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Discussione: Berlusconi I

  1. #1
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    Predefinito Berlusconi I

    Devo fare una tesina sul primo governo Berlusconi con il titolo "programma di governo e sua attuazione". Una specie di comparazione anche se i linguaggi sono diversi.

    Avete fatto qualche lavoro o siete in grado di farlo in proposito?

    Vi sarei enormemente grato.

  2. #2
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    Hai mai visto un pollista fare un lavoro?

  3. #3
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    Predefinito programma di governo...

    originally posted by Billi:

    '... devo fare una tesina sul primo governo Berlusconi con il titolo 'programma di governo e sua attuazione'... avete fatto qualche lavoro o siete in grado di farlo in proposito?...'

    caro amico
    se vuoi posso, come modesto contributo, fornire il titolo della tua tesina:

    Programma di governo e sua attuazione: metterlo nel s***** a brunik e agli altri comunisti teste di c**** come lui, senza uso preliminare di vaselina

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

  4. #4
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    Originally posted by brunik
    Hai mai visto un pollista fare un lavoro?
    Ma io cercavo proprio te!
    Ah Brunik e damme 'na mano!!!!!

  5. #5
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    Predefinito brunik sei grande

    Brunik sei grande. Io ti avevo preso sul serio e mi scuso con tutti i forumisti per non aver riconosciuto il principe dei guitti, pretendendo di discutere con lui.

  6. #6
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    Hai mai visto un estremista comunista fare un lavoro? No, perché è il prototipo dei fannulloni perdigiorno!

  7. #7
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    Originally posted by Billi


    Ma io cercavo proprio te!
    Ah Brunik e damme 'na mano!!!!!
    Dopo che hai potuto constatare di persona che rivolgersi ad un pollista può portare solo ai risultati che hai letto sopra, e ciò dovuto alla congenità incapacità pollista di combinare alcunchè di buono (cosa che in parte spiega la situazione di indigenza in cui molti di loro sono costretti a vivere nonchè l'ammirazione sfrenata per chi è più ricco di loro, tranne che per me), ti dò volentieri una mano.

    Questo è il programma annunciato in TV nel gennaio 1994:


    Corriere della Sera, giovedi , 27 gennaio 1994

    Berlusconi: il miracolo lo faccio io



    Fuccaro Lorenzo


    Con un videomessaggio registrato Sua Emittenza annuncia l'ingresso in politica e la rinuncia a tutte le cariche, Milan escluso "Contro le sinistre scendo in campo per mettere insieme le forze della libertà"

