Dieci anni fa Giovanni Falcone fu assassinato. Con Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani (Fa una certa impressione pronunciare, oggi, il nome di questo ragazzo). Tante cose sono state dette e scritte in questi dieci anni. Quello che si è saputo su retroscena e modalità di quella strage è consegnato a qualche sentenza di corte d’assise, ma non ancora a una sentenza di Cassazione (dovrebbe essere questione di giorni): è molto? È poco? Molto, moltissimo, a giudicare dagli insuccessi giudiziari che precedettero quella strage, a giudicare dal secolo di insuccessi registrati contro la mafia. Poco, troppo poco, rispetto alle aspettative di tutti coloro i quali ormai hanno capito che Cosa Nostra, nella sua interminabile storia, non è stata un fenomeno criminale isolato e chiuso in se stesso.
Diciamo che è stata molto più aperta ad altri mondi criminali di quanto certe rappresentazioni folkloristiche, sia pure in buona fede, hanno finito col farci credere. Se questa osservazione è esatta – e credo proprio che lo sia – ne discende che una strage come quella di Capaci ebbe i suoi mandanti che furono estranei alla stessa mafia, tradizionalmente intesa. E quello che si è saputo sull’ argomento non è “molto poco”, é il niente più assoluto. Ma è altrettanto vero che proprio i dibattimenti processuali, ancor prima che le sentenze, hanno lasciato cogliere, a chi ha l’udito buono, e soprattutto a chi non ha l’udito di quella particolarissima specie di sordi che sono quelli che non vogliono sentire, l’eco martellante della presenza di misteriosissimi mandanti.
Mandanti politici? Istituzionali? Economici? Criminali e non mafiosi? Tutti insieme appassionatamente? Supposizioni e dietrologie non fanno né la storia né la verità. Ne riparleremo a tempo debito, quando ci sarà un fatto. Se mai ci sarà. Ma il decimo anniversario della strage di Capaci va celebrato.




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