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Discussione: Democrazia diretta.

  1. #1
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    Predefinito Democrazia diretta.

    (dal n. 249 di Diorama Letterario)
    Recensione

    Murray Bookchin, Democrazia diretta. Idee per un municipalismo libertario, Eleuthera, Milano 2001, pagg. 92, lire 10.000.

    Democrazia cristiana; Democrazia proletaria; Partito democratico della sinistra; Alleanza democratica; Cristiani democratici uniti; Centro cristiano democratico; Socialisti democratici In Italia, nel passato e nel presente, abbondano i partiti che si definiscono democratici. Quasi a siglare una rassicurazione verso gli elettori, o la speranza di allargare le possibilità di successo. A tal proposito, Alain de Benoist scrive che l’universalità del termine non contribuisce particolarmente a chiarirne il senso e ricorda che già Guizot, nel 1849, poteva scrivere: "È tale la potenza della parola democrazia che nessun governo, nessun partito osa vivere, né crede di poterlo fare, senza scrivere questo termine sulla bandiera". La democrazia sembrerebbe dunque essere un grande spazio in cui tutti vogliono collocarsi, non qualcosa di cui impossessarsi.
    È noto che la democrazia nasce nell’Atene del quinto secolo e dura circa 150 anni. Era una democrazia diretta: tutti i cittadini potevano prendere parte all’ekklesia o Assemblea. Era l’Assemblea a nominare gli ambasciatori, decidere la guerra o la pace, lanciare le spedizioni e porvi termine, esaminare la gestione dei magistrati, emettere i decreti e ratificare le leggi, accordare il diritto di cittadinanza, giudicare i processi che implicavano la sicurezza comune ecc. Si decideva su problemi concreti, non riguardanti la vita privata o famigliare ma d’interesse comune: quelli che determinavano la vita della Polis. Il tipo di gestione democratica subentrato negli stati moderni si chiama invece democrazia rappresentativa: il popolo non governa e neppure decide riguardo alla cosa pubblica, limitandosi ad eleggere periodicamente chi deve occuparsene. Chi predilige questa seconda soluzione, ormai universalmente applicata, espone diverse ragioni: la democrazia diretta, "faccia a faccia", poteva funzionare in un territorio limitato come la Polis ateniese, dove il diritto di cittadinanza era escluso per gli innumerevoli schiavi; oggi la società è diventata molto più complessa, ingestibile a livello settoriale; nessuno è obbligato a partecipare alla politica, ecco perché è necessario eleggere persone che si assumano questo compito, dei "professionisti". C’è chi esprime dubbi verso la democrazia in sé, ma, non sapendo proporre nulla di meglio, si rifà a Hobbes, che diffidava notoriamente del genere umano, e ne difende il principio di rappresentanza.
    La democrazia rappresentativa, retta da una fenomenologia che l’antropologa Ida Magli ha definito "sacrale", è ormai entrata nel nostro retroterra culturale ed è vista come l’unica forma di democrazia possibile; mentre sul piano delle idee confrontarsi con la democrazia è ritenuto un atto iconoclastico. E se questa diffidenza può essere comprensibile (ma non giustificabile, in base al rispetto dell’opinione altrui) quando ci si trova di fronte a quei detrattori della democrazia che esaltano governi dispotici, fittizi o reali, magari proiezioni dei regni dell’Età dell’oro o delle Città di Dio, utopici mondi egualitari e regolati ad orologeria, oppure si richiamano ai totalitarismi rossi o bruni, più difficile è comprendere perché siano illegittimi lo studio e la discussione sulla sostanza della democrazia e sulle sue possibili traduzioni in pratica. La critica della democrazia reale è vista con sospetto, come un attacco contro uno status quo pressoché perfetto, anche quando non si propone affatto la distruzione della democrazia sul piano teorico. Chi nega il confronto sulla democrazia attuale, bollando per antidemocratico chiunque ne metta in discussione alcuni aspetti proponendo soluzioni alternative, dovrebbe chiedersi se non stia difendendo qualcosa di cui è ignaro. Per dirla con de Benoist: "Dal momento che oggi ognuno intende essere democratico, ed esserlo nella forma più compiuta che esista, e che d’altronde la democrazia greca non assomiglia affatto a quelle che vediamo esistere, occorre dunque che siano i Greci ad essere stati "meno democratici" di noi". In altre parole, si sente spesso affermare che quella ateniese non era una vera democrazia, ma il ragionamento dovrebbe essere capovolto: cos’è il nostro sistema rappresentativo, se furono i Greci a chiamare democrazia il loro sistema diretto e partecipato?
    Vale quindi la pena di leggere o rileggere il libretto di Murray Bookchin Democrazia diretta per cogliere una voce non conformista sull’argomento. L’autore è nato a New York nel 1922 e negli ultimi anni ha diretto l’Istituto d’Ecologia Sociale nel Vermont, nel quale si incontrano e lavorano i maggiori esponenti di quella che è chiamata "ecologia sociale". Il suo pensiero muove da Kropotkin e si inscrive nell’ambito libertario. Del suo precursore conserva l’approccio scientifico.
    Nella sua opera maggiore, L’ecologia della libertà, anch’esso tradotto in italiano da Eleuthera, Bookchin esprime un punto di vista che sta diventando essenziale nel pensiero ecologico: non è sufficiente una buona politica di governo per risolvere i gravi problemi ambientali che conseguono a un’idea di sviluppo illimitato, soprattutto di consumismo sfrenato. A suo avviso, "un corretto rapporto con la natura non può non riferirsi a un corretto rapporto sociale tra individui e tra individui e istituzioni sociali, quindi culturali, politiche ed economiche". Questa rivoluzione culturale può compiersi soltanto "con un grande decentramento della politica, con una riassunzione da parte della società di funzioni delegate a istanze trascendenti, ad un recupero di centralità della figura individuale all’interno di comunità restituite al controllo umano (anche per dimensioni e qualità delle chances di vita esperibili), ridisegnate infine secondo criteri non più sussunti dalle condizioni attuali di esistenza alienata". L’ecologia sociale s’innesta dunque "entro una linea di tendenza comunitaria assimilabile a regimi di democrazia diretta di aspirazione ateniese e del comune medievale".