    MILANO . Uelà, sun chì mi. Eccolo, l'aria distesa, il sorriso smagliante. Entra nelle case degli italiani all'ora del tè dagli schermi del Tg4 di Emilio Fede, il più lesto e il più schierato dei suoi teledirettori. Blazer blu, camicia azzurra, cravatta a pois bianchi piccolissimi, Silvio Berlusconi parla per otto minuti. E annuncia: "Ho scelto di scender e in campo perchè non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a filo doppio a un passato politicamente ed economicamente fallimentare". E seduto alla scrivania nello studio della casa di Macherio. Alle sue spalle s'intravedono una piccola scultura di Cascella e alcune foto di famiglia. Ogni tanto sbircia i fogli, giusto per candenzare il suo discorso. Ed è un discorso che ha provato e riprovato nella notte tra martedì e mercoledì finchè, intorno alla mezzanotte, non ne è rimasto totalmente soddisfatto. E l'ha imprigionato in una videocassetta. E un discorso, quello del Cavaliere, che inaugura la democrazia elettronica. E che cosa dice? Innanzitutto, che per gettarsi nella mischia rinuncia a tut te le cariche che ricopre, a incominciare dalla Fininvest e poi, giù giù, sino alla Sbe e all'Elemond . le lettere di dimissioni sono partite già ieri mattina . ma di mollare l'amatissimo Milan non se ne parla nemmeno. E in che cosa consiste l'avvent ura in cui si è imbarcato Sua Emittenza? "Nell'offrire al Paese . risponde . un'alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti". Certamente, non è una battaglia da combattere da solo, ma "in sincera e leale alleanza con tutte le forz e democratiche". L'Italia, dice, attraversa "il difficile momento del rinnovamento e del passaggio a una nuova Repubblica". Ma proprio per questo il Paese che "giustamente diffida di profeti e salvatori ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative ed innovative, capaci di dargli una mano, di fare funzionare lo Stato". Uelà, sun chì mi. L'incubo che ossessiona Berlusconi è che i cavalli dei cosacchi si abbeverino alle fontane di San Pietro. Ed è una preo ccupazione che domina l'intero discorso. Con le nuove regole elettorali, argomenta, "è indispensabile che al cartello delle sinistre si opponga un polo delle libertà che sia capace di attrarre a sè il meglio di un Paese pulito, ragionevole e moderno" . Ne dovranno fare parte "tutte le forze che si richiamano ai principi fondamentali delle democrazie occidentali, a partire da quel mondo cattolico che ha generosamente contribuito all'ultimo cinquantennio della nostra storia unitaria". Non dice, Ber lusconi, se questo polo delle libertà sia nato o no. Accenna solo al ruolo che i cattolici ebbero nel costruire una diga contro il comunismo quali portatori di "valori ed obiettivi che non hanno mai trovato piena cittadinanza in nessuno dei Paese gov ernati dai vecchi apparati comunisti, per quanto riverniciati e riciclati". Dunque, incombe ancora il pericolo rosso. Occhio a non prendere abbagli, ammonisce: "Le nostre sinistre pretendono di essere cambiate. Dicono di essere diventate liberaldem ocratiche. Ma non è vero". Attenzione, scandisce il Cavaliere: "I loro uomini sono sempre gli stessi, la loro mentalità, la loro cultura, i loro più profondi convincimenti. I loro comportamenti sono rimasti gli stessi. Non credono nel mercato, non cr edono nell'iniziativa privata, non credono nel profitto, non credono nell'individuo". In una parola: "Non sono cambiati". Perchè, afferma sicuro, "vorrebbero trasformare il Paese in una piazza urlante che grida, che inveisce, che condanna". E allor a? Uelà sun chì mi. Io sono sceso in campo, esorta. Ma ora "lo chiedo anche a voi, a tutti voi, prima che sia troppo tardi". Berlusconi sogna "a occhi bene aperti". Ed è un sogno che evoca Martin Luther King, il campione delle battaglie per i diritti civili degli afro americani, e il suo arcinoto "I have a dream". Sua Emittenza vagheggia "una società libera, di donne e di uomini, dove non ci sia paura, dove al posto dell'invidia sociale e dell'odio di classe stiano la generosità, la dedizione, l a solidarietà, l'amore per il lavoro, la tolleranza e il rispetto per la vita". Ecco, dice il Cavaliere, Forza Italia vuole tutto questo. "Non è l'ennesimo partito o l'ennesima fazione che nascono per dividere". E, al contrario, una forza che vuole "unire per dare finalmente all'Italia una maggioranza all'altezza delle esigenze più profondamente sentite dalla gente comune". E un'organizzazione di "uomini totalmente nuovi. E ciò che vogliamo offrire alla nazione è un programma di governo f atto solo di impegni concreti e comprensibili". Insomma, conclude Berlusconi, "la storia d'Italia è a una svolta". E possibile farla finita "con una politica di chiacchiere, di stupide baruffe e di politicanti senza mestiere". Costruiamo insieme, p er noi e per i nostri figli "un nuovo miracolo italiano". Uelà, sun chì mi.

  8. #8
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    Bilancio dei primi 100 giorni.

    Il Mondo, lunedi , 29 agosto 1994
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    Governo. 1o bilancio per Berlusconi
    Senza sprint



