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Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Torture a Marwan Barghouti, membro del Consiglio legislativo palestinese

    www.carta.org - 24.05.2002 1738




    Questa mattina, Khader Shkirat, direttore Generale di Law, e Hassan Jabareen, direttore generale di Adalah, hanno fatto visita a Marwan Barghouti, membro del Consiglio legislativo palestinese, arrestato il 13 aprile scorso a Ramallah e detenuto presso il centro per gli interrogatori e la detenzione Russian Compound ('Moscowbiya') di Gerusalemme.

    Ieri Marwan Barghouti è stato ricoverato al centro clinico del carcere. Soffre di dolori alla schiena e alle mani, a causa di una posizione forzata in cui è stato tenuto. È rimasto ammanettato con mani e gambe a una piccola sedia, costretto a piegarsi in avanti, in modo tale da non poter stare in una posizione stabile. A causa dei chiodi sporgenti dalla sedia su cui è stato costretto per ore, la sua schiena sanguina. Questa posizione forzata, nota come shabeh, è il metodo più comune di sopruso fisico applicato dal Servizio di sicurezza israeliano 'Shin Bet'.
    Barghouti è tenuto in isolamento e privato del sonno per venti ore al giorno, da quando è stato trasferito al Russian Compound. Come la costrizione di una posizione, anche la deprivazione del sonno è una tattica comune usata dai servizi di sicurezza israeliani, che mina la concentrazione del detenuto e l'autocontrollo.

    Israele è firmatario di una convenzione di base per i diritti umani, riguardo alla tortura e ai maltrattamenti, la Convenzione Internazionale per i diritti civili e politici (articolo 7), e Convenzione contro la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani e degradanti o punizioni.
    Israele è per questo legalmente vincolato da questi divieti.
    La legge israeliana proibisce la tortura e l'introduzione, nelle prove, di confessioni estorte, e sancisce che i pubblici ufficiali che usano o ordinano l'uso della forza per estorcere la confessione di un reato o informazioni relative a un reato sono passibili di incarcerazione.
    Coloro che interrogano Bargouthi lo hanno minacciato, dicendogli che suo figlio era detenuto ad Ashkelon e che stavano per ucciderlo. Lo hanno minacciato anche con non meglio specificati soprusi, dicendogli che avrebbero usato una nuova strategia per ucciderlo politicamente e fisicamente. Gli hanno detto che la sua confessione era una decisone del primo ministro, che avrebbero fatto ulteriori pressioni su di lui e lo avrebbero fatto apparire come un terrorista.

    Le minacce contro i prigionieri palestinesi sono una routine. Sono praticate con apparente impunità, nonostante la natura illegale. La legge israeliana proibisce rigidamente l'uso di minacce negli interrogatori.
    Domenica 19 maggio 2002, la corte militare nell'insediamento illegale di Beit El, ha prolungato di venti giorni la detenzione di Barghouti.
    Barghouti è stato arrestato a Ramallah dalle forze d'occupazione israeliane il 13 aprile 2002 e tenuto nel centro per interrogatori e detenzione al Russian Compound ('Moscowbiya'). Da allora, Barghouti è stato interrogato dai Servizi di sicurezza israeliani dello 'Shin Bet'.
    Alla luce di quanto detto sopra, Law fa appello per l'immediato rilascio di Marwan Barghouti e richiede un intervento internazionale immediato per salvaguardarlo da ulteriori abusi fisici e psicologici.
    Barghouti è un membro eletto del Consiglio legislativo palestinese e gode dell'immunità parlamentare.
    I metodi utilizzati dal servizio di sicurezza generale israeliano, durante gli interrogatori di Barghouti, costituiscono metodo di tortura e maltrattamento.
    Law fa appello affinché si ponga fine all'uso sistematico della tortura e dei maltrattamenti.

