LA TAPPA TEDESCA
Decine di migliaia di manifestanti , Schröder in ansia
Pressato dai pacifisti il Cancelliere deve riuscire a non dilapidare il capitale di fiducia conquistato oltre Atlantico
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BERLINO - Non verranno disturbati, questa sera, Gerhard Schröder e George Bush, quando gusteranno gli asparagi e i gamberi di fiume, al tavolo con vista sulla Porta di Brandeburgo, nel ristorante «Teodor Tucher». Una zona chiusa grande quasi tre chilometri quadrati, un deserto cittadino popolato solo di poliziotti e agenti segreti, garantirà silenzio e sicurezza, durante la cena offerta dal cancelliere al presidente americano, subito dopo l’arrivo a Berlino.
Ma già ieri, dietro le transenne e gli sbarramenti, l’ex città del Muro ha ritrovato, con la sua vena ribelle e antagonista, anche le contraddizioni che l’hanno sempre marcata. Diverse decine di migliaia di persone hanno risposto all’appello di «Asse per la pace», sigla dove convergono 240 organizzazioni pacifiste e no-global, scendendo in strada, per protestare contro la politica degli Stati Uniti, definita «guerrafondaia» e «imperialista». Molte di meno, ma pur sempre un migliaio, si sono invece date appuntamento all’ex Check Point Charlie, il più celebre passaggio tra Est e Ovest ai tempi della Guerra Fredda, per dire grazie al leader del Paese, che, per mezzo secolo, difese Berlino e la sua libertà.
Non ci sono stati incidenti di rilievo, a parte qualche tafferuglio. I soli a fare le spese di un pugno di facinorosi, sono stati i leader dei Verdi, i quali, sempre in bilico tra lotta e governo, avevano convocato una loro manifestazione per criticare l’attuale corso della Casa Bianca: è bastata una dozzina di ultras vocianti, saliti a forza sul palco al grido di «venduti», per convincere Fritz Kuhn e Claudia Roth, abbondantemente aspersa di limonata, a sciogliere il raduno.
E’ un esordio europeo problematico, quello di George Bush nella Germania del governo rosso-verde. Pressato da una campagna elettorale che si annuncia difficilissima, l’esecutivo guidato da Gerhard Schröder e Joschka Fischer appare deciso a non dilapidare il capitale di fiducia e credibilità conquistato in questi anni oltre-Atlantico, ma anche sensibile al proprio codice genetico e quindi attento a cogliere il disagio provocato nella sinistra tedesca dalle scelte unilaterali dell’Amministrazione repubblicana.
Che le venti ore di Bush nella capitale tedesca tengano in ansia il governo federale, non lo dice soltanto la più grande operazione di polizia mai mobilitata negli ultimi 50 anni. «Attenzione - mette in guardia il ministro degli Esteri, Joschka Fischer - è nell’interesse di tutti che le dimostrazioni rimangano pacifiche, altrimenti il segnale sarà l’opposto di quello desiderato e un’immagine di cattivo anti-americanismo verrà trasmessa oltre Atlantico».
Al presidente americano, che viene anche a spiegare agli alleati europei i suoi prossimi passi nella lotta al terrorismo internazionale, Berlino offre così «solidarietà senza riserve», versione più sobria della «solidarietà illimitata» promessa dal cancelliere subito dopo gli attentati dell’11 settembre. George Bush, insomma, è accolto con il calore che si conviene a «un buon amico della Germania». Ma, come si affretta a ricordare il consigliere per la sicurezza di Schröder, «il rapporto di solida amicizia che ci lega agli Stati Uniti include anche divergenze».
E se, con ogni probabilità, di queste non ci sarà traccia nel discorso che l’amico americano terrà domani al Reichstag, il primo di un leader della Casa Bianca nell’edificio più emblematico della storia tedesca, è scontato che, delle cosiddette «questioni aperte» si parlerà durante i colloqui riservati alla cancelleria: l’eventuale attacco all’Iraq; il Medio Oriente e quella che, da molti europei, viene percepita come eccessiva indulgenza di Washington nei confronti del premier israeliano Sharon; le discordie commerciali fra Usa e Unione Europea a proposito di acciaio e prodotti agricoli; il rifiuto americano del nuovo Tribunale Internazionale per i crimini contro l’umanità.
Sono però gli stessi tedeschi a sottolineare come nessun dissenso possa, in alcun modo, mettere in discussione il rapporto transatlantico.
«Sarebbe un’idiozia storica», dice Fischer in un’intervista a Der Spiegel . Un monito che trova eco nelle parole di Tony Blair, l’alleato più fedele e fidato del presidente americano in Europa: «Ci sarà sempre qualcuno, su ambedue le sponde dell’Atlantico, che vorrebbe allontanare l’Europa dagli Stati Uniti», spiega al Times il premier britannico, secondo il quale c’è chi, «in America, liquida l’Europa come poco seria e altri, da noi, le cui opinioni sconfinano nell’anti-americanismo». A parere di Blair, però, nonostante le difficoltà, per la maggioranza degli europei «le cose che ci uniscono sono molto più di quelle che ci dividono».
Paolo Valentino




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