    Rizzo Sergio


    Non e' stata certo una partenza a razzo. Ese bastassero i numeri a giudicare l' operato di un governo, Berlusconi avrebbe gia' perso almeno un confronto con i suoi immediati predecessori: quello sulla produttivita'. Nei primi 100 giorni il consiglio dei ministri si e' riunito 17 volte, esattamente come il governo di Giuliano Amato durante i suoi primi 100 giorni. E una di queste per non produrre altro che la precipitosa retromarcia sul contestatissimo decreto legge sulla custodia cautelare. Le riunioni del governo di Carlo Azeglio Ciampi nei primi 100 giorni erano state invece 23. Ma il raffronto dell' attivita' dei primi 100 giorni degli ultimi tre governi fatto dal "Mondo" contiene altre sorprese (tabella). Il governo del leader di Forza Italia ha approvato 17 nuovi decreti legge: questo numero comprende anche il decreto sulla custodia cautelare, ritirato. I nuovi decreti legge di Ciampi erano stati quasi il doppio: 32, per l' esattezza. E quelli di Amato, 29. Ma forse perche' l' attivita' dell' esecutivo di Berlusconi e' stata pesantemente condizionata dall' eredita' del governo precedente. In 100 giorni ha dovuto reiterare ben 72 decreti legge, contro le 32 reiterazioni di Ciampi e le 13 di Amato. Berlusconi detiene anche il record della produzione di disegni di legge. Ma soltanto all' apparenza. Dei 105 progetti approvati dal consiglio dei ministri fra l' 11 maggio (data del giuramento davanti al presidente della repubblica) e il 18 agosto (centesimo giorno di governo), la stragrande maggioranza e' rappresentata da provvedimenti per ratificare atti e trattati internazionali. Senza questa voce, il numero dei disegni di legge approvati dall' esecutivo in carica si riduce a 22, a fronte dei 20 di Ciampi e dei 29 di Amato. Ma e' sul versante della produzione di atti governativi di varia natura, come i decreti legislativi, che Berlusconi perde nettamente il confronto con i suoi due predecessori. In 100 giorni ne sono stati approvati 25, contro i 39 di Amato e i 61 di Ciampi. L' esercizio del potere, pero', non ne ha risentito. Nello stesso periodo il governo Berlusconi ha fatto anche 53 nomine. Senza tuttavia riuscire ad avvicinare il primato di Ciampi, che di nomine nei suoi primi 100 giorni ne aveva fatte 96. E qualcuna anche di peso. Dopo aver dato il via libera all' investitura del nuovo governatore della Banca d' presidenza dell' Iri. Ma Berlusconi non ha voluto essere da meno. In 100 giorni ha nominato il nuovo consiglio di amministrazione dell' Iri, sostituendo Prodi con Michele Tedeschi. Ha designato l' uomo della maggioranza nel consiglio di amministrazione di Telecom Italia. E anche il presidente dell' Unire, il presidente dell' Aci e i commissari dell' Enit e dell' Ice. Oltre a cambiare i vertici dei servizi segreti. Ma, soprattutto, per quanto queste nomine siano di competenza dei presidenti delle Camere, ha dato la spallata decisiva al presidente della Rai (azienda pubblica concorrente della sua Fininvest) Claudio Dematte' e all' intero consiglio di amministrazione. L' intervento sulla Rai e' stato l' atto nel quale Berlusconi si e' mostrato piu' decisionista. Tutte da verificare, come hanno sostenuto i piu' autorevoli commentatori esteri, sono invece le conseguenze delle altre iniziative. Nei primi 100 giorni di vita l' esecutivo di Berlusconi ha approvato una decina di decreti legge in materia economica: fra questi i condoni edilizio e fiscale, le norme per accelerare l' alta velocita' ferroviaria e i pagamenti degli incentivi per il Sud, il commissariamento dell' Ice, le misure per rendere piu' elastico il mercato del lavoro, gli incentivi per il lavoro autonomo e la detassazione degli utili d' impresa e il rilancio della nautica da diporto. Misure che non hanno pero' modificato il giudizio negativo dei mercati internazionali (dove la lira e' sotto pressione da settimane) che continuano a registrare una consistente fuga di capitali dall' Italia. Ne' hanno avuto effetti entusiasmanti le altre iniziative del governo, come i disegni di legge per i l riordino di tutta la materia edilizia e urbanistica (resosi necessario dopo l' abrogazione della cosiddetta legge Merloni), per la riforma della spesa sanitaria e per favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. Fra