    21 Maggio 2002
    LAW - The Palestinian Society for the Protection of Human Rights and the
    Environment,
    PO Box 20873, Jerusalem
    Tel: +972-2-5833530
    Fax: +972-2-5833317
    email: law@lawsociety.org,
    www.lawsociety.org

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  2. #2
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Marwan Barghouti: "Fuorilegge è Sharon"

    Intervista a Marwan Barghuti, leader dell'Intifada e segretario di Al-Fatah in Cisgiordania. "Condanniamo le uccisioni di civili israeliani, ma quello che l'esercito di Israele ha fatto e sta facendo contro di noi, non è forse terrorismo? Sharon sbaglia se crede di poter piegare i palestinesi mettendoci fuorilegge, usando la forza del suo potente esercito o pensando di uccidere il presidente Arafat".

    MICHELE GIORGIO - RAMALLAH

    Una folla di palestinesi ieri mattina ha subito raggiunto il "Muqata", il quartiere generale di Yasser Arafat e dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), a Ramallah, non appena si è diffusa la notizia dell'attacco degli elicotteri israeliani. Mentre le sirene delle ambulanze rompevano il silenzio di Ramallah, semideserta dopo l'avvio della campagna militare israeliana. Tra i tanti presenti c'è Marwan Barghuti, Segretario di Al-Fatah in Cisgiordania, accusato da Israele di fomentare la rivolta popolare dell'Intifada e sfuggito la scorsa estate a un tentativo di assassinio da parte di elicotteri israeliani. Nonostante il momento, gli occhi stanchi e la voce roca, Barghuti appare tranquillo. E' convinto che il popolo palestinese saprà affrontare l'offensiva militare israeliana. Lo abbiamo intervistato ieri nei pressi del "Muqata" da poco bombardato dai missili israeliani, in un clima di fortissima tensione.

    Barghuti, quella in corso è un'offensiva militare ad ampio raggio. Il premier israeliano Ariel Sharon ha ripetutamente fatto colpire gli uffici del presidente Yasser Arafat. Qual è a suo avviso l'obiettivo di questa campagna militare. Costringere, come sostiene pubblicamente Sharon, l'Anp a fermare chi commette attentati, oppure i bombardamenti intendono in realtà provocare il crollo della leadership palestinese?

    Stiamo assistendo al terrorismo di stato. Sharon denuncia gli atti di terrorismo contro i civili israeliani. Ma quello che l'esercito di Israele sta facendo contro di noi, non è forse terrorismo? Sotto le bombe cadono uccisi o feriti anche bambini e donne che sono innocenti. Sharon inoltre sbaglia se crede di poter piegare i palestinesi usando la forza del suo potente esercito o pensando di uccidere il presidente Yasser Arafat. Questo conflitto finirà soltanto quando i soldati israeliani lasceranno Cisgiordania e Gaza e nascerà uno Stato palestinese indipendente. Le bombe non spegneranno l'Intifada, la morte non spaventa la nostra gente che ha sofferto tanto e saprà resistere. La rivolta continuerà sino a quando i soldati e i coloni israeliani non lasceranno i territori del nostro futuro Stato indipendente. Di questo Sharon può essere certo.

    L'Anp tuttavia viene accusata di non aver voluto o saputo fermare gli attentatori suicidi diretti in Israele. Ora gli Stati Uniti e l'Europa si sono schierati dalla parte di Sharon legittimando la linea del pugno di ferro scelta dal premier israeliano. Cosa pensate di fare in una situazione così difficile?

    Il problema reale è che la nostra gente è sempre più frustrata, delusa, spesso non ha da mangiare a causa dell'occupazione e del blocco israeliano delle aree autonome. Soprattutto non è libera, vuole lo Stato indipendente, ma Israele da un lato si dice favorevole e dall'altro propone uno Stato che non è uno stato ma una entità che è come una riserva indiana in cui dovranno vivere i palestinesi. Tutto ciò sta spingendo sempre più persone a partecipare alla lotta armata contro Israele e anche a commettere attentati. Sono contrario ad attacchi contro civili ma non mi stancherò mai di ripetere che l'occupazione militare dei territori palestinesi genera rabbia, desiderio di vendetta. Bisogna agire in fretta. Ponendo fine all'occupazione militare e alla politica razzista di Sharon, i palestinesi riusciranno a vedere di nuovo la luce alla fine del tunnel. Ma con Sharon al potere dubito che israeliani e palestinesi possano ritrovare la strada dell'accordo.

