Il momento più difficile, d’altronde, è proprio quello in cui, per passare dalla molteplicità all’unità, occorre saper rinunciare ai caratteri individuali, che appaiono allora in tutto il proprio potere di condizionamento; ed è il momento di crisi, quello più rischioso, quello in cui la tentazione di fuggire è grande, ma anche quello in cui la «solitudine» nella quale ci si trova può diventare stimolo per un effettivo distacco dal punto di vista profano in favore di un «punto di vista sacro», ciò che può trovare attuazione solo «attraverso una lenta e graduale rettificazione della propria mentalità, perseguendo la “spoliazione dei metalli” costituiti anche dai pregiudizi umani e sapendo vedere oltre l’apparente opacità di ciò che siamo stati assuefatti a considerare come profano, e che non è tale se non per l’inveterata e diffusa abitudine a considerare con superficialità ciò che ci è più vicino» (26).
Tutte le diverse e dispersive tendenze che si ritrovano in quella che si è soliti definire «vita ordinaria» – non stupisce che il tratto fiabesco introdotto dalle tre dame sia, a un tempo, anche quello più terreno e prosaico – devono essere allora superate e riunificate in una sintesi che le trascenda. È quanto chiaramente simboleggiato, nel rito d’iniziazione, dal luogo di solitudine al quale viene consegnato il candidato: un «deserto» che si manifesta, in tutta la sua evidenza, dentro. Ma non si tratta affatto di rinunciare al mondo; piuttosto, di morire alla prospettiva limitata di cui la condizione profana è caratteristica, ciò che in definitiva dovrà condurre, quale esito conclusivo in tempio, a far cadere la benda simbolica che marca il confine tra apparenza e realtà.
La metànoia, «metamorfosi intellettuale» o change of mind, di fronte a cui ci si trova, sarà quindi il non perseguire più progetti individuali ma integrarsi in Quello ove risiede anche la ragione profonda e finale del proprio, ove è la «grande comprensione», la sintesi, l’accordo mediante il quale il conflitto interiore dell’individuo si risolve in una prospettiva nuova e universale che trascende ogni dualismo, ivi compreso quel «limite teorico [alla conoscenza] che ha la sua massima espressione nell’insuperabilità del rapporto Creatore-creatura; per cui quest’ultima diventa qualcosa di a sé stante, i cui rapporti col soprannaturale non possono essere che mediati» (27).
L’inettitudine intellettuale di Papageno, la determinazione di Tamino, la severa e autorevole consegna dei Maestri Sacerdoti, l’inconsistenza delle imputazioni portate dalle damigelle: è tutto ciò che ha consentito – ne avevamo anticipato l’intenzione – di ben focalizzare i distinguo tra il dominio iniziatico e quello cui l’«afflato mistico» è afferente: riteniamo sufficienti le nostre puntualizzazioni in merito, per comprendere le critiche mosse a quegli allestimenti che riducono, nella dimensione scenica dell’atto secondo, i meravigliosi colori ideali di questo Pantheon a tinte sbiadite da sacrestia. Sono queste ultime, certamente, quanto di più angusto possa essere espresso, in termini di orizzonte conoscitivo, per intendere quel necessario passaggio da compiere, attraverso l’oscurità della notte, per giungere infine alla Luce.
Il limite di quegli allestimenti, dunque, è il limite delle interpretazioni e delle posizioni teoriche cui essi, coscientemente o meno, attingono, limite che non può porsi se non come «ostacolo al raggiungimento di un altro ordine di realtà di cui invece il filo conduttore è rappresentato dall’Intelletto puro, facoltà soprarazionale e sopraindividuale [mediante la quale] si può ristabilire quella continuità (la quale d’altra parte non aveva mai cessato di esistere se considerata dal punto di vista principiale) che, attraverso un processo che è come l’inverso di quello creativo che ha portato un essere dalla sua origine nel Principio all’esistenza in uno stato determinato, può ricondurlo all’identificazione con il Principio» (28).
La Zauberflöte aveva introdotto in scena Tamino proprio all’inizio del suo lungo percorso, delineando nei tratti della fanciulla angelicata, incantevoli agli occhi del giovane arciere, il mediatore intellettuale necessario a compiere l’intrapresa. Ma Pamina stessa – ne rivedremo le sorti tra poco – dovrà a propria volta affrontare l’abisso, e risorgervi, per liberarsi dei condizionanti vincoli terreni. Entrambi, quindi, per coronare l’A-mor che esprime, secondo il simbolismo proprio all’iniziazione cavalleresca, la vera unione con la conoscenza «di là dalla morte», dovranno necessariamente «distruggere l’illusione della separatività per raggiungere o cercare di raggiungere quella totalizzazione del proprio essere […] in cui consiste in definitiva la Realizzazione metafisica» (29).
Quelli citati sono alcuni estratti del libro:
Fabrizio Alfieri, Mozart. Il viaggio iniziatico nel «Flauto magico», Luni Editrice, Milano-Firenze, 2006.Si tratta di uno studio nel quale l'autore interpreta Il flauto magico alla luce dell'opera di René Guénon, seguendo passo a passo lo sviluppo del libretto come se si trattasse di un poema epico. La prospettiva è quella simbolico-tradizionale e l'opera di R. G. è abbondantemente citata; ma in maniera coscienziosa e costruttiva, ciò che consente all'Alfieri di non limitarsi al ruolo di compilatore. A mio avviso, una lettura che offre molti spunti di riflessione.




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