i provvedimenti di natura diversa c' e' un po' di tutto: dalle nuove certificazioni antimafia alla disciplina dei rapporti di lavoro fino a una direttiva alle amministrazioni per ridurre le auto blu, a un decreto per la patata da semina e all' istituzione dell' ordine dei giornalisti della Basilicata. Ma il piu' importante e' senza dubbio il Documento di programmazione economica e finanziaria. E' il primo gesto del governo Berlusconi che potrebbe avere positivi effetti concreti sui conti dello stato: nel 1995 la manovra dovrebbe essere di 45 mila miliardi. Decisamente piu' violento era stato l' impatto di Amato. Appena arrivato aveva varato per decreto legge una dura manovra: 30 mila miliardi. Accompagnata da un disegno di legge delega che avrebbe rivoluzionato sanita', pubblico impiego, previdenza e finanza locale. Il decreto legge conteneva anche una norma esplosiva: l' immediata trasformazione in societa' per azioni di Iri, Eni, Enel e Ina, con il conseguente avvio delle privatizzazioni. Quel biglietto da visita fu seguito, nei primi 100 giorni, da provvedimenti d' urgenza destinati a non essere certo dimenticati. Qualche esempio? La liquidazione dell' Efim. Oppure la creazione delle liste di mobilita'. O la Al martellamento dei decreti legge Amato affianco' disegni di legge pesanti, come quelli che istituivano il fondo per l' occupazione e il fondo per l' ammortamento del debito pubblico. E una frenetica attivita' collaterale di tutto l' esecutivo. Storico fu l' accordo sul costo del lavoro, firmato con i sindacati e gli imprenditori. Ma altrettanto memorabile fu la delibera con cui il consiglio dei ministri decise la privatizzazione del Credito italiano e del Nuovo Pignone. Tuttavia i primi 100 giorni di Amato lasciarono il segno soprattutto per una manovra del 1993 da 93.500 miliardi. La piu' imponente mai varata da un governo della repubblica. Sul terreno finanziario la decisione non fece difetto neppure a Ciampi. Tre settimane dopo l' insediamento, il consiglio dei ministri da lui presieduto approvo' per decreto legge una manovra da 12.400 miliardi. Sollevando anche alcune polemiche, fra cui quella sul prelievo sui contributi degli enti previdenziali. E in meno di due mesi mise a punto con il Documento di programmazione economica e finanziaria una manovra da 31 mila miliardi. Nel frattempo il governo sfornava decreti legge a un ritmo impressionante. E su ogni argomento: le misure urgenti per le dighe, i parcheggi, l' accelerazione degli incentivi per il Sud, gli sgravi contributivi, l' autotrasporto, la proroga della denuncia dei redditi, per arrivare a un corposo pacchetto di misure sugli investimenti e l' occupazione. Ma nei primi 100 giorni, Ciampi non si limito' ai decreti legge. Il 19 luglio 1993 Palazzo Chigi annuncio' il secondo storico accordo sul costo del lavoro con i sindacati e gli industriali. E intanto aveva gia' approvato una raffica di disegni di legge e una serie di altri provvedimenti. Alcuni impopolari, come la tassa sul medico di famiglia. Che, in ogni caso, tuttavia, avrebbero lasciato il segno, come la decisione di collocare sul mercato il pacchetto di controllo dell' Imi, in precedenza promesso alla Cariplo. Un anticipo della campagna di privatizzazioni che caratterizzo' il governo Ciampi. Un solo acuto Ma sulle privatizzazioni il governo di Silvio Berlusconi, vincitore alle elezioni con un programma liberista, sembra aver scoperto improvvisi ostacoli. Dopo aver collocato sul mercato la compagnia assicurativa Ina (la cui cessione era stata gia' decisa da tempo), la privatizzazione della Stet e dell' Eni rischia di subire un rallentamento. Prima di mettere sul mercato le due societa', il governo vuole infatti creare le authority previste dalla legge per i servizi di pubblica utilita'. Una presa di posizione che molti critici hanno interpretato come un preciso colpo di freno. Ma intanto il ministro del Tesoro, Lamberto Dini, ha aperto un altro fronte: le fondazioni che controllano le casse di risparmio dovranno presto cederne la maggioranza. Insieme al voto di lista, inserito nel decreto legge sulle cessioni delle societa' pubbliche lasciato in eredita' da Ciampi, e' l' unico acuto nei primi 100 giorni del governo Berlusconi in tema di privatizzazioni.