    Lei approva gli arresti di attivisti islamici effettuati nelle ultime ore dall'Autorità nazionale palestinese su ordine del presidente Arafat? Anche in queste ore abbiamo sentito di appelli all'unità nazionale ma quanta credibilità ha questa formula mentre gli attivisti di una parte vengono arrestati?

    Non credo che gli arresti e la repressione siano il rimedio giusto al problema degli attentati. Il presidente Arafat ha preso due giorni fa una decisione importante sottolineando la priorità degli interessi nazionali palestinesi. Credo che il presidente debba convocare un incontro con tutte le forze politiche palestinesi per spiegare la difficoltà enorme che il nostro popolo sta affrontando. Spiegare e persuadere è una strada migliore rispetto agli arresti, spesso indiscriminati, che provocano tensione nella società palestinese.

    Il governo Sharon la scorsa notte (lunedì notte, ndr) ha proclamato l'Anp "forza di sostegno" al terrorismo e fuorilegge sono stati messi anche il gruppo "tanzim", vicino ad Al-Fatah, e "Forza 17" la guardia presidenziale. Che effetti avrà questa decisione del governo israeliano su queste organizzazioni?

    Cosa potrà cambiare per tutti noi!? Da oltre un anno siamo bersaglio degli attacchi israeliani, la politica di assassinio non ha mai avuto soste, siamo chiusi dentro città che sono diventate enormi prigioni. Molti di noi affrontano la morte tutti i giorni. Cosa potrebbe esserci di diverso dopo questa decisione? Le nostre possibilità sono soltanto due: l'Intifada oppure un processo di pace sincero fondato sulla giustizia che ponga fine all'occupazione israeliana.

    da "il manifesto"
    http://www.ilmanifesto.it

  3. #3
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Parla Marwan Barghouti, leader di Al Fatah

    Anche l'America ci vuole colpire

    PIETRO VERONESE

    RAMALLAH -- Marwan Barghouti non ha dubbi: «Sharon vuole fare fuori Arafat. Rovesciarlo. Ha avuto via libera dagli americani. Penso che la decisione sia ormai presa. Tutte le sue mosse puntano a questo risultato strategico».
    Ieri, nella piazza centrale di Ramallah, Marwan Barghouti non si è fatto vedere. Eppure è sempre lui a parlare alla folla quando finisce la manifestazione di ogni venerdì mattina, all'uscita dalla preghiera nelle moschee. Non per niente è uno dei leader più popolari tra i palestinesi, considerato il vero capo dell'Intifada -- è infatti il numero uno di Al Fatah in Cisgiordania e dei Tanzim, l'organizzazione paramilitare del partito di Arafat. Ma ieri è rimasto a casa. A manifestare c'erano soltanto Hamas e il Fronte popolare, cioè le forze più estremiste del campo palestinese (Hamas ha rivendicato l'ondata di attentati suicidi che hanno ucciso 25 israeliani nello scorso fine settimana). E gli slogan, più che contro Israele, erano contro l'ondata di arresti compiuta negli ultimi tre giorni dai poliziotti dell'Autorità palestinese.

    Perché non è andato alla manifestazione?

    «E' stata una richiesta del presidente Arafat, per evitare di accrescere il clima di tensione tra i palestinesi. Vede, la situazione è difficilissima e noi vogliamo aiutare il nostro rais».

    Che cosa rende la situazione più difficile del solito?

    «Due fattori. Il primo è quello che le ho detto prima: Israele ha deciso di togliere di mezzo Arafat. Secondo, l'Autorità palestinese sta subendo una pressione fortissima anche da parte della comunità internazionale, che le chiede di mettere sotto controllo gli attentatori suicidi. Arafat sta cercando di far fronte, ma non è facile. Non è facile arrestare i 36 sospetti di cui Israele chiede la testa, mentre bombarda le nostre stazioni di polizia. E non è nemmeno giusto accusarci di terrorismo quando siamo ancora senza uno Stato e sotto occupazione. E' l'occupazione israeliana la vera fabbrica di attentatori suicidi. Per questo capiamo le difficoltà nelle quali si dibatte Arafat e cerchiamo di aiutarlo».

