Dal Sole24Ore:

INNOVAZIONE

Brevetti, l'Italia resta al palo nell'Unione Europea
I dati confermano la marginalità degli inventori nazionali. Necessarie leggi e strutture per incentivare i ricercatori pubblici a "mettersi in proprio".
di Nicola Borzi

Gli scienziati italiani primeggiano nel mondo, ma quando si tratta di trasformare in innovazione le loro scoperte restano al palo. Fuga dei cervelli e calo degli investimenti nell'innovazione non aiutano di certo l'Italia a competere a livello planetario nella produzione di brevetti e altri strumenti di protezione della proprietà intellettuale. Anche il quadro legislativo è datato e non incentiva i ricercatori italiani, in particolare quelli del settore pubblico, a mettersi in proprio per sfruttare le invenzioni prodotte.
Così i dati statistici di Eurostat, l'Ufficio statistico della Commissione Europea, confermano la scarsa rilevanza numerica delle invenzioni italiane in Europa e nel mondo. E il sistema-Paese perde opportunità importanti di sviluppo.

I brevetti italiani sono ancora troppo pochi

Con appena 32 brevetti per milione di abitanti depositati nel 2000 all'Ufficio brevetti statunitense (United States Patent Office), l'Italia ha migliorato di ben poco la sua posizione internazionale (nel '99 l'indice di "brevettualità" era di 29 richieste per milione di abitanti). Nello stesso biennio, la Svezia si laureava ancora una volta Paese Ue più dotato di inventori con 171,1 e 195,6 brevetti per milione di abitanti (oltre sei volte il dato medio italiano), seguita a distanza in classifica dalla Germania (con 121,7 nel '99 e 133,4 nel 2000) che ha strappato la seconda posizione alla Finlandia (con 135,3 nel '99 calati a 129,4) l'anno dopo.
Un dato che pone il Paese al fondo della classifica dei quindici Stati membri dell'Unione europea, il cui indice 1999 e 2000 era rispettivamente pari a 69,2 e 73,8, superiore cioé di quasi una volte e mezza.
Ma il divario è ancora più schiacciante quando si esaminano i dati statunitensi, che per il 1999 davano 313,8 brevetti per milione di abitanti e 313 nel 2000, e quelli giapponesi (250 brevetti per milione di abitanti sia nel 1999 che nel 2000).
Se invece di questo indice si considera quello del numero di brevetti per milione di occupati nel 1999, la tendenza non cambia: l'Italia è schiacciata a fondo classifica con un indice pari a 143 e un totale di appena il 7,5% delle domande complessive della Ue presentate all'Ufficio brevetti europeo (European patent office, Epo) di Monaco di Baviera, a fronte del 493 della Germania (che deteneva anche il 43,6% di tutte le domande di brevetto all'Epo), del 478 della Svezia e del 455 della Finlandia.

Intanto gli investimenti in R&D restano stagnanti

Gli investimenti in ricerca e sviluppo in Italia nel frattempo restano stagnanti. A confermarlo è sempre Eurostat. Se nel 1999 la Svezia e la Finlandia dedicavano agli investimenti in R&D rispettivamente il 3,8% e il 3,19% del loro prodotto nazionale lordo, con la Germania a quota 2,44% e la Francia al 2,19% (pari rispettivamente al 35% e al 20% del totale degli investimenti Ue), l'Italia si piazzava ancora una volta a fondo classifica con un tasso di investimento rispetto al Pil dell'1,04% nel 1999 e dello 0,98% nel '98. Un valore pari ad appena poco più della metà della media dei quindici Stati Ue che nel 1999 raggiungeva l'1,92 per cento.
Ancora lontanissimi, comunque, gli investimenti realizzati dai principali competitori mondiali. Nello stesso periodo infatti gli Usa investivano in ricerca e sviluppo il 2,64% del loro Pil mentre il Giappone raggiungeva (nonostante la severa recessione edconomica) il 3,04 per cento.
Ma il dato è ancora più sconfortante quando si entra nell'ambito della disaggregazioni: nella media dell'Unione Europea a 15, nel 1999 il 66% degli investimenti in R&D proveniva dalle imprese, il 14% dai fondi dei Governi e il 20% dal mondo delle università e dei centro di ricerca. In Italia invece le quote erano pari al 54% da parte delle imprese, al 21% dai fondi statali e al 25% da centri di ricerca universitaria.
In Europa il "range" della quota di investimenti delle impreser rispetto al totale spaziava, nello stesso periodo, dal 25% del Portugal e dal 26% della Grecia (dati 1997) al 72% del Belgio, al 74% dell'Irlanda (dati 1997) al 75% della Svezia. La ripartizione per gli Usa vedeva a carico delle imprese il 78% di tutti gli investimenti in R&D del 1999, mentre per il Giappone si scendeva al 74 per cento.