  9. #9
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    Bilancio economico pochi giorni prima delle dimissioni.

    Risultati economici del governo Berlusconi I


    Il Mondo, lunedi , 05 dicembre 1994
    GOVERNO


    Governo. quanto e' costata la gestione Berlusconi
    Sfiduciato da sei mesi



    Talamanca Antonello


    "Non sono un politicante", e' solito dire Silvio Berlusconi, "ma un professionista della buona gestione. La gente mi ha votato e ha fiducia in me per quello che sono riuscito a fare in 30 anni di lavoro come imprenditore". Ma a sei mesi dalla sua nomina a capo del governo sono proprio i risultati economici i primi a tradire il Cavaliere. Dal giorno delle elezioni a oggi la caduta delle quotazioni ha fatto perdere 27 mila miliardi a chi possiede azioni. L' aumento dei tassi d' interesse ha scaricato 7 mila miliardi di maggiori costi sul Tesoro (5 mila miliardi) e su famiglie e imprese (2 mila miliardi). Mancano quasi 12 mila miliardi di gettito fiscale, rispetto alle previsioni, e qualcuno da' la colpa alla sensazione di lassismo che il governo Berlusconi ha dato ai contribuenti. Poi ci sono 26 mila miliardi di capitali stranieri che da aprile a tutto settembre hanno abbandonato i titoli italiani per cercare altri lidi. Il mercato dice no Eppure l' economia reale va bene, il vento della ripresa ha raggiunto anche l' Italia. Da mesi, ormai, il calo occupazionale si e' arrestato; la produzione industriale continua a salire al ritmo del 7% annuo; l' inflazione non da' segni di surriscaldamento ed e' tornata al 3,7%. Anche i consumi interni, che gli economisti guardano come segno di consolidamento della ripresa, sono di nuovo in aumento. I dati di contabilita' nazionale mostrano che gia' nella prima meta' dell' anno la domanda interna ha fornito all' aumento del pil (1,7%) un contributo positivo dell' ordine dello 0,9% decisamente superiore a quello fornito dalla domanda estera che era stata, durante il periodo piu' nero della crisi, il pilastro di sostegno dell' intera economia. Insomma, i dati di base dell' economia sarebbero da paese forte o, per lo meno, in via di rafforzamento. Ma i mercati finanziari sembrano dare sempre meno credito al governo Berlusconi e alle sue capacita' di portare l' Italia fuori dal guado. In un primo momento gli avevano creduto. Il grande capitale finanziario internazionale che, prima delle elezioni, si era fatto una ragione della possibile vittoria progressista e del Pds, aveva salutato con grande entusiasmo la vittoria della destra. L' indice di Borsa era balzato fino a segnare, nel giro di poche settimane, guadagni che hanno sfiorato il 18%. I tassi di interesse a tendenza al ribasso internazionale, ma anche per un' accresciuta fiducia nell' Italia che aveva fatto assottigliare il differenziale fra i tassi italiani e quelli tedeschi (che fungono da guida per la finanza europea) fino ad appena 2,5 punti percentuali. Anche la lira ne aveva giovato riavvicinandosi al marco fino a quota 950. Poi le cose sono cambiate. Prima per le lungaggini nel tradurre la vittoria elettorale in una maggioranza e in un governo, nonche' per le pesanti critiche, giunte soprattutto da Parigi e da oltre Atlantico, per la presenza nel governo di ministri di Alleanza nazionale. Poi per le continue baruffe all' interno della stessa maggioranza e per le incertezze nel definire la politica economica. Molti si aspettavano che la situazione potesse di nuovo cambiare in meglio con la presentazione del disegno di legge finanziaria per il 1995. Cosi' non e' stato. Se ne va lo straniero Anzi, tensioni sociali e rinnovate polemiche tra i partiti della maggioranza, unite alle disavventure giudiziarie della Fininvest che stanno coinvolgendo in prima persona lo stesso Berlusconi, hanno rinnovato nei mercati la sensazione di precarieta' e di instabilita'. Malgrado la ripresa, gli operatori internazionali considerano l' Italia paese a rischio. Le conseguenze cominciano a essere pesanti. Quella piu' evidente e' sulla