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    Cool La Piadina Romagnola: un'istituzione!

    LA STORIA DELLA PIADINA ROMAGNOLA
    Dall'antichità ai giorni nostri


    Nel millenovecento Giovanni Pascoli scriveva:
    "Io la giro, e le attizzo con le molle
    il fuoco sotto, finché stride invasa
    dal color mite e si rigonfia in bolle;
    e l'odor di pane empie la casa...[...]"
    Ieri era il cibo dei poveri, oggi apprezzata anche dai palati più raffinati, la piadina romagnola è stata ispiratrice poetica di letterati famosi, come A. Zama, A. Spallicci, G. Pascoli... e chi meglio di quest'ultimo, nato in terra di Romagna, poteva tessere l'elogio della piadina, alimento antico quasi quanto l'uomo?

    ***
    La piadina nell'Italia antica - Gli abitanti delle palafitte lombarde del milleduecento avanti Cristo mangiavano pagnotte impastate con farine varie. Tali focacce azzime venivano cotte su lastre sferiche arroventate. Tali piade erano molto dure ed indigeste. Nell'Italia antica furono probabilmente gli Etruschi ad insegnare ai popoli locali come cucinare i cereali. La farinata di cereali era infatti un piatto tipico degli Etruschi.

    ***
    La piadina nella Roma antica - Influenzati dagli Etruschi, i primi Romani cominciarono ad usare la spelta, l'orzo, la fava, la veccia. Ceres, per i Sabini, era il grano che dava la vita, il cereale. A Roma diventò la Dea delle messi. Il primo cereale coltivato dai Romani fu l'orzo, e con la farina di questo preparavano la puls, o farinata, e le piade azzime. L'orzo venne in seguito sostituito dal farro, un tipico grano duro dell'alto Lazio, apprezzatissimo ancora ai giorni nostri. Gli sposi novelli usavano offrire a Giove una focaccia di farro, la confarreatio, durante il rito nuziale. Il grano sostituì il farro nel IV secolo avanti Cristo, ed in quel periodo si suole far risalire la comparsa del primo pane lievitato.
    Nel cento avanti Cristo il pane lievitato aveva quasi soppiantato del tutto le polentine di cereali, ma le piadine azzime cotte sotto la cenere o nel forno, rimanevano le preferite. Queste focacce erano apparse anche a Roma verso il centosettanta avanti Cristo, ed erano una specie di galletta bassa, scodita e piuttosto dura. Era comunque un cibo da ricchi nonostante che rimanessero commestibili per poche ore dalla loro cottura, perchè indurivano fino a divenire immangiabili. Come le piadine dei nostri giorni, anche queste gallette non si mangiavano mai da sole; si soleva accompagnarle da formaggio. Il severo Catone era contrario al diffondersi di questo nuovo cibo fra la popolazione di Roma, perchè richiedeva un companatico e avrebbe reso golosi e molli i suoi sobri connazionali. Ma il pane e le piade divennero ugualmente un elemento importante nell'alimentazione romana, e per questi la panificazione al mattino divenne un rito austero, come lo era stato nel passato la preparazione della puls. Era così nata una nuova tradizione ed anche Catone, alla fine, cedette all'uso del pane azzimo; quando poi il pane lievitato si diffuse fortemente, l'uso delle piadine venne riservato ai soli fini religiosi. Di tutti i tipi di pane e focacce dei quali i romani divennero abilissimi nella preparazione, vanno ricordati i seguenti: il clibanicus, specie di piadina distesa su di un coccio rovente e lasciata poi cadere semicotta sulla cenere calda; il facaceus, specie di pane dal quale deriva la nostra focaccia e che veniva condita in vari modi e ricoperta di semi di finocchio, di anice o di sedano; la tarunda, una schiacciata votiva di farro al miele.

