Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
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    Predefinito "raikinas", Giornale Del Fruntene Antimperialista De Liberatzione Natzionale Sardu

    Muros 26/05/2002

    E' uscito "RAIKINAS", GIORNALE DEL FRUNTENE ANTIMPERIALISTA DE LIBERATZIONE NATZIONALE SARDU; PER INFORMAZIONI O COPIE SCRIVERE ANCHE A :

    sardigna.libertade@libero.it


    "TORRA A S'IMPOSTU SARDA SENTINELLA"


    Collettivu "Comunitarismu e Indipendentzia" - F.A.L.N.

    Pro s'Irde Sardinja Libera et Ruja
    fintzas a sa binchida, semper!
    "Victoria o Muerte!"

  2. #2
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    si torru gràtzias po custa noa bona meda!!!
    podeis innoi puru scriri unus cantu 'e artìculus?

    grazie mille per la preziosa informazione!
    potete postare qualche articolo?

    indipendèntzia

  3. #3
    ghost dog
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    Tratti dalla rivista "RAIKINAS" pubblichiamo in questo tread alcuni stralci dei documenti a cura del Collettivu Comunitarismu e Indipendentzia; seguono, un documento a cura de sos "COMUNISTAS SARDOS" e uno stralcio di uno dei documenti di COSTANTINO CAVALLERI.

    KERIMUS INDIPENDENTISTAS , COMUNISTAS, ANARKIKOS, UNIDOS FINTZAS A BINKERE, COMO ET SEMPER!
    KERIMUS SU PUPULU SARDU UNIDU FINTZAS A SA BINCHIDA!

    INDIPENDENTZIA PRO S'IRDE SARDIGNA LIBERA ET RUJA!

    "TORRA A S'IMPOSTU SARDA SENTINELLA, COMO GHERRA!"

    -------------------------------------------

    COMUNITARISMU E INDIPENDENTZIA (TRATTO DA "RAIKINAS")

    "....Dunque, perché “Comunitarismu”?
    Sardigna è non solo una terra, una nazione fisica,(i paesi, i campi, i boschi e i mari per cui lottiamo) ma è anche e soprattutto una Cultura, una civiltà, ovvero una storia che ci parla di una via ai rapporti sociali impostata, fin dalle epoche più remote, sui binari della collettività e di un forte senso di solidarietà comunitaria.
    “Comunitarismu” è ,se vogliamo, la dinamicizzazione politica e terminologica di una realtà che ha sempre posto in primo piano i rapporti tra gli individui come rapporti tra persone libere ed eguali, nel quadro di partecipate comunità umane(nuclei abitativi) autonome e comunque legate dalla condivisione pacifica delle medesime risorse, della medesima terra appunto.
    E’ quello che fa dipingere nitidamente a personaggi dello spessore di un Lilliu o di Sanna e Atzori, a riguardo delle “città” nuragiche, la fisionomia di forme praticamente “federali o confederali” di insediamenti all’interno dei quali gli aspetti comuni (cioè comunitari), erano determinanti. Quasi dunque “Città-Stato” “pre-classiche” tra loro legate da rapporti che vedevano comunque l’autonomia di ogni comunità rivestire un ruolo fondamentale.
    E’ quello che fa parlare al Carta Raspi di una “esemplare democrazia primitiva”: “(…)tutta la Sardegna era allora nel suo ordinamento politico-sociale come un’immensa piramide, alla cui base erano gli ottomila nuraghi, al vertice lo stato federale retto dalle assemblee dei capi tribù(…)”(“Storia della Sardegna”,p.78,, R.Carta Raspi, Mursia, 1971).
    Un comunitarismu “antico” quindi, come ben esemplificato da pensatori del calibro di Spiga, Masala e Cherchi;
    Ma soprattutto un comunitarismu dalla duplice valenza: da una parte una radicata e antica consuetudine comunitaria nello svolgimento della vita sociale dei nuclei abitativi del territorio; dall’altra una conseguente e tenace lotta resistenziale condotta dagli indigeni per difendere tale patrimonio di socialità e di cultura: patrimonio esistenziale diremmo, e diciamo, noi. Resistenza dinnanzi alla violenza “barbara”(questa si) di quegli invasori “civili” che da sempre sono stati mossi da un “civile” istinto di dominazione, del tutto sconosciuto ad un Popolo come quello sardo, pure guerriero per antonomasia: pensiamo agli Shardana, uno dei leggendari e temutissimi “popoli del mare”.
    Ed è forse questo spirito resistenziale che faceva dire ad un David Herbert Lawrence, autore dell' “Amante di Lady Chatterley” :

