Istat, Italia più flessibile ed europea
Il rapporto 2001 dell'Istituto centrale di statistica fotografa un Paese dove la dimensione media delle imprese è di 4 addetti, con punti d'eccellenza. La soglia dei 15 dipendenti non è "critica", boom degli atipici


ROMA - Italia più flessibile e più europea. Così si può sintetizzare la fotografia dell'Istat consegnata dal rapporto annuale sulla 'situazione del Paese nel 2001'. Sebbene il sistema delle imprese sia caratterizzato da una dimensione media "estremamente ridotta" e persistano "forti disparità territoriali", sembra emergere una tendenza alla riduzione dei differenziali di sviluppo delle province. Significativi i "segmenti di eccellenza". Tra i punti di eccellenza del sistema delle imprese italiane è la presenza di circa 400mila aziende con 1-2 addetti che "mostrano decisi segnali di modernizzazione e una struttura organizzativa e relazionale avanzata, caratteristiche che riguardano anche il 20% circa delle imprese con 3-9 addetti, pari a circa 100mila imprese".

Si tratta di un primo passo verso la modernizzazione? L'Istat non arriva a conclusioni, limitandosi a ricostruire, appunto, la fotografia, presentando, come di consueto, luci e ombre. Secondo l'Istat la crescita complessiva sperimentata dall'economia italiana nello scorso decennio "appare comparabile con quella degli altri grandi paesi europei". Il sistema industriale resta fortemente specializzato (cuoio,tessile e abbigliamento, industria meccanica per minerali non metalliferi, mobili). Diversa la specializzazione dei maggiori paesi Ue: la Germania nell'industria meccanica e nell'auto, la Francia nell'aeronautica, nei generatori di vapore e nel trattamento dei combustibili nucleari, la Gran Bretagna nell'industria aeronautica, nelle macchine per ufficio e nella raffinazione. Più simili all'Italia i paesi dell'area mediterranea. Uno dei segnali della maggiore flessibilità del sistema industria italiano (a parte le trasformazioni nel mercato del lavoro) sono "le consistenti modifiche occupazionali e di struttura delle imprese".


La soglia dei 15 dipendenti non è critica.

La dimensione media delle imprese italiane è di quattro addetti e se si considera la quota di imprese che incrementano il numero di addetti, si nota che non vi sono particolari remore a superare la soglia oltre la quale scattano le tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori (articolo 18 compreso). L’Istat rileva che il 37% delle imprese con 10 dipendenti ha aumentato il numero di addetti, percentuale che sale al 40% in quelle con 11, al 39% in quelle con 12, al 38% in quelle con 13, al 37% in quelle con 14, al 37% in quelle con 15, al 40% in quelle con 16, al 39% in quelle con 17, al 41% in quelle con 18, al 42% in quelle con 19 dipendenti. Insomma, la percentuale è più o meno uniforme a tutti i livelli. Inoltre, le imprese con meno di 10 addetti registrano livelli di produttività pari a meno della metà (44,3%) di quelli delle imprese con almeno 250 addetti. In altre parole, all'aumentare della dimensione aziendale, le imprese ottengono guadagni di produttività significativamente superiori ai maggiori oneri derivanti dagli incrementi di costo del lavoro, con positivi effetti sulla profittabilità.


Sommerso: le imprese irregolari sono il 15,1%.

Le imprese che vivono nel sommerso sono in Italia il 15,1%. Il tasso di irregolarità sale nel Mezzogiorno fino al 22,6%. I dati sono contenuti nel rapporto annuale 2001 dell'Istat, ma si riferiscono al 1999. Le unità di lavoro complessive che operano al di fuori delle regole fiscali-contributive al Centro sono il 15,2%; nelle ripartizioni del Nord-Ovest e del Nord-Est raggiunge invece livelli inferiori alla media nazionale, rispettivamente pari all'11,1% e al 10,9%. La regione che presenta il più alto tasso di irregolarità è la Calabria (27,8%) e quella con il tasso più basso è l'Emilia Romagna (10,4%). Le imprese caratterizzate maggiormente dal fenomeno del sommerso, a livello nazionale, sono quelle del settore agricolo, delle costruzioni e dei servizi. Il Mezzogiorno, in particolare, si caratterizza per tassi di irregolarità elevati nel settore agricolo, che in questa ripartizione ha maggior peso: nel 1999 circa il 38,4% delle unità di lavoro agricole di questa area geografica sono non registrate e diverse sono le regioni che presentano livelli di irregolarità superiori alla media nazionale come, ad esempio, la Calabria (46,6%), la Sicilia (40,8%) e la Campania (39,9%).

Lavoro: boom degli atipici.

L’incidenza dell'occupazione temporanea nel 2001 fra gli uomini - rileva ancora il rapporto Istat - corrisponde all' 8%, rispetto al 5% del 1993, mentre nel caso delle donne è passata dall' 8% all'attuale 12%. Sempre nel 2001 l'incidenza più in particolare del lavoro a tempo parziale per la componente femminile è del 16,6%, con un aumento di 5,4 punti rispetto al '93. Per la componente maschile, invece, l' incidenza del lavoro a tempo parziale è del 3,5%.


(21 MAGGIO 2002, ORE 13:45)

4 addetti?Io dico che e' un'assurdita' e che questa eccessiva frammentazione e' molto negativa e tra un po' ne pagheremo le conseguenze.
E' semplicemente assurdo pensare di fare innovazione ed essere competitivi a livello globale con simili dimensionierto + le imprese sono grandi,+ sono rigide,ma,come dice il proverbio "la virtu' sta nel mezzo",ergo nè 10.000 addetti,ma nemmeno 4!
Qui buona parte delle micro imprese campa solo sul contenimento del costo del lavoro,ma alla lunga con la concorrenza dell'Est e della Cina,il sistema salta.
Bisogna incentivare le fusioni.