    ***
    La piadina nel Medioevo - Le varie invasioni barbariche influenzarono, senza sconvolgerle, le abitudini alimentari delle popolazioni italiane. Nel Medioevo il popolino mangiava solo quello che produceva o che trovava nel bosco, allo stato selvatico. In pratica mangiava come il popolino romano. I signori imponevano l'uso dei loro mulini per trarne guadagno e ciò finiva per provocare grossi contrasti. In questo periodo in Inghilterra, nacque la parola Lord: "signore" che deriva dall'anglosassone Hlaford e che significa "guardiano del pane". Infatti il signore era colui che distribuiva il pane. La parola Lady, "signora", viene dalla parola Hlaefdige, che significa "impastatrice del pane", poichè la moglie del signore è colei che, col suo seguito, produce il pane che il marito elargisce al popolo. Nel milletrecento, anno della peste, la classe contadina non ebbe più la possibilità di mangiare il pane lievitato e tornò al consumo di polente e di farine di orzo, e di focacce azzime fatte con cereali meno pregiati, con legumi secchi e con ghiande.

    ***
    Il "pane rude di Roma": la piadina - In Europa, nel Rinascimento, si ha l'evoluzione dell'arte culinaria. Nascono le scuole culinarie nazionali. Si hanno i primi grandi cuochi. In Italia ogni regione ha il suo pane. Le focacce, soprattutto quelle non lievitate, incominciano a decadere. Solo in certe regioni le focacce azzime continuano ad essere consumate dai ceti sociali più poveri soprattutto nei momenti di penuria generale, di carestia. Chiamata da Giovanni Pascoli il "pane rude di Roma", la piadina è una schiacciata di farina di cereali azzima e condita con strutto di maiale o lardo, cotta su di una lastra di pietra refrattaria o di coccio, il cosiddetto "testo". L'etimologia di piadina è incerto: probabilmente è collegata al greco "plaukous": "focaccia". Se si accetta tale ipotesi il termine deriverebbe quindi dalla dominazione bizantina (Esarcato) della Romagna. Queste focacce nel millecinquecento venivano confezionate con cereali poveri, con fave, con ghiande, con crusca. Nei periodi di carestia si aggiungevano, quali riempitivi, anche segatura o peggio ancora. Era inevitabile che con tali ingredienti le piadine non potevano essere che azzime. Anche nel milleottocento le piadine erano povere e fatte con farina di mais o con farina di mais mischiata a quella di grano.

    ***
    La piadina nella Romagna del novecento - Già agli inizi del XX secolo, la piadina ebbe un grande rilancio, grazie alla presenza della farina di mais, che, mischiata a quella di grano tenero per questioni più economiche che culinarie, serviva a preparare l'impasto: le bambine già all'età di cinque o sei anni imparavano a tirare la sfoglia, e a cuocere nel testo di coccio (dal latino: testa = coccio) le fragranti piadine e a farcirle con il tradizionale salame fatto in casa, la salsiccia ai ferri, i cavoli lessati e conditi con olio, aglio e rosmarino, o con la coppa di testa (sempre di maiale, salume speciale di preparazione simile al wurstel, ma composto, anzichè di carne magra, di cascami semigrassi della lavorazione delle carni e appunto dell'orecchio e della testa del maiale, cotta in poca aqua fino a produrre una massa gelatinosa, ed insaporita con una spezia chiamata appunto "saporita"; questa veniva poi insaccata in un grosso budello di colon o nella "mula" che altro non era che la sacca dell'esofago)
    E la piadina, assieme alle altre specialità romagnole, iniziò a conquistare i turisti negli anni '40 e '50, quando cominciarono ad apparire lungo le strade statali che portavano al mare i primi chioschetti disseminati qua e là che vendevano le piadine, preparate al momento e gustate con la porchetta di maiale, le salsicce cotte alla brace, i cavoli, i pomodori e le melanzane gratinate...; questa tradizione è proseguita fino ad oggi, naturalmente è aumentata l'offerta di cibi disponibili, affiancando ai tradizionali cassoni e alle piadine anche le specialità tipiche del "fast food" americano: hamburghers, hot-dogs, patatine fritte ecc... Anche le piadine sono cambiate nel frattempo: nessuno più le prepara al momento, ma si usa cucinare le piadine precotte, che basta ripassarle sulla piastra bollente per qualche secondo, o in casi estremi nel micro-onde e si farciscono secondo canoni alimentari più attuali, legati anche alle esigenze "dietetiche" della nuova generazione: insalata e pomodoro, rucola, verdure grigliate e il tutto scondito o quasi, usando salumi preconfezionati e a poco costo, formaggi morbidi e cremosi una volta inesistenti e la salsiccia, aimè, non si trova piu'!