    "La Sardegna, che non assomiglia ad alcun luogo.(…)Affermano che né romani ne fenici ne greci ne arabi la conquistarono mai. E c'è ancora una Sardegna non conquistata. E' dentro la rete della civiltà europea, ma non è stata ancora tirata in secco.”

    Comunitarismu: rete delle forme popolari di gestione collettiva della “cosa pubblica” dunque, che in una realtà rurale come la nostra non poteva che riguardare essenzialmente la “cosa” più “pubblica” per il nostro Popolo: la terra.
    Terra patrimonio della comunità, terra gestita,condivisa da tutti coloro che della comunità facevano parte, e questo fin dai tempi più remoti: allorquando per un bene così essenziale e necessario alla vita di un essere umano, i nostri padri non riuscivano nemmeno a concepire una “privazione” a beneficio di pochi e a danno di molti, ovvero ciò che oggi chiameremmo proprietà o “privatizzazione”.
    Una gestione collettiva della terra,per coltivazione e pascolo, che perdura nel tempo grazie ad una resistenza popolare, comunitaria appunto, capace di rifiutare l’assimilazione di modelli sociali d’importazione, sempre basati per altro su una estranea e quanto mai violenta logica di sopraffazione dell’uomo sull’uomo.
    E’ ciò che viene conosciuto come gestione collettiva dei pascoli....."


    "(...)Più semplicemente esistiamo per affermare l’inscindibilità della Lotta di Liberazione Nazionale dalla Lotta di Liberazione Sociale, che è lotta di classe contro l’oppressore coloniale ed i suoi servi, le sue “guide indiane”!
    Abbiamo tra l’altro degli omologhi in europa: parliamo dei compagni baschi della corrente “comunitarista” di Batasuna, i quali basano la loro azione indipendentista sulla struttura portante di una visione politica che loro stessi definiscono “socialista-identitaria”: a dimostrazione non della esportabilità di un metodo di ricerca, ma della autenticità di determinate tensioni e di specifiche esigenze politiche che contraddistinguono un popolo in cammino verso se stesso, cioè verso la sua piena libertà.
    La liberazione nazionale de sa Sardigna dunque per noi, sulla base di quanto detto, riprende il filone da troppo tempo interrotto di una lotta popolare mirante alla creazione di una repubblica ove non si riproducano i mali propri agli stati-nazione ottocenteschi, mere macchine coercitive nelle quali il potere è appannaggio di una classe elitaria, e ove questo potere viene gestito, “amministrato” palesemente contro gli interessi del popolo.
    E’ la volontà di ricreare i presupposti per una vita diversa, ove la dignità sia un diritto per ciascun individuo, e ove l’indipendenza non sia una parola astratta cui sacrificare l’irrinunciabile e prioritaria giustizia sociale.
    Indipendenza è per noi l’unico mezzo plausibile e lecito per perseguire l’obbiettivo di una vita migliore.
    E questo ci differenzia da qualsiasi precedente esperienza collocatasi nel solco delle tendenze più o meno “sardiste”; difatti riteniamo che qualsiasi giudizio storico si voglia dare nei confronti dell’esperienza politica “sardista”, questa debba considerarsi definitivamente conclusa, anche perché “il sardismo” non ha mai dimostrato di voler realmente combattere per l’indipendenza sostanziale della Nazione Sarda, oltre ad avere gravissime ed imperdonabili responsabilità storiche riguardo la distruzione del nostro patrimonio economico e culturale.....(...)"


