Visioni di un pubblico ministero.
L’occasione è solenne, la celebrazione del decennale della strage di capaci, alla facoltà di lettere dell’università di Palermo. Luca Tescaroli, pm che fu spedito dieci anni fa a Caltanisetta dove ha indagato sulla morte di Falcone e ha pronunciato la requisitoria al processo d’appello e contemporaneamente indagato sui “mandanti esterni”, vale a dire Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, ha parlato chiaro e in pubblico:”Le indagini su Capaci sono state rallentate e condizionate, così come falcone venne fermato nel 1987”. E ha aggiunto: “Allora come oggi il gioco grande del potere non può consentirsi la verità, ma non è accettabile che sulle stragi di capaci e di via D’Amelio cada un velo di mistero”.
Ad ascoltare il fior fiore dei professionisti dell’anti-mafia, dall’ex procuratore G. C. Caselli ai pm Lo Forte, Scarpinato, Ingoia, Imbergamo, Di Matteo, almerighi e Russo.
Nessuno dei presenti ha chiesto a Tescaroli di rivelare chi è stato a fermarlo, chi ha rallentato e ha condizionato le indagini, ma tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito hanno mostrato di essere d’accordo con lui e di sapere già di che si tratta.
Scarpinati, il pm che ha gestito (e perso) il processo a Giulio Andreotti ha puntato il dito contro “i mandanti in doppiopetto che restano sempre fuori dalla scena”: “Da sempre”, ha detto, “ il potere reale è osceno perché vive e si esercita fuori delle scene, dove c’è solo la rappresentazione delle maschere del potere, dei suoi riti. Sulle scene dei processi finiscono solo gli esecutori materiali e se qualcuno tenta a volte di portare sulla scena il potere, accade che improvvisamente su quella scena principale cade l’oscurità e mille riflettori si accendono su chi osa indagare sul potere, mettendo lui in scena come artefice del male”. E ha concluso paragonando l’Italia al Cile e all’Argentina dove “non è possibile processare Pinochet o Videla: una società che non ha la maturità democratica di fare i conti con il proprio passato è condannata a subire il ritorno dei fascismi e delle mafie”.
E Franca Imbergamo ha preannunciato altre rovine:”Tra qualche tempo parlerete di me come di una grande in sabbiatrice, perché sto scrivendo eccellenti richieste di archiviazioni”.
Caselli, che ancora non ha capito come e perché ha perso il processo ad Andreotti e anche tutti i processi agli esponenti politici, ha rivendicato la validità del suo “metodo di lavoro”, respingendo le critiche “dei servi, degli ipocriti, dei voltagabbana” che si permettono di contrapporgli il “metodo Falcone”: “Anche il nostro metodo ha prodotto 251 ergastoli”.
A tutti costoro ha risposto un altro indiscusso collaboratore e amico di Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello. Ora deputato europeo di Rifondazione comunista: “Con Falcone avevamo una grande e completa conoscenza della città. Chi è venuto dopo di lui non sapeva nulla. Falcone sapeva che i pentiti restano criminali e lui li utilizzava bene, erano le sue fonti. Le fonti servono per sviluppare le indagini, ne portavamo ai processi i risultati. Quando Pellegritti disse che Piersanti Mattarella era stato ucciso per ordine di Salvo Lima, Falcone capì subito di avere davanti un calunniatore. Fece bene a procedere contro. Dopo le stragi il suo metodo si è dissolto. Dopo le stragi hanno fatto i processi con i pentiti palesemente falsi o palesemente inconsistenti. Al processo contro Andreotti è stato esibito anche un tale perché riferisse di aver sentito dire che il senatore era stato “panciuto”. Questo voler fare “appattare”, far combaciare tutto ha contribuito a minare la credibilità del processo…”.
E a Tescaroli, particolarmente, Di Lello ha ricordato che:”Dire di ‘mandanti a volto coperto’ è distruttivo. Questo continuo alludere è stato distruttivo, un modo furbo di cavalcare la tigre, politicamente scorretto. Può pensarlo e dirlo l’uomo della strada, non il procuratore della Repubblica. Se lo dice all’esterno, deve poi anche dire qualcosa di più. Se non aggiunge altyro, genera solo sconforto e sfiducia”.
Per favore, dottor Tescaroli, ascolti Di Lello: ci dica qualcosa di più..
Tratto dall’articolo di Lino Jannuzzi su Panorama