    ***

    La Piadina agli albori del XXI secolo - Oggi la piadina romagnola è consumata giornalmente quasi come il pane; trova infatti il suo posto sia nella tavola delle famiglie, che nelle mense aziendali, scolastiche, nei fast food ma anche nei ristoranti tradizionali e negli alberghi, un po' ovunque insomma. E ben poche massaie, oramai anche loro sulla strada dell"estinzione" preparano, o comunque sanno preparare una buona piadina; tutti siamo oramai abituati a trovarla al supermercato già bella e pronta, oppure se siamo proprio dei buongustai, andiamo direttamente in uno dei numerosi laboratori artigiani di "Piada & Cassoni" dove ce le cuociono al momento e, incartate in appositi contenitori, ci arrivano ancora calde e fragranti fino a casa nostra. La piadina romagnola ha oramai superato quel processo di industializzazione che ha portato questo alimento da un preparato strettamente familiare ad un bene di ordinario consumo, preparato anche in grossi stabilimenti artigianali ed industriali, e a questo punto nessuno si meravigli quando si dice che la piadina non è piu' un tipico alimento regionale, perchè queste industrie che ne producono in enormi quantità le reindirizzano sul mercato italiano (al nord in particolare, nella misura di circa 500.000 pezzi alla settimana) e su quello estero (compresi gli Stati Uniti d'America, che ne fanno richiesta complessiva per circa 20 milioni di pezzi annui).



    Fonte: http://digilander.iol.it/piadinaromagnola

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  2. #2
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    LE RICETTE DELLA PIADINA ROMAGNOLA

    A seconda della località romagnola, emiliana, marchigiana, potete trovare diversi tipi di piadina che possono variare in consistenza e dimensioni addirittura fra un comune e l'altro.
    Ad esempio, in Emilia e nell'alta Romagna, la piadina è impastata con l'aggiunta di bicarbonato, o con la vecchia "dose", ottenendo un prodotto piu' friabile, tirato al matterello di uno spessore maggiore e di diametro piu' contenuto. Nella bassa Romagna la piadina è molto più sottile, più grande ed è azzima. Nel pesarese, nel fanese e nelle campagne circostanti, la piadina (che in queste zone prende il nome di "crescia") è sempre azzima, ma tirata più alta col mattarello, e contenente più grasso. A tale proposito, meritano un debito accenno la "CRESCIA VONTA" e la "CRESCIA SFOJETA", che altro non sono che: la prima, una piadina preparata normalmente ma leggermente spessa e, dopo averla cotta sul testo si unge con del lardo di maiale da ambo i lati e si ripassa sulla graticola ai carboni ardenti; è una vera delizia, e si può consumare tal quale o farcita coi cavoli soffritti. La seconda è una piadina sempre un po' spessa che si prepara stendendola rettangolarmente, ungendola completamente con lo strutto, ripiegandola come un fazzoletto e ritirandola al mattarello, facendo attenzione a non spezzare gli strati unti; cuocendo questa piada, l'impasto rimarrà diviso in tanti strati distinti. Queste due specialità tipiche marchigiane, sono molto saporite e nutrienti, ma ai nostri giorni è bene limitarne il consumo in moderate quantità, perchè alquanto indigeste; era questo un cibo destinato ai lavoratori dei campi, che bruciavano calorie in grandi quantità. Oggigiorno, con l'avvento di lavori più sedentari, è diminuito il nostro fabbisogno calorico per die, e tanta grazia di Dio potrebbe essere davvero... troppo!!!