    "(...)Sappiamo che:
    La liberazione, l’acquisizione della propria indipendenza possono significare solo la creazione di una società nella quale i diritti del nostro popolo siano davvero il fondamento della politica e della socialità: significa che il nostro mondo, la nostra Sardigna fatta di comunità partecipate e vive, di forme sociali e culturali uniche ed irripetibili dovrà essere resa moderna e libera solo sulla base dei reali bisogni della nostra gente, nel rispetto per l’ambiente, nella difesa delle sue preziosissime risorse, nella certezza che solo la nostra piena dignità e indipendenza ci possono consentire di tutelarci.
    La liberazione nazionale è chiaramente l’unica via possibile in Sardinja per l’emancipazione sociale, per il rifiuto di questo sistema che sparge miseria e frustrazione, verso un nuovo modo di intendere i rapporti tra gli esseri umani, un modo che non può che condurre al “culto per la piena dignità dell’uomo”.
    Liberazione nazionale è liberazione sociale, lo ribadiamo: ma non in un senso generico e demagogico….
    Non esiste liberazione sociale degna di tale nome che non miri alla creazione di una società senza classi, nella quale non sussistano i fortissimi vincoli che in questa società di tipo neo-liberista e capitalista inibiscono la libera scelta dell’individuo come della collettività, impedendo de facto una vita politica autonoma, “indipendente”. Una società con “padroni” che parlano il sardo è una società che getta disonore e fango sulla storia del popolo che è , sempre sarà storia di popolo proletario, ostile pregiudizialmente a qualsivoglia forma di dominio da parte dell’uomo sull’uomo.
    Questo significa non accettare più la sterilità dei proclami elettoralistici dei soliti partiti o partitelli siano pure ammantati di venature federalistiche o “sardistiche”: i servi della cricca politica “regionale” mutano pelle perché fiutano l’aria di cambiamento popolare e vogliono imbrigliarlo per controllarlo e trarne al solito il massimo vantaggio possibile…
    Non ci sono promesse clientelari che possano essere da questa corrotta classe di amministratori del potere coloniale soddisfatte….Loro promettono e si ingrassano sulla vostra pelle…ma voi, noi tutti continuiamo a dimagrire…nonostante le loro pantagrueliche promesse di sicure ricchezze, di certo lavoro…
    E’ innegabile, lo sappiamo, lo sapete....(...)"


    per informazioni e-mail anche a :
    sardigna.libertade@libero.it
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  4. #4
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    Pagg.17-18 “RAIKINAS”

    “CONTRO LA GLOBALIZZAZIONE-IMPERIALISMO
    PER IL FRONTE ANTIMPERIALISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE”

    C O M U N I S T A S S A R D O S


    LA GLOBALIZZAZIONE

    “La globalizzazione sta uccidendo la stragrande maggioranza dell’Umanità, a vantaggio di una piccola parte di essa: quella privilegiata.

    U.S.A. E N.A.T.O.

    In nome di una globalizzazione , capace di “portare ricchezza ovunque”, assistiamo al consolidarsi di un nuovo ordine mondiale monopolare USA. Questo ordine mondiale difeso dalla NATO con la benedizione dell’ONU, scatena guerre e devastazioni in tutti quei paesi che si oppongono al suo dominio.
    Questo dominio Usa è capace anche di “ferirsi” pur di scatenare guerre in nome della “difesa della legalità, della libertà e –naturalmente- “del libero mercato”.
    Il libero mercato, infatti produce ovunque crolli economici devastanti, anche nei paesi capitalistici avanzati (vedi messico, Russia;Thailandia, Argentina….) portandoli alla rovina e alla fame.
    La globalizzazione costringe i paesi del cosiddetto Terzo Mondo verso guerre “fratricide”, epidemie mortali e distruzioni ambientali irreversibili, con conseguenti sofferenze e morte per miliardi di esseri umani. Su una popolazione di 6 miliardi di persone, circa due terzi vive con un dollaro al giorno.

