Riporto integralmente l'articolo di Alberto Mingardi con cui gli eno-nazionalisti stanno polemizzando sul loro forum.
La strada che la Lega ha smarrito
di Alberto Mingardi
C’era una volta la Lega Nord, poche poltrone e tanto buon senso. Il catechismo del leghista sarà stato essenziale, senza fronzoli, senza citazioni colte, ma era scolpito nel quotidiano. “Basta tasse basta Roma”, il sogno così fortemente sognato di spezzare il nodo gordiano di carte, moduli, leggi e leggine che incatenano le imprese del Nord (anche quelle del Sud, se è per questo), il pregiudizio accorto che “nel petto di ogni dipendente pubblico batte il cuore di un ladro, altrimenti non mangerebbe al piatto pubblico” (R.A. Heinlein). Tutto qui, e non era poco.
La Lega Nord c’è ancora, solo che ogni tanto si ha la sensazione che abbia smarrito la sua strada, che abbia perso di vista le proprie radici. Il Capo è sempre lui, Bossi, ed è l’unica costante, la k in un partito di x. Però è costante a modo suo. Era all’opposizione e voleva il federalismo. Progettava riforme e gridava libertà. Adesso che è ministro delle riforme, esige: ordine. Si sa, la politica è l’arte del possibile, del compromesso. Ecco perché all’Umberto si potrebbe perdonare tutto, perfino la fuitina col tricolore. Tutto, tranne una cosa. L’aver dimenticato il carattere più genuino del “leghismo” (se così lo si può chiamare), l’aver spento il suo cuore pulsante. La Lega era il nemico per antonomasia della burocrazia centralista, il signornò ai moduli con la firma in calce, l’incendiaria del canone Rai e del 740. Adesso la Lega è il partito della scartoffia.
L’ha dimostrato inscenando il suo romanissimo teatrino sulla sanatoria per gli immigrati. Si confrontavano due visioni del mondo: una - quella dell’UdC, di Buttiglione e di Tabacci – secondo la quale è opportuno “regolarizzare” tutti quei clandestini che già oggi si sono inseriti nei circuiti della produzione, in fabbrica o in officina, non solo le colf. L’altra – e questo è il bossipensiero – invece sostiene che fa fede il permesso di soggiorno. Chi ce l’ha resti, chi non ce l’ha a casa.
E’ esattamente la soluzione che, al problema, darebbe un passacarte dell’ufficio imposte di Reggio Calabria (con rispetto parlando). Presenti il modulo abcd, compilato nella sezione wxr, entro le 14:00 del giorno z, con marca da bollo e copia autenticata del certificato vattelapesca, previa aver già consegnato la pratica efg all’ufficio tuv. Immaginate di utilizzare lo stesso approccio per una questione come l’immigrazione. Il risultato sarebbe il caos, e ogni tanto la tragedia. Il risultato è la situazione in cui ci troviamo.
Senza contare che in realtà, che un immigrato abbia o no il permesso di soggiorno, ci interessa proprio poco. Se un furfantello albanese scippa una vecchietta, è il fatto che abbia o meno i documenti in regola a farci concludere che è un criminale? Se un immigrato rumeno lavora 18 ore al giorno, e bene, il fatto che abbia o meno i documenti in regola sposta di una virgola la nostra valutazione sulla sua voglia di darsi da fare? Gli immigrati che rimanderemmo a casa, sono quelli che attraversata la frontiera si danno al crimine. Quelli che si accomodano nei centri d’accoglienza, s’impratichiscono delle arti del raggiro burocratico, e poi ce li ritroviamo sul gobbo, parassiti a vita.
Non ci dispiacerebbe spedire altrove anche i manigoldi nostri, quelli “autoctoni”, bianchi bianchissimi e con scritto “nazionalità italiana” sulla carta d’identità.
Viva i clandestini che lavorano. E ben venga l’idea di liberarli dal cono d’ombra della clandestinità, da quella paura che li spinge a rifugiarsi di giorno e di notte nei luoghi in cui l’occhio dello Stato non rischi di scoprirli, che li costringe a segregare i figli in casa, a chiudere col chiavistello quando vanno a dormire.
Viva quelli che “si fanno il mazzo”, e non mi viene in mente uno slogan più leghista. Che cos’è la flessibilità, ministro Maroni, se non l’auspicio che chi si rimbocca le maniche possa farsi largo nella vita?
Di più. La Lega è tradizionalmente il partito di quelli che “si fanno il mazzo”, dell’Atlante padano che regge sulle spalle il peso annoso della Repubblica italiana. Speriamo ritorni ad esserlo. Di sicuro, lo è stata: prima di ridursi al culto del pezzo di carta, all’adorazione della marca da bollo. Che avesse ragione proprio lui, Bossi, sì ma il Bossi del 1997? “Chi va a Roma diventa romano”.
3 giugno 2002




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