    Lei considera dunque giustificati gli arresti compiuti negli ultimi giorni dall'Autorità palestinese, si parla di 150 persone?

    «No. Li capiamo, ma non li accettiamo. La repressione non risolve i problemi, non ha mai risolto niente. L'unica via è quella del dialogo politico. Bisogna chiedere a Hamas e alla Jihad islamica di cessare gli attentati. Con la forza non lo otterremo: dobbiamo convincerli. Guardi che cosa ha fatto Sharon: ha rafforzato il blocco del Territori, ha moltiplicato gli arresti, gli assassinii dei capi di Hamas e del Fronte popolare. Ma non è riuscito a impedire agli attentatori suicidi di colpire nuovamente all'interno di Israele, a Gerusalemme, a Haifa».

    I militanti di Hamas accusano Arafat di voler soffocare l'Intifada. Lei che ne pensa?

    «L'Intifada non è affatto finita, deve continuare. Ma è una lotta contro l'occupazione, dunque si deve svolgere nei territori occupati, non in Israele. Gli attacchi all'interno di Israele sono un grave danno all'interesse nazionale dei palestinesi».

    Eppure anche l'organizzazione che lei guida, i Tanzim, è stata dichiarata terrorista dal governo d'Israele.

    «Lo dicono di noi, di Al Fatah, dell'Autorità palestinese... Forse considerano terroristi tutti noi palestinesi».


    Repubblica 8 dicembre 2001

  4. #4
    Roderigo
    Ospite

    Predefinito Per Barghouti

    Si moltiplicano gli appelli per il rilascio immediato del leader palestinese
    Una vita in lotta Catturato in aprile dagli israeliani, Marwan Barghouti è stato più volte detenuto nello stato ebraico e ha passato 7 anni in esilio in Giordania


    Che fine ha fatto Marwan Barghouti? Membro del consiglio legislativo palestinese e leader di spicco della seconda Intifada, Barghouti è stato arrestato a Ramallah il 15 aprile scorso dalle forze israeliane. Da allora le sue tracce sono difficili da seguire: solo si sa che è passato di prigione in prigione subendo torture di vario tipo. In questi giorni, a poco più di un mese dalla cattura, diverse voci stanno cominciando a levarsi per richiederne l'immediato rilascio. Il «Comitato per la liberazione di Marwan Barghouti» ha lanciato la settimana scorsa una campagna internazionale di sensibilizzazione con lo scopo dichiarato di «mettere insieme tutti gli sforzi, a livello locale, regionale e internazionale per ottenere il rilascio di Barghouti e degli altri prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri e nei campi di detenzione israeliane». Una campagna che ha trovato un'eco immediata tra le donne palestinesi che, in un comunicato di giovedì scorso, sottolineavano il ruolo di primo piano di Barghouti nel sostenere i diritti delle donne all'interno della società palestinese. E chiedevano «un'azione di solidarietà internazionale per porre fine al trattamento disumano che sta subendo».

    Quella di Barghouti è una vita spesa a sostegno della lotta per la liberazione del suo popolo: nato nel 1959 vicino Ramallah, ha cominciato giovanissimo ad occuparsi di politica e ha conosciuto a più riprese la realtà delle carceri israeliane, della tortura e anche dell'esilio (è rimasto in Giordania dal 1987 al 1994). Allo scoppio dell'Intifada di Al Aqsa, nel settembre 2000, ha assunto la guida della rivolta in Cisgiordania, adattando la sua esistenza a quella di un animale braccato: nonostante cambiasse dimora ogni giorno, due volte è sfuggito di un soffio ad altrettanti «assassini mirati» da parte delle forze israeliane. La società civile palestinese e internazionale si sta quindi mobilitando perché non sia messa a tacere la sua lotta. Una lotta basata su un principio ben preciso, che il leader palestinese ha più volte reiterato: quello secondo cui «Israele deve abbandonare il mito che è possibile avere la pace con l'occupazione, che sia possibile una convivenza pacifica tra lo schiavo e il padrone».

    il manifesto 28 maggio 2002
    http://www.ilmanifesto.it

 

 

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