    DIVERSI LIVELLI DI OPPRESSIONE

    Questo sistema si perpetua attraverso diversi livelli di oppressione, in alcuni paesi usa le guerre preventive (Afghanistan, Colombia,Palestina, Kurdistan…), in altri gli embarghi punitivi (Cuba, Irak, Yugoslavia….) e la soppressione dei diritti e delle libertà individuali. Esso si mantiene, inoltre, con lo sfruttamento delle colonie interne al blocco opulento, attraverso l’oppressione di quei popoli che lottano per la loro liberazione nazionale (Euskadi, Irlanda,Corsica e Sardegna).

    GLOBALIZZAZIONE PER DIRE IMPERIALISMO

    Tutto questo viene chiamato GLOBALIZZAZIONE, noi lo chiamiamo IMPERIALISMO.

    IN SARDEGNA

    La Sardegna è senza dubbio una di quelle periferie dell’impero in cui vengono costantemente realizzate la rapina delle risorse economiche ed umane. Essa è la zona più povera dell’Occidente ricco, in cui le contraddizioni dell’imperilismo sono più evidenti; le politiche neoliberiste infatti hanno portato la disoccupazione ai livelli più alti di tutto lo Stato; il PIL più basso d’Italia; lo smembramento del tessuto sociale originario, l’annientamento della cultura autoctona, lo spopolamento forzato dei piccoli centri abitati tramite la soppressione dei servizi primari; il controllo del territorio attraverso l’imposizione di parchi e di zone protette, con crescente militarizzazione e repressione.
    Il malessere sociale che investe la Sardina si manifesta principalmente nell’avversione nei confronti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, bilanciata da una forte tendenza solidaristica attiva tra la popolazione.
    La rapina delle materie prime ha avuto, in regime di globalizzazione, una forte accellerazion, con la conseguente distruzione –irreversibile- del territorio (vedi attività estrattive); con l’aumento delle aree destinate a discarica, onde poter soddisfare le esigenze di smaltimento dei rifiuti speciali di altre regioni italiane ed europee; con la cementificazione selvaggia delle coste in funzione di un turismo di massa che ha prodotto, anche in questo caso, profitti miliardari per le multinazionali ed ha lasciato ai sardi gravi contraddizioni soprattutto dal punto di vista sociale ed ambientale.
    Lo sviluppo (sic!) concepito per la Sardegna dai guru dell’economia globale punta sull’espansione smisurata del turismo (di massa e d’èlite) a scapito delle attività produttive tradizionali (autocentrante: per esempio quella agropastorale) che si vedono negare anche l’utilizzo delle scarse risorse idriche a disposizione. La parola d’ordine pare che sia quella di favorire, esclusivamente, il comparto turistico.
    L’ulteriore abbassamento del teniore di vita in sardegna è dovuto anche allo smantellamento dell’apparato industriale –nato anch’esso, non molto tempo fa, per indebolire l’economia autoctona, soli ieri sbandierato come forma indispensabile di “progresso” e oggi abbandonato e smantellato in nome di un’altra “forma progresso”: quella dei mega-alberghi costieri che offrono ai sardi lavori sempre più precari e flessibili.
    Con lo spopolamento forzato di intere aree, soprattutto interne, si è determinata la scomparsa delle piccole attività commerciali e artigianali per favorire, in regime di libero mercato (sic!) le grandi distribuzioni commerciali legate alle multinazionali, provocando, in questo modo la scomparsa dei prodotti locali a favore di quei prodotti su larga scala (produzioni intensive, OGM…).

    AGRO-PASTORIZIA

    Uno dei settori più colpiti è quello agropastorale, che risente, oltre che delle scelte politiche sbagliate della Regione Sarda (vedi risorse idriche), anche del sistema economico venutosi a determinare con le imposizioni dell’ UE che modificano radicalmente ed irreversibilmente le metodologie di produzione e la tipicità dei prodotti autoctoni. Per omologarsi ai criteri capitalistici, i produttori sardi sono costretti quindi ad abbandonare modalità e tipicità, a scapito della qualità, della particolarità dell’occupaziopne. Pur facendo grossi sacrifici essi non saranno in grado di competere sul mercato e saranno costretti ad assistere passivamente al tracollo delle proprie piccole imprese individuali, a ridurre repentinamente i lavoratori in “servi e a creare un mercato zootecnico fatto di “animali artificiali”, imbottiti di farmaci, soggetti a contrarre quelle malattie endemiche (vedi peste suina, afta epizootica, lingua blu, NSE, ecc.) da tempo scomparse.