Borsa. Malgrado l' ottima performance di aprile, la caduta successiva e' stata tale che, rispetto alla quotazione del 28 marzo, avvenuta in contemporanea con l' apertura delle urne e l' inizio dello spoglio elettorale, l' indice ha perduto circa il 9%. Tradotto in soldoni e considerando che la capitalizzazione della Borsa italiana e' di circa 300 mila milia rdi di lire, in questi mesi gli investitori in quote azionarie hanno visto il proprio patrimonio tosato di circa 27 mila miliardi. Per avere un ordine di grandezza, e' una somma esattamente pari a quella che il governo intende ottenere come risparmio di spesa dalla manovra di bilancio della legge finanziaria e di tutti i provvedimenti collegati, tagliando pensioni, sanita' e quant' altro. Ma non e' l' unica tosatura subita da chi investe in titoli italiani. L' aumento di quasi un punto dei tassi italiani rispetto a quando il sistema dei rendimenti e degli interessi in Italia si avvicinava a quelli vigenti nel resto d' Europa, sta provocando perdite difficilmente valutabili, ma dell' ordine di qualche migliaio di miliardi anche fra gli investitori in titoli di stato. E' la ragione che ha spinto, e tuttora spinge, i capitali stranieri a lasciare l' investimento di portafoglio in lire. Finche' i rendimenti in Italia scendevano, si accompagnavano a grossi guadagni sui titoli di stato in termini di capitale. Un' occasione che risparmiatori e investitori stranieri non si son fatti sfuggire per tutto il 1993 e ancora nei primi mesi del 1994. La prospettiva di guadagno si coniugava con gli alti interessi pagati dal Tesoro e con quello che allora era considerato il basso rischio di cambio: la lira, si diceva, e' sottovalutata e si riprendera'. titoli italiani per la bellezza di quasi 127 mila miliardi e altri 26 mila sono entrati nei primi mesi del 1994. Poi la fuga. Dal giorno delle elezioni a tutto settembre, appena i tassi hanno preso a salire, sono stati disinvestiti oltre 26 mila miliardi e altri 3 mila circa sono stati portati fuori da italiani che hanno cercato oltre frontiera un' alternativa a Bot e Cct. Tutti elementi che hanno contribuito all' ulteriore distacco della lira dalle valute europee, marco in testa, nei confronti delle quali ha subito un ulteriore deprezzamento dell' ordine del 6%. In qualche misura e' un buon vantaggio per chi esporta verso l' Europa, ma un nuovo dissanguamento per chi ha debiti in valuta europea, Ecu compreso. Paga Pantalone Anche i conti dello stato soffrono. L' aumento degli interessi fa crescere la spesa per il debito pubblico. In base ai calcoli della Banca d' Italia, secondo la quale un aumento di un punto porta un maggior onere per lo stato di 6 mila miliardi l' anno nell' immediato e fino a 14 mila nei tre anni successivi, il rincaro registrato in questi mesi, se non dovesse assorbirsi rapidamente, gia' potrebbe costare circa 5 mila miliardi: piu' o meno quanto il governo vorrebbe ottenere dal nuovo e criticatissimo condono edilizio. Tutti soldi che prima o poi, in una maniera o nell' altra, l' erario dovra' chiedere ai contribuenti. Che pero' gia' pagano, anche loro, il caro-interessi: dai mercati finanziari si e' trasmesso al sistema bancario che, ai suoi debitori, a chi ha scoperti e fidi, ha gia' chiesto l' adeguamento dei tassi: circa 2 mila miliardi. L' ultimo buco riguarda il fisco. Le statistiche dei primi 9 mesi dicono che le entrate tributarie sono scese di 11.721 miliardi rispetto a quanto l' erario aveva incassato nell' analogo periodo del 1993. Una somma, anche questa, che da qualche altra parte dovra' essere recuperata e che, per ironia della sorte, e' proprio uguale a quella che, secondo i programmi di governo, dovrebbe venire come maggiore entrata nel 1995 dal nuovo concordato fiscale. Un sistema, accusano importanti economisti ed esperti, che invece sarebbe proprio all' origine del buco: ha dato ai contribuenti l' impressione che, in fondo, le tasse si possono anche non pagare perche' alla fine un accomodamento col fisco si trovera'.