    Il libro sulla democrazia diretta nasce dall’esigenza di approfondire uno degli assiomi che reggono il pensiero dell’ecologia sociale: l’unità nella diversità. Andare alle origini della democrazia, dimostrare che la sua forma partecipativa è l’unica compatibile con la proposta di una società ecologica, significa tenere fede a quest’assioma. Boockhin ha ben presente cosa significasse la democrazia per gli ateniesi, e si riferisce a loro quando deve richiamare le virtù di una cultura politica vissuta responsabilmente, "vale a dire su una formazione del carattere, un’etica e una razionalità che possono essere conseguite soltanto grazie ad un’interazione profonda tra individuo e comunità, e su una concezione della politica come veicolo per acquisire saggezza grazie alla discussione della cosa pubblica. Secoli orsono, gli Ateniesi la definirono paideia, pratica perenne per acquisire saggezza e formare il carattere totalmente estranea ad una mera capacità di registrare le proprie opinioni con mezzi elettronici o alla passività che consente ad un programma televisivo di registrare opinioni contrapposte". Ma non si limita a rievocare il mito di un sistema politico durato un secolo e mezzo. Sin dalle prime pagine del volume evidenzia il graduale deperimento subito dalla partecipazione alla cosa pubblica quando è subentrato lo Stato nazionale, dichiarando l’avvento della modernità. La politica "aveva un senso differente da quello odierno. Significava la gestione degli affari pubblici da parte della popolazione a livello comunitario". Ed era una cultura politica vissuta attraverso "feste civiche, celebrazioni, in una condivisione emotiva di gioia e dolore che davano ad ogni località (villaggio, paese, quartiere, città che fosse) un senso di specificità e comunanza che favoriva la singolarità dell’individuo più che la sua subordinazione alla dimensione collettiva".
    Bookchin non è un nostalgico del tempo che fu. Nell’opera maggiore ha studiato approfonditamente i rapporti gerarchici che implicano una cattiva gestione del potere. La sua critica tipicamente anarchica allo Stato come origine d’ogni male può apparire parziale ad alcuni, mentre altri possono storcere il naso di fronte a proposte federaliste che non includono un’idea comune come contenitore. Questa parzialità, però, lo preserva dall’essere considerato un reazionario, come accadrebbe a pensatori d’altre tendenze. Egli non chiede agli uomini della postmodernità di rimpiangere il passato, ma neppure si lascia incantare da una concezione esponenziale della storia umana. Pur vedendo nello Stato la più alta forma coercitiva e proponendo all’opposto una società federativa e municipalista, basata su comunità "organiche", con momenti assembleari ed una gestione antiburocratica della cosa pubblica, non opta per il capitalismo come regolatore dei rapporti. Per lui la politica rimane un elemento da recuperare a scapito sia del modello attuale di democrazia, sia della sua negazione attraverso una economia di mercato avida ed espansiva. Al capitalismo riserva osservazioni acute e sferzanti: "i mercati dei villaggi ed anche di molti comuni medievali subivano precisi vincoli culturali all’espansione, vincoli che ponevano limiti morali socialmente accettati al conseguimento della ricchezza"; "Qualunque malefatta abbiano commesso i pirati dell’età del bronzo nel corso delle azioni di brigantaggio o i mercanti dell’era classica e feudale nel corso dei saccheggi perpetrati all’estero, tutti loro consideravano però intoccabili le rispettive comunità, contribuendo generosamente al loro splendore civico. Il nuovo mercante, e specialmente l’industriale che viene appresso, comincia invece a considerare la propria comunità come un territorio di conquista, saccheggiandola sovente senza ritegno. Tale comportamento, elevato a etica degli affari, comincia a soppiantare i precetti religiosi ed i valori culturali ereditati da tempi immemori e precedentemente condivisi anche da mercanti e imprenditori".
    Questo breve libro costituisce un testo fondamentale per chi non condivide le prerogative della vulgata liberale e liberista e non per questo rimpiange le ideologie autoritarie e totalitarie che hanno permeato il secolo appena trascorso. Pur provenendo da esperienze diverse, ci si può non riconoscere in quella proposta di annullamento delle distanze e di eternizzazione del presente in cui Marco Tarchi ha di recente indicato una delle caratteristiche tipiche dell’ideologia liberale. Si può non ritenere che quello in cui viviamo sia inevitabilmente il migliore, se non addirittura l’unico, dei mondi possibili. Con altre parole, Murray Bookchin sembra pensarla nello stesso modo: "La presunzione che ciò che esiste debba necessariamente esistere è l’acido corrosivo di ogni pensiero immaginativo". Ed è confortante leggere queste sue altre parole: "Non c’è nulla di nostalgico o innovativo nel tentativo dell’umanità di armonizzare il collettivo con l’individuale. L’impulso a realizzare questi scopi complementari (soprattutto in tempi come i nostri, in cui entrambi rischiano una rapida dissoluzione) è una costante ricerca umana che si è espressa tanto nel campo religioso quanto nel radicalismo secolare, negli esperimenti utopici come nella vita cittadina di quartiere, nei gruppi etnici chiusi come nei conglomerati urbani cosmopoliti. È la coscienza, e non altro, che in ultima istanza determinerà se l’umanità sarà in grado di raggiungere un senso pieno nella dimensione collettiva senza nulla sacrificare a un senso pieno della propria individualità".
    Claudio Ughetto