    L’OCCUPAZIONE MILITARE

    Il popolo sardo vive sulla propria pelle uno stato di occupazione militare permanente: la NATO occupa quasi 30 mila ettari del suo territorio. Il gendarme dell’imperialismo manifesta la sua oppressione e supremazia non solo negli stati in cui conduce le “guerre umanitarie” o le “guerre al terrorismo”, ma anche nelle nazioni senza Stato, come la Sardegna, in cui si sente autorizzato a testare armi chimiche, nucleari, uranio impoverito, ecc., in piena libertà, anche in prossimità di centri abitati, mettendo a rischio le “inconsapevoli” popolazioni8 locali che convivono con il “mostro” sotto casa e che da esso sono totalmente controllate.

    LA CULTURA

    Millenarie culture della Sardegna (lingua, tradizioni di popolo) sono volgarmente trasformate in folklore, per il divertimento estivo dei turisti.

    IL DISEGNO NEO-LIBERISTA

    In Sardegna il disegno neo-liberista porterà un ulteriore precarizzazione sociale e determinerà un’implosione dell’economia locale, proletarizzando interi settori fino a ieri “garantiti” (soprattutto artigiani e pastori). Si determinerà, inoltre, un peggioramento delle condizioni di vita delle nuove e vecchie figure di lavoratori (il “nuovo proletariato”, cioè disoccupati precari, lavoratori in nero, in affitto, ecc…); si determinerà la precaruizzazione del lavoro a tempo indeterminato (“le esigenze di mobilità pare siano fondamentali per lo sviluppo delle aziende”).
    Tutto quello che abbiamo descritto determinerà, inevitabilmente, grandi fermenti di lotta: questa è la nostrab ferma convinzione e consapevolezza.

    I COMUNISTI

    I comunisti dovranno ridurre le distanze fra il “nuovo proletariato” e la strategia di lotta contro il capitalismo e l’imperialismo. La lotta all’imperialismo passa infatti attraverso la lotta unitaria del proletariato internazionale contro il capitalismo, e il Popolo Sardo deve riaffermare, nel contesto generale di lotta antimperialista, la propria identità nazionale e la propria volontà di autodeterminazione.

    LA LOTTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE COME LOTTA ANTIMPERIALISTA

    Non può esservi lotta di liberazione nazionale senza lotta di classe, in Sardegna come nel resto del pianeta.
    Non potrà innescarsi alcuna lotta di liberazione nazionale senza l’unità di tutti i sardi che si riconoscono nell’antimperialismo, nell’anticapitalismo e nel processo di indipendenza economica e politica di questa nazione sarda. Ma, non vi può essere alcuna possibilità di vittoria, per il movimento comunista rivoluzionario, se decidesse di sfidare isolatamente la potenza economica degli stati imperialisti, dei loro soldati, delle loro repressioni tecnologiche.


    NECESSITA’ DEL FRONTE ANTIMPERIALISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

    E’ necessario dunque battersi per la realizzazione di un fronte antimperialist di liberazione nazionale delle forze rivoluzionarie sarde, senza settarismi, senza dogmatismi e senza velleità egemoniche presupposte, che non siano quelle di battersi con la determinazione e la consapevolezza con la quale si battono e intendono battersi contro l’imperialismo, per creare le condizioni oggettive in cui possa evolversi il processo di emancipazione dal sistema coloniale e possa innescare, con esso, il reale processo di autodeterminazione del popolo sardo, libero dalle catene neoliberiste e totalizzanti di questa fase setrema del capitalismo mondiale.
    Per questo è positivamente rilevante, per i comunisti rivoluzionari sardi, l’unità di intenti e la pratica politica con le forze militanti anarchiche e le realtà più emancipate delle organizzazioni nazionalitarie.
    E’ coscienza comune che non può essere attraverso la lotta elettorale che si forma la coscienza di classe, ma è solo attraverso un processo collettivo di lotte per la difesa e l’emancipazione della nazione sarda, in tutte le sue variegate essenze, che si costruiscono le condizioni oggettive per la liberazione e l’autodeterminazione del nostro popolo.