  10. #10
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    Dopo la caduta - le pagelle dei ministri del governo Berlusconi I.

    Dichiarazione di Ciampi: "Erano dilettanti allo sbaraglio"

    Il Mondo, lunedi , 02 gennaio 1995
    GOVERNO

    Governo Berlusconi. le pagelle degli ex ministri
    Sono tutti bocciati



    Rizzo Sergio
    Romita Stefano

    Sisto Alberto

    "Abbiamo visto una classe dirigente molto mediocre, un parlamento con un tasso d' intelligenza bassissimo e una compagine di ministri tra le piu' deboli della storia". Quella che Beniamino Andreatta, presidente dei deputati popolari, consegna al "Mondo", e' una stroncatura senza appello del governo di Silvio Berlusconi.Un' esperienza che l' ex ministro degli Esteri del governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi liquida addirittura con sarcasmo: "Erano dilettanti allo sbaraglio". Ma nelle ultime ore del loro mandato i ministri del governo Berlusconi non si sono mostrati poi cosi' dilettanti.Hanno seguito, infatti, e senza troppe remore, lo sperimentato copione dell' infornata di nomine in zona Cesarini.Un classico della vituperata prima repubblica, che ha mandato in orbita un personaggio del calibro diGuido Salerno, vicesegretario generale di palazzo Chigi, ex funzionario del Senato, che aveva sfiorato, alle ultime elezioni politiche, la candidatura nelle liste di Forza Italia. Il ministro delle Poste, GiuseppeTatarella, l' ha designato a sorpresa al posto di segretario generale delle Poste che occupava Stefano Parisi, ceduto in prestito per la messa a punto della legge finanziaria alla presidenza del consiglio. Tatarella non ha mai sopportato Parisi e ha approfittato dell' occasione per togliersi l' ultimo sassolino dalla scarpa. Senza incontrare alcuna resistenza.Ma neppure il ministro del Lavoro, Clemente Mastella, ha saputo resistere alla tentazione.E lui, che e' stato democristiano, si e' fatto addirittura prendere la mano.Cosi' ha nominato l' ex direttore delle relazioni esterne dell' Inps, Roberto Urbani, direttore generale dell' Inail, l' ex deputato socialista Mauro Seppia alla presidenza dell' Inpdap, l' ex presidente, democristiano anch' egli, della commissione lavoro della Camera, Vincenzo Mancini alla presidenza del collegio sindacale dell' Inps e Maria Novella Bettini alla presidenza dell' Isfol. Ma non e' stato l' unico a dare il cattivo esempio: "Non ho mai visto niente del genere", ha commentato un alto funzionario dello stato dopo l' incredibile valanga di promozioni dei dirigenti pubblici che poco prima delle dimissioni di Berlusconi ha travolto ogni argine e lasciando forse l' unica vera impronta concreta del governo guidato dal proprietario della Fininvest in sette mesi di Il bilancio che "il Mondo" ha fatto, assegnando una valutazione sintetica al lavoro dei singoli ministri che hanno avuto un peso sulle scelte economiche (da un minimo di una a un massimo di cinque stelle) non e' affatto esaltante sia per la quantita' sia per la qualita' degli atti di governo. "E' stata una destra che ha avuto paura di fare la destra", commenta Andreatta, "con i sindacati non hanno fatto ne' una politica di attacco ne' una politica di accordo.Potevano toccarli nel portafoglio e non l' hanno fatto.Potevano fare una finanziaria di destra e non l' hanno fatto.E non si sono neanche fidati delle persone che avevano intorno, delle strutture dei ministeri.Hanno pensato che fossero troppo politicizzate, pero' spesso quelle strutture ti evitano di fare figuracce". Questo e' il pensiero di un rappresentante dell' opposizione. Ma le critiche feroci all' azione del governo non sono mancate neppure negli stessi partiti della maggioranza che lo sosteneva.Ne sa qualcosa il vicepresidente del consiglio Tatarella. Chiamato a render conto insieme al coordinatore di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, dei sette mesi passati al fianco di Berlusconi, e' stato vivacemente contestato. Tra i suoi detrattori, Teodoro Buontempo. "Ha pensato solo agli affari suoi e si e' fatto anche negare in piu' occasioni.Crede di essere intelligente invece e' soltanto furbo", e' il tagliente commento del deputato di An. "Er pecora", come da tutti e' conosciuto, ha perso le staffe perche' al ministero non hanno voluto ascoltare le ragioni di un suo protetto a cui era stata oscurata una piccola televisione privata. Buontempo ha affrontato in pieno Transatlantico di Montecitorio il segretario di T atarella,Italo Bocchino. Lo ha preso per il bavero e gli ha fatto una lavata di capo.Questioni di bottega.Ma che proprio per questo la dicono lunga sulle ragioni che hanno prodotto un' incredibile catena di fallimenti. Da cui non si e' salvato proprio nessuno. Le privatizzazioni, che dovevano essere uno dei punti qualificanti dell' azione di Berlusconi, si sono arenate subito. "Sulle privatizzazioni", dice Andreatta, "sono stati nulli.Avrebbero potuto privatizzare la distribuzione dell' acqua e incassare 60 mila miliardi.Avrebbero potuto liberalizzare le telecomunicazioni anziche' continuare a difendere il monopolio della Stet e si sarebbero racimolati altri 40 mila miliardi".Il comitato per le privatizzazioni istituito da Ciampi e presieduto dal direttore generale del Tesoro Mario Draghi e' stato praticamente congelato. Il gruppo di sostegno del presidente del consiglio per le cessioni delle aziende pubbliche e' stato addirittura ignorato per mesi.Per evidenti contrasti interni il governo non e' stato in grado di costituire le authority delle telecomunicazioni e dell' energia, fondamentali per la privatizzazione dell' Enel e della Stet.Il ministro dell' Industria, Vito Gnutti, aveva predisposto un progetto per dividere in tre parti l' ente elettrico.Che e' stato contestato da An e dall' Enel ed e' rimasto senza riscontri. La previdenza integrativa, che dovrebbe un sistema previdenziale pubblico allo sfascio, e' bloccata.La riforma e' stata rimandata alle calende greche. Ma e' niente in confronto al fallimento sostanziale della legge finanziaria