Serve dare slancio ai ricercatori pubblici

Sin qui la fotografia della situazione e la sua analisi attraverso le cifre di Eurostat. Quanto alle ricette per uscire dall'impasse, sono numerosi gli osservatori che propongono strumenti legislativi e d'impresa. Ma quasi tutti concordano su alcuni punti.
Il primo è una ineludibile necessità di svecchiare la cultura d'azienda delle piccole e medie imprese, che rappresentano sì il cuore del tessuto produttivo nazionale ma che spesso non hanno ancora fatto propri gli strumenti del diritto, tra cui i brevetti, a protezione del proprio know how.
Il secondo passa attraverso il rilancio della ricerca a tutti i livelli con la realizzazione di queli incentivi fiscali che da anni tutti i Governi assicurano e che puntualmente finiscono nel dimenticatoio.
Il terzo riguarda la formulazione e la realizzazione di interventi legislativi mirati a concedere incentivi a quei ricercatori pubblici (che in Italia rappresentano un buon numero) che abbiano realizzato brevetti perché "si mettano in proprio" e li trasformino in realtà in proprie strutture aziendali. Leggi e strumenti normativi, per fare un esempio, potrebbero seguire la falsariga del Bayh-Dole Act statunitense del 1980 che, secondo una indagine del 2001, ha contribuito enormemente a far accelerare la superiorità statunitense su questo fronte.

Il ruolo delle strutture "di cerniera"

A questo scopo occorre dunque realizzare tutto quell'insieme di strutture di "cerniera" tra mondo della ricerca e dell'Università e mondo delle imprese. Strutture che si occupino del sostegno in termini di servizi all'"incubazione" delle nuove imprese hi-tech, basate su una idea innovativa o un brevetto. Esempi di queste società esistono ovunque in Europa, nel NordAmerica e nell'area Asia-Pacifico.
Anche in Italia queste realtà cominciano a comparire: il Politecnico di Milano ha lanciato il Consorzio Politecnico Innovazione. Ma hanno bisogno di attenzione e sostegno per riuscire a smuovere acque da troppo tempo stagnanti


Insomma...e' la solita italietta...MA:

PROPRIETA' INTELLETTUALE

Brevetti e innovazione,una guida web ai dati Ue
Le statistiche comunitarie e internazionali confermano la bassissima propensione italiana alla produzione di invenzioni.
di Nicola Borzi

L'Italia, Paese di santi, poeti, navigatori, trasmigratori. Di inventori, però, sembrano essercene pochini. Questo, di primo acchito, sembra essere il sunto delle statistiche comunitarie e internazionali in materia di innovazione, invenzioni e diritti di proprietà intellettuale, cioé di brevetti.
Tutte le ricerche confermano che, salvo sporadiche situazioni di prominenza (la Lombardia e il Piemonte si confermano tra i principali poli continentali dell'innovazione), l'Italia resta al fondo della classifica delle invenzioni e dei brevetti con una bassissima propensione alla produzione di diritti di proprietà intellettuale.
Di seguito pubblichiamo una guida Internet ai dati statistici dell'Unione Europea e di altre istituzioni internazionali che descrivono il trend nella brevettazione nei principali Paesi Ue, tra cui l'Italia, negli Stati Uniti e in Giappone.


Insomma e' la SOLITA storia di un Paese diviso in 2 come da 200 anni a questa parte,e questo gap NON si sta riducendo affatto.
Un Paese che senza Nord va dritto verso l'Africa.