    COMUNISTAS SARDOS marzo 2002 ("RAIKINAS")
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  5. #5
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    Pagg 40-41 “Raikinas”, tratto da un articolo di Costantino Cavalleri ("RIPARTIAMO DA ZERO?)

    “(…) la liberazione medesima, cioè la rottura di tutti gli impedimenti che abitano gli individui, e pertanto le relazioni interindividuali che attraversano le classi e le comunità, non può avvenire soltanto concentrando la nostra attenzione ed i nostri sforzi su quella che definiamo “oggettività”; e bensì processo che deve cogliere la vita individuale e collettiva nel suo stesso manifestarsi, rintracciando gli elementi che derivano dalla, e riproducono, autonomia ed autodeterminazione, al fine di coltivarli ed allargarli a tutti gli ambiti dell’esistenza.
    E’ in questo processo di liberazione della vita che una cosa sola appare certa: per quanto pacificata ed omologata possa sembrare l’attuale società, restano in ampi strati sociali subalternizzati dai bisogni e desideri insoddisfatti, dalle tensioni che il presente storico non riesce a sussummere e ridurre a consenso, e pertanto rappresentano momenti di insorgenza individuale e collettiva da cui si potrebbe partire per tentare ogni volta l’assalto al cielo, per viversi, da soli o assieme agli altri guerrieri e guerriere, l’avventurosa incognita della vita che sgorga dalle pulsioni di individui liberi che non sopportano i gravami imposti da un vissuto alienante.
    Qui, nel contesto di queste rivolte ancestrali degli individui e ceti subalternizzati che mal sopportano la mortificazione della vita e le restrizioni della libertà, abbiamo tanto da fare e da dire, da proporre e da praticare, allargando gli orizzonti delle avventure da percorrere, non restringendoli alle ferree e cadaveriche leggi decretate dalla fredda regolamentazione delle categorie logiche.
    Eccomi dunque arrivato al punto centrale delle mie riflessioni.
    La proposta di un Fronte di Liberazione Nazionale, oggi in Sardegna, è indubbiamente valida, quanto e più di ieri. Ma l’aggregazione, il fulcro su cui articolare il suo intervento non può essere una ideologia, una entità astratta costruita religiosamente come sostituto idealistico delle brutture dell’esistente, a cui sacrificare la vita che ribolle in noi e che sprigiona dal sociale.
    La tanto decantata “sardità, e cioè quella autoctonia di manifestare la vita individuale e collettiva su parametri materiali e spirituali endogeni, oggi non è più predominante in sardegna, che ci faccia piacere o meno. Per cui rivendicare ciò che non siamo, in funzione di ciò che dovremmo essere, o di ciò che non siamo mai stati è operazione religiosa che può generare solo martiri; una maniera come un’altra per restare chiusi nel cerchio della realtà virtuale del presente storico.
    Una possibile soluzione potrebbe essere quella di incunearsi nei momenti emergenti che esprimono alterità, dissenso, insoddisfazione esistenziale, pulsioni vitali che pongono in discussione l’esistente. Oppure quella di alimentare noi stessi l’aterità che siamo, a livello sociale al fine di contaminarlo allargando a dismisura quelle fessure che , qui e là, il sistema presenta.
    In questi momenti reali di scontro con l’esistente, scontro spesso acuto e davvero lacerante, una organizzazione rivoluzionaria sarda potrebbe aprire valichi determinanti, prospettive concrete di lotta, momenti insurrezionali generalizzati imprevisti.
    Qui, nei punti deboli del sistema sociale uno schieramento di forze composite potrebbe generare situazioni di rottura incontrollabili da parte dello Statp-capitale.
    Ma questi elementi che nel loro manifestarsi rompono la pretesa pacificazione sociale, non rappresentano più momenti particolari emergenti da un vissuto che nel suo complesso rappresenta alterità rispetto alla totalità del sistema dominante; sono tratti specifici, pulsioni particolari non direttamente connessi gli uni agli altri, e pertanto non costituenti una particolare concezione del mondo e delle rapportazioni. Pertanto non possono sussumersi entro un quadro complessivo di cultura rispetto all’esistente.
    Questo fatto è della massima importanza nell’economia delle mie riflessioni.
    Non possiamo riproporre come punto di partenza per l’assalto al cielo quella ormai inesistente “sardità”, e poi articolare su questo punto di partenza il nostro agire. Per come io la vedo è fruttuosa solo la strada inversa, quella che nell’immediato ci permette di manifestare la vita che il presente storico vuole soffocare, impedire mortificare.
    Un’avventura che partendo dai tratti e dai bisogni reali insoddisfatti espressi del sociale, o da noi metodologicamente socializzati e caratterizzati dallo scontro totale col presente dominante, faccia emergere ciò che siamo realmente.
    Ma non è sufficiente dichiarare ciò che siamo; non vi sono proclami che possono sostituire o sostanziare la vita: questa è materialità esplicata nel vivere reale, azione e pensiero, pensiero e azione, sentimento e tensione, atteggiamento e comportamento.
    Ogni rinvio al domani anche di un solo momento della complessità che costituisce la vita, la vita nostra ora, è ancora un ricalcare i binari mortiferi su cui il presente storico indirizza l’esistenza.