per il 1995, messa a punto dal ministro del Tesoro Lamberto Dini con la collaborazione di quello del Bilancio Giancarlo Pagliarini. Lo stralcio della riforma delle pensioni, deciso dopo che il governo ha perso il braccio di ferro con i sindacati, ha completamente snaturato la manovra di bilancio al punto che, ancora prima della sua approvazione, si e' data per scontata l' esigenza di una manovra bis in primavera.E il provvedimento ha affrontato l' esame del parlamento in un clima gia' avvelenato.In questo modo cio' che rimaneva della finaziaria e' stato fatto letteralmente a brandelli dagli emendamenti dell' opposizione e della maggioranza.Un disastro che non ha certo migliorato una situazione economica generale gia' tesa. Il 1994 si e' chiuso con un tasso d' inflazione del 4%, ben piu' alto rispetto a quel 3,5% indicato nella relazione previsionale e programmatica e nel documento di programmazione finanziaria del governo.La lira ha toccato i minimi storici nei confronti del marco tedesco. Dalle elezioni di marzo i tassi sui titoli di stato sono progressivamente saliti, vanificando gran parte dei tagli alle spese dello stato.La fuga dei capitali e' proseguita senza soste. Tuttavia, anche nelle iniziative isolate i singoli ministri hanno raccolto piu' critiche che risultati. Il ministro dei Trasporti, Publio Fiori, si e' distinto soprattutto per l' ostinato tentativo di impedire il passaggio della Banca nazionale delle comunicazioni (di proprieta' delle Ferrovie dello stato) al San Paolo di Torino.Una battaglia che gli ha fatto perdere molto tempo e che alla fine l' ha visto soccombere. Il ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, forse il piu' attivo di tutti, passera' alla storia soltanto per il condono fiscale.E i maligni lo ricorderanno per la nomina del suo capo di gabinetto, Carlo Zucchelli, al prestigioso posto di segretario generale del ministero delle Finanze. Ministro di un governo che aveva promesso la diminuzione delle imposte, ha dovuto rassegnarsi, durante l' ultima riunione a palazzo Chigi, a proporre l' aumento del 6% del bollo per le auto per poter abolire la tassa su auto e moto di lusso: distribuendo cosi' su tutto il popolo degli automobilisti un tributo che gravava fino a oggi solo su quelli che si presumevano piu' ricchi. Tatarella si e' distinto nell' azzeramento del vecchio consiglio di amministrazione della Rai, assumendo la responsabilita' materiale dell' operazione forse piu' impopolare del gov erno Berlusconi. E il ministro delle Poste leghera' il proprio nome anche alla firma della concessione dei telefonini al consorzio Omnitel-ProntoItalia guidato dalla Olivetti di Carlo De Benedetti, che e' stata al centro di una polemica vivacissima con il gestore pubblico Telecom Italia.Per il resto, ha solo bloccato gli atti della precedente amministrazione, stoppando il regolamento del ministero, e non ha dato via libera ai contratti di servizio con Rai, Ente Poste e Telecom Italia. Per rilanciare le grandi opere, neppure il ministro dei Lavori pubbliciRoberto Radice puo' ritenersi soddisfatto.La legge Merloni e' tuttora bloccata per sua volonta'.E la legge che la dovrebbe sostituire non e' stata neppure messa all' ordine del giorno dei lavori della Camera.Dulcis in fundo, la trasformazione in ente pubblico dell' Anas e' finita nel dimenticatoio.Unico elemento all' attivo: il condono edilizio e le continue incertezze sui termini per il suo pagamento. Appena piu' produttiva e' stata giudicata al ministero della Funzione pubblica l' esperienza di Giuliano Urbani. "Ha cominciato male ma si e' ripreso durante la corsa", e' il giudizio del segretario generale degli statali della Cisl,Maurino Ledda.Pero' Urbani non e' riuscito a rendere operativa la mobilita' nel pubblico impiego e ad avviare la riforma dei ministeri a cui aveva gia' pensato il suo predecessore Sabino Cassese.Tuttavia Tiziano Treu, presidente dell' Aran, lo difende: "Non si puo' imputare tutto a Urbani.Cassese aveva messo troppa carne al fuoco".Il ministro del Commercio estero,Giorgio Bernini, ha fatto parlare poco di se'.E' stato sorpreso dalla crisi di governo in mezzo al guado. Dopo aver commissariato l' Ice, raccogliendo unanimi consensi, non e' riuscito a completare il lavoro: fare la riforma di tutto il sostegno all' export italiano. Ma in questo frangente si e' trovato in buona compagnia.Nemmeno il ministro del Tesoro e' riuscito a condurre in porto la riforma della Sace, che era un' ambizione dei due precedenti governi.Ma Dini era concentrato su altre cose.L' introduzione del voto di lista per tutelare i piccoli azionisti delle imprese da privatizzare.Le regole per le dismissioni delle partecipazioni bancarie da parte delle fondazioni.E la nomina del direttore generale della Banca d' Italia: il posto che lui stesso aveva lasciato vuoto.Dini ha combattuto come un leone per farvi sedere sopra il direttore generale dell' Imi Rainer Masera.Ma soprattutto per impedire che lo conquistasse Tommaso Padoa Schioppa, considerato troppo amico di Ciampi. E' finita con la nomina di Vincenzo Desario.E il rischio di una gravissima crisi istituzionale. Molte critiche ha raccolto pure il ministro degli Esteri, Antonio Martino.La mancata soluzione del contenzioso con la Slovenia ha avuto pesanti ripercussioni e potrebbe avere conseguenze imprevedibili sull' allargamento a Est dell' Unione europea. C' e' chi sostiene che la nomenclatura dei diplomatici, legata ai vecchi apparati di potere, l' abbia volutamente distratto organizzandogli una raffica di missioni all' estero: 33 in soli sette mesi.Lui ha concluso invece con una raffica di nomine: nove ambasciatori. E le nomine sono state anche l' ultimo acuto di Mastella, il quale almeno pero' ha incassato durante il suo mandato un risultato politico: l' accordo con i sindacati sulla riforma del sistema previdenziale, che ha ridotto a un colabrodo la legge finanziaria. Dei suoi sette mesi al ministero del Lavoro forse non restera' altro.

 

 
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