    Piadina Romagnola


    IMPASTO:
    Farina di grano tenero tipo "O", acqua, strutto, polvere lievitante: sodio pirofosfato acido, sale, bicarbonato di sodio, amido.


    Piadina Snack


    Crescione alle Erbe

    RIPIENO: Spinaci, bietola, aromi naturali.


    Crescione Pomodoro e Mozzarella

    RIPIENO: Pomodoro, mozzarella, aromi naturali.

  3. #3
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    Crescione Pomodoro, Mozzarella e Funghi

    RIPIENO: Pomodoro, mozzarella,funghi, aromi naturali.

    Crescione Pomodoro, Mozzarella e Melanzane

    RIPIENO: Pomodoro, mozzarella, melanzane, aromi naturali.

    Crescione 4 Formaggi

    RIPIENO: Mozzarella, fontina, misto pecorino, gorgonzola.

    Crescione all’Ortolana

    RIPIENO: Pomodoro, melanzane, peperoni, zucchine, cipolla, aromi naturali.

    Crescione Mozzarella, Prosciutto Cotto e Funghi

    RIPIENO: Prosciutto cotto, mozzarella, funghi, aromi naturali.

    Crescione Mozzarella, Patate e Funghi

    RIPIENO: Mozzarella, patate, funghi, aromi naturali.

    Crescione Pomodoro, Mozzarella e Salsiccia Piccante

    RIPIENO: Pomodoro, mozzarella, salsiccia piccante, aromi naturali.

    Crescione Pomodoro, Mozzarella e Prosciutto Cotto

    RIPIENO: Pomodoro, mozzarella, prosciutto cotto, aromi naturali.


    Fonte: http://digilander.iol.it/piadinaromagnola ; http://www.lateggia.it

  4. #4
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    Predefinito Un po' di cultura :-)

    "LA PIADA" (da "I nuovi poemetti")
    di Giovanni Pascoli

    I
    Il vento come un mostro ebbro mugliare udii notturno.

    Errava non veduto tra i monti, e poi s'urtava al casolare
    piccolo, ed in un lungo ululo acuto fuggiva ai boschi,
    e poi tornava ancora più ebbro, coi suoi gridi aspri di muto.
    L'udii tutta la notte, ed all'aurora, non più. Dormii.
    Sognai, su la mattina, che la pace scendeva a chi lavora.
    Or vedo: scende. Scende: era divina l'anima.
    Il cielo tutto a terra cade col bianco polverio della rovina.
    Non un'orma. Vanite anche le strade.
    La terra è tutto un sol mare e onde bianche, di porche ov'erano le biade.
    Resta il mio casolare unico, donde esploro in vano. Non c'è più nessuno.
    E solo a me che chiamo, ecco risponde il pigolio d'un passero digiuno.

    II
    Sul liscio faggio danzi corra voli, Maria, lo staccio! e trpicchi giocondo,
    vaporando il suo bianco alito fino, che si depone sul tuo capo biondo.
    O lieve staccio, io t'amo. Il tuo destino somiglia al mio:
    tener la crusca; il fiore, spargerlo puro per il tuo cammino.
    E fai codesto con un tuo rumore lieto, in cadenza:
    semplice ma bello per l'orecchio del pio lavoratore.
    Ma triste, sotto mezzodì, per quello del viandante,
    che rasenta i triti limitari del lungo paesello:
    ch'ode un danzar segreto, ode tra i diti di donna sola, in ogni casa,
    andare te, casalingo cembalo, che inviti lo sciame errante al tacito alveare.

    III
    Taci, querulo passero: t'invito. Sempre diventa il tuo gridìo più fioco:
    taci: or ora imbandisco il mio convito.
    Il poco è molto a chi non ha che il poco:
    io sull'arola pongo, oltre i sarmenti, i gambi del granoturco, abili al fuoco.
    Io li riposi già per ciò. Ma lenti sono alla fiamma:
    e i canapugli spargo che la maciulla gramolò tra i denti.
    Nulla gettai di quello che non largo mi rese il campo:
    la mia man raccoglie anche i fuscelli per il mio letargo.
    Serbo per il mio verno anche le foglie aride.
    Del granturco, ecco via via mi scaldo ai gambi e dormo sulle spoglie.
    Ciò che secca e che cade e che s'oblia, io lo raccolgo: ancora ciò che al cuore si stacca triste
    e che poi fa che sia morbido il sonno, il giorno che si muore.