    Costantino Cavalleri gennaio-aprile 2002 (“RAIKINAS)
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  6. #6
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    Predefinito RAIKINAS! torra a s'impostu o sarda sentinella: como gherra pro s'indipendentiza bera

    “RAIKINAS” –“ARREXINIS” – “RAIDICI”

    ZORNALE PRO SU FRUNTENE ANTIMPERIALISTA DE LIBERAZIONE NATZIONALE SARDU

    PREZZO AL PUBBLICO: 3 EUROS
    PREZZO PIU’ CONTRIBUTO, PER SOSTENITORI: 5 EURO


    INDICE

    REDAZIONALE

    CUNFEDERATZIONE DE SOS COMUNISTAS SARDOS

    · Progetto
    · La dimensione internazionale della Cunfederatzione
    · Sardigna: quale rivoluzione?
    · La Cunfederatzione al Fronte Antimperialista e Liberazione Nazionale


    COMUNISTAS SARDOS

    · PER IL FRONTE ANTIMPERIALISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

    KAMO
    · Sul Fronte Antimperialista Sardo

    COMUNITARIMSU E INDIPENDENTZIA!:
    · Comunitarismu e Indipendentzia ( sul Fruntene Antimperialista de Liberatzione Natzionale)
    · Sulla liberazione nazionale oggi (documento presentato al Campo Antimperialista nel Luglio 2001)

    COSTANTINO CAVALLERI
    · Ripartiamo da zero?
    · Alcune riflessioni sul problema dell’organizzazione
    · Autodeterminazione come rivolta permanente

    COSTANTINO PIRISI
    · Lettera dal carcere

    MATHEU BOE
    · PER UN FRONTE DI LIBERAZIONE NAZIONALE SARDO

    L’esperienza del Fronte Antimperialista di Liberazione Nazionale

    DOSSIER LINGUA BLU – A CURA DI “COMUNITARISMU E INDIPENDENTZIA”)
    · “LINGUA BLU” (DI COSA PARLIAMO IN REALTA’)
    · I RETROSCENA: INTERVISTA A GIGI SANNA


    ----------------------------------------------

    PER CONTATTI E PER ACQUISTARE LA RIVISTA CONTATTARE ANCHE:

    sardigna.libertade@libero.it
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  3. "RAIKINAS", Giornale Del Fruntene Antimperialista De Liberatzione Natzionale Sardu
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