezzo siamo entrati in una spirale di attacchi terroristici e rappresaglie. Non volevo più essere complice di un'occupazione coloniale che è alla base di questo ciclo perverso. Nei territori dovevo perquisire i lavoratori palestinesi, privi di ogni diritto. Alcuni miei amici hanno dovuto bloccare le ambulanze, umiliare degli anziani, fare cose che non sono ammissimili nemmeno in guerra. Mi sono associato a «Seruv» dopo la pubblicazione del primo annuncio su «Haaretz». Oggi siamo 465: tutti soldati o ufficiali combattenti. Tutti patrioti sionisti.
Cosa vuol dire sionista a 27 anni?
Mi piace questa domanda. Essere un sionista vero significa tenere a uno stato ebraico democratico in terra di Israele, ma anche cercare una soluzione pragmatica per entrambe le parti in conflitto, porre fine all'occupazione del `67, non tenersi tutta la terra.
In cosa consiste la vostra attività?
Siamo riservisti, soldati che, se richiamati in servizio, rifiutano gli ordini e perciò subiscono un processo disciplinare. La condanna è un mese di carcere, comminata da un ufficiale di basso grado. Una condanna che può ripetersi alla chiamata successiva. Uno di noi ne ha collezionate 5. Rendiamo pubblici i nostri nomi per dare coraggio ai nuovi che si aggiungono e per suscitare dibattito. Io sono responsabile della rete di sostegno agli obiettori. Invitiamo la gente a firmare petizioni, aiutiamo economicamente le persone in prigione, facciamo manifestazioni davanti alle carceri militari. Abbiamo un progetto che si chiama «adotta un coraggioso», tratto da un gioco di parole tra «amez», che in ebraico significa adottare e «amiz», che vuol dire appunto coraggioso. Ogni prigioniero ha qualcuno di noi che l'adotta, comunica con la famiglia, incoraggia altre persone a sostenerlo.
Dopo il recente massacro, l'esercito è tornato a Jenin, il Likud torma a ripetere che non ci sarà mai uno stato palestinese a ovest del Giordano, l'Europa rifiuta di accogliere i 13 esuli palestinesi. Come pensate di opporvi?
Il nostro gruppo ha provocato un terremoto, ha obbligato tutti a discutere le profonde ragioni dei palestinesi. Si tratta di scegliere tra un'idea aperta e plurale di sionismo e il sionismo estremista e antidemocratico dei coloni. Detto questo, non credo che i soldati abbiano compiuto massacri volontariamente. Quando si cerca di dominare 3 milioni di persone, li si priva di ogni diritto, si provocano situazioni incontrollabili da cui, come soldati, si è obbligati a difendersi. La vita quotidiana nei territori occupati è tremenda, è umiliante, genera odio ed è questa repressione quotidiana che noi cerchiamo di denunciare. La speranza è che il governo, sotto questa spinta, la faccia finita con l'oppressione. Siamo l'espressione del fatto che i giovani di Israele hanno deciso di prendere la responsabilità nelle loro mani e di non lasciarla ai politici irresponsabili.
Come valutate le esperienze di «diplomazia dal basso» degli «internazionali»?
Sono esperienze importanti. Ma la maggior parte di questi gruppi in Israele sono considerati estremisti. Invece noi, patrioti sionisti eppure obiettori, ci poniamo al centro della società, vogliamo che la nostra voce raggiunga tutti. E per questo ringraziamo «il manifesto», che ci ha accompagnato anche in questo viaggio in Italia, dalla marcia Perugia-Assisi alla Genova di Don Gallo, al comune di Venezia.
il manifesto 19 maggio 2002
http://www.ilmanifesto.it


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