    IV
    Il mio povero mucchio arde e già brilla:
    pian piano appoggio su due mattoni il nero testo di porosa argilla.
    Maria, nel fiore infondi l'acqua e poni il sale; dono di te, Dio;
    ma pensa! l'uomo mi vende ciò che tu ci doni.
    Tu n'empi i mari, e l'uomo lo dispensa nella bilancia tremula:
    le ande tu ne condisci, e manca sulla mensa.
    Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l'allarghi e spiani;
    ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna;
    e sulle aperte mani tu me l'arrechi,
    e me l'adagi molle sul testo caldo, e quindi t'allontani.
    Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,
    fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
    e l'odore del pane empie la casa.

    V
    Chi picchia all'uscio? Tu forse, Aasvero,
    che ancora cammini per la terra vana, arida foglia per un cimitero?
    Chi picchia all'uscio? ...E fioca una campana suona... Chi suona?
    Forse un vecchio prete, restato a guardia della tomba umana?
    E' solo; e ancora mezzodì ripete l'Angelus,
    ed a rincasare invita, morti, voi, che sottoterra ora mietete.
    Socchiudo l'uscio. Antica ombra smarrita, che in cerca erri del corpo;
    ultima foglia, che stridi ancora dove fu la vita;
    quel vento t'ha portato alla mia soglia, vecchio ramingo,
    ultima foglia morta d'albero immenso che non più germoglia?
    Ma tu sei vivo: hai fame! E qui ti porta necessità. Sei vivo: soffri!
    Vivo sei: piangi! Ed ecco, dunque, apro la porta:
    entra fratello, che ancor io ...si, vivo.

    VI
    Entra, vegliardo, antico ospite: ed ecco l'azimo antico degli eroi,
    che cupi sedeano all'ombra della nave in secco
    (si levarono grandi sulle rupi l'aquile;
    e nella macchia era tra i rovi un inquieto guaiolar di lupi...):
    il pane della povertà, che trovi tu, reduce aratore, esca veloce,
    che sol s'intrise all'apparir dei bovi:
    il pane dell'umanità, che cuoce in mezzo a tutti, sopra l'ara,
    e intorno poi si partisce in forma della croce:
    il pane della libertà, che il forno sdegna venale;
    cui partisci, o padre, tu, nelle più soavi ore del giorno:
    ognuno in cerchio mangia le sue quadre; più, i più grandi,
    e assai forse nessuno; forse n'ebbe più che assai la madre,
    cui n'avanza per darne un pò per uno.

    VII
    Azimo santo e povero dei mesti agricoltori,
    il pane del passaggio tu sei, che s'accompagna all'erbe agresti;
    il pane, che, verrà tempo e nel raggio del cielo, sulla terra alma,
    gli umani lavoreranno nel calendimaggio.
    Che porranno quel di sugli altipiani le tende,
    e nel comune attendamento l'arte ognun ciberà delle sue mani.
    Ecco il gran fuoco, che s'accende al vento di primavera.
    ma in disparte, gravi, sulla palma le bianche onde del mento,
    parlano i vecchi di non sò che schiavi d'altri e di sè:
    ma sembrano parole sepolte, dei lontani avi degli avi.
    Guardano poi la prole della prole seder concorde,
    e, con le donne loro e i loro figli, in terra sotto il sole,
    frangere in pace il pane del lavoro.




    La Piè (Il pane dei poveri)
    di Marino Moretti

    [color=dark-blue]Sotto la luce che gli batteva nel mezzo, il tagliere parve abbagliare nella scura cucina.

    Cristina portò il matterello della piada, ch'era più corto e più sottile, un granatello quasi nuovo, e lo staccio mezzano: era il vaglio più rado, quello che toglieva la crusca alla farina, ma lasciava il cruschello.

    La Menghinina era d'avviso che un po' di cruschello desse miglior sapore alla piada.

    E poi poteva mancare il cruschello al pane dei poveri?

    Ella era una donna antica, un'azdora (la massaia) della tradizione e si mostrava contrarissima alle azdore giovani che facevano della piada una pizza, un dolce qualsiasi, adoperando - le schizzinose - il puro fior di farina, gramolando e impastando col latte, lo strutto e la chiara d'uovo, aggiungendo perfino alla miscela appiccicosa quell'altra porcheriola del bicarbonato!

    La piada era la piada: era pane.

    Stacciava ella ritmicamente sul tagliere candido, e il vaglio leggero come una piuma nella sua mano agile pareva quasi autonomo, pareva girar su se stesso prillando, rialzandosi a ritmo da una parte o dall'altra, divenendo aereo talvolta, cantando lievemente stridulo nella danza concentrica: ma di mano in mano che la farina vagliata sfuggiva di sotto allo staccio sparpagliandoglisi a poco a poco torno torno, il canto si faceva più debole, s'attutiva, si smorzava come un passo su un tappeto, sull'erba o sulla polvere.

    Ecco fatto, - disse infine la Menghinina e parve più vecchia, perché un altro po' di bianco le s'era posato sui capelli, sul corpetto, fin sulle ciglia.

    Prima d'impastare, pensò al fuoco.

    Per cuocere la piada occorre la fiamma, la bella fiamma caduca, la vampata, il falò.

    Il grande testo rotondo, grande quanto lo staccio, deve riscaldarsi così prima che vi si adagi la pasta.

    La Menghinina sa che per ottenere questa fiamma occorrono cannarelli che prendono subito, che s'incendiano con un solo fiammifero; e, oltre ai cannarelli, quelle pigne rade, vuote e leggere che si chiamano sgòbole e che son più resistenti e finiscono di cuocere la pasta quando la fiamma è caduta.
    La vecchia s'appressò al camino solennemente come il sacerdote all'altare, preparò le tre pietre che dispose a triangolo sull'arola alta, sotto la cappa: erano le tre pietre affumicate che dovevano reggere il testo.

    Preparò il fuoco, pigne e cannarelli, facendo una gran buca nel centro, perché poi le fiamme salissero agli orli del testo e non bruciassero in mezzo la sfoglia sottile; si pulì le mani col grembiule che aveva sotto la parananza e ritornò al suo tagliere.

    Intanto la vecchia era riuscita a render la pasta più compatta sotto la gagliardia delle sue mani che parevan puntarsi sul tagliere con tutto il polso, mentre la sua persona aderiva allo sforzo ritmicamente, curvandosi, con un'ostinazione penosa che dava un leggero dondolio alla testa abbassata tanto da lasciar la povera nuca scoperta, e un piccolo tremito alle spalle.

    Ecco: il più era fatto: la pasta era ben lavorata, pronta per il matterello.

    La Menghinina si drizzò tutta come per togliersi l'indolenzimento di dosso: la schiena le doleva, povera vecchia.

    Afferrò un coltello, divise la pasta in tre parti uguali, a occhio, per le tre sfoglie.

    Ma prima di spianarle col matterello diede l'ordine alla padroncina di accendere.

    La fiamma sorse subito, gaia, scoppiettante, crepitante, schiacciata dal testo; sempre nuove fiammelle ne lambivano gli orli, quasi curiose di vedere se la piada cruda era già stata distesa, un po' più piccola del testo arroventato.

    Si udiva tratto tratto una sgòbola scoppiare nella fiamma, e la fanciulla aveva la sensazione dello scoppiare d'un mortaretto in lontananza per una festa di domani.

    Ma ecco la Menghinina avanzare solennemente, appressarsi all'arola con le sue gote infossate di vecchia, rosse di fatica e di caldo.

    Teneva sulle due palme aperte, così come si tiene una cosa ricca, la prima candida sfoglia che ricadeva floscia dalle sue mani in pieghe molli di stoffa morbida e spessa.

    Con abilità sorprendente, di colpo la gettò sul testo facendovela ricadere senza una piega, perfetta.

    Cristina, entusiasticamente, abbracciò la sua serva.

    Mi lasci, mi lasci stare! - gridava la Menghinina divincolandosi.

    Mi lasci stare quando lavoro!

    Ecco, la piada si brucia!

    Bisogna voltare la piada!

    Mi lasci, mi lasci! -

    Si sciolse in tempo da quell'abbraccio furioso: la piada non s'era bruciata, ma bisognava voltarla. Aveva fatto un po' di crosta indurendosi agli orli ed era già picchiettata di bruciaticcio; bollicine si sollevavan qua e là nel calore giusto della terracotta, si colorivan leggermente, taluna si bruciava e scoppiava.

    La vecchia insinuò il coltello da cucina fra testo e piada perché questa non cuoceva troppo nel mezzo, e chinatasi, soffiò sulle sgòbole che si disfacevano ardendo senza quasi più fiamma.

    D'un tratto giunse di lontano un suono strano, caratteristico, quasi lugubre, di oggetti di rame o di bandone sbattuti ritmicamente, a pause, simile al suono di una campana a martello di cui si propagasse l'eco dall'una all'altra riva, nel silenzio notturno.

    Cristina si alzò spaventata.

    I barchetti entrano in porto col pesce - spiegò la Menghinina.

    Sente?

    Devono battere la secchia; a quest'ora!

    La prima piada era fatta.

    Ella la ritirò col coltello, la prese poi col pollice e l'indice incalliti, che non temevano le scottature, la mostrò con orgoglio alla padroncina tenendola sollevata in alto, bella, tonda, compatta, fantastica, religiosa, miracolosa, come una grande ostia da spezzarsi nel rito domestico: la portò poi sulla credenza e la mise lì, ritta contro il muro, dietro i candelieri, perché non rinvenisse.

    Si finisce di cuocere - mormorò poi con dolcezza, riprendendo il matterello.[/color]





    Fonte: http://digilander.iol.it/piadinaromagnola

  5. #5
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    Che fame che mi hai fatto venire.....

  6. #6
    lsu
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    W la piadina!

    Un'oretta e da Ferrara sono in Riviera. Ci consigli qualche piadinaro in particolare?

  7. #7
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    Originally posted by LADYOSCAR
    Che fame che mi hai fatto venire.....
    Bene, ho raggiunto il mio scopo

  8. #8
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    Originally posted by lsu
    W la piadina!

    Un'oretta e da Ferrara sono in Riviera. Ci consigli qualche piadinaro in particolare?
    Secondo il mio modesto parere i migliori chioschi di piadina sono nel forlivese, ma se vuoi andare a ballare e poi rimpinzarti c'è un chiosco aperto sino alle 3-4 di notte (nei week end) vicino alla discoteca Zorro (non so se è già aperta o se ha cambiato nome quest'anno) che si trova a Pinnarella, cioè tra Cervia e Cesenatico.
    Buona piadina!


  9. #9
    lsu
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    Originally posted by Sant'Eusebio


    Secondo il mio modesto parere i migliori chioschi di piadina sono nel forlivese, ma se vuoi andare a ballare e poi rimpinzarti c'è un chiosco aperto sino alle 3-4 di notte (nei week end) vicino alla discoteca Zorro (non so se è già aperta o se ha cambiato nome quest'anno) che si trova a Pinnarella, cioè tra Cervia e Cesenatico.
    Buona piadina!


    Dirò che mi è stata consigliata e se sarà ottima ne scriverò "su un autorevole forum"!
    Magari possiamo scrivere qui le recensioni delle piadine "provate"

  10. #10
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    Isu , anche al piadina ciliegia a estensi e da pittarello in porta po è buonissima.

    Quest'estate , come al solito , sto vicino : Rimini e Milano marittima ( la più bella ).

 

 
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