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  2. #2
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    si sente spesso affermare che quella ateniese non era una vera democrazia, ma il ragionamento dovrebbe essere capovolto: cos’è il nostro sistema rappresentativo, se furono i Greci a chiamare democrazia il loro sistema diretto e partecipato?
    Cominciamo da qui: questo è un piccolo espediente retorico, che nulla aggiunge e molto toglie alla serietà del discorso: la scelta dei termini è puro nominalismo, quindi litigare su chi ha ragione a dirsi democratico è una perdita di tempo. Parlando di democrazia, convenzionalmente, ci si riferisce alla liberaldemocrazia di massa, per il semplicefatto che in questa epoca storica è la forma imperante di democrazia.

    Questa rivoluzione culturale può compiersi soltanto "con un grande decentramento della politica, con una riassunzione da parte della società di funzioni delegate a istanze trascendenti, ad un recupero di centralità della figura individuale all’interno di comunità restituite al controllo umano (anche per dimensioni e qualità delle chances di vita esperibili), ridisegnate infine secondo criteri non più sussunti dalle condizioni attuali di esistenza alienata".
    punto critico. o meglio punto da chiarire: questo argomento, condivisibile -ma fondamentale non solo per il problema ecologico- è un tema non estraneo alla cultura liberal-democratica. Temi di democrazia partecipativa e di federalismo sono da sempre presenti nella nostra cultura politica, anche quella *ufficiale*. Quindi paiono esagerate le premesse al discorso. La cultura repubblicana ha sempre trovato uditori interessati e poche volte è stata ostracizzata palesemente.


    Io dico questo: è da anni che si parla contro la democrazia e la democrazia rappresentativa in particolare. Ma per far questo non si propone nulla di concretamente attuabile, sembra quasi che parlare con dati empirici valutabili sia limitante.
    Contemporaneamente pochi, pochissimi, autori hanno proposto delle visioni volte a superare -evolutivamente, non dialetticamente- il concetto di liberaldemocrazia, senza salti logici, senza salti all'indietro, poggianti sul superamento dello stato nazionale: non quindi toccare il principio funzionale ma la struttura portante di tale principio, per adattarla ai tempi. Parlo delle teorie federaliste, e delle teorie di democrazia partecipativa meno dogmatiche e meno fantasiose. Bookchin dice molte cose condivisibili. Ma la società municipalista da sola non si regge. Criticare il capitalimo tout-court è un atteggiamento mentale luddista. Organizzare la cosa pubblica in maniera non burocratica è una pia illusione. Piuttosto, al municipalismo deve fare riscontro un organo federale, agli effetti collaterali del capitalismo una società consapevole, alla burocrazia opprimente va sostituita una burocrazia trasparente e *deregolata*.
    saluti

  3. #3
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    credo che le esigenze delle persone siano diventate cosi` complesse e veriegate che una visione municipalista potrebbe anche non bastare. si potrebbe pero` cercare di creare delle strutture che possano essere interemdie fra il cittadino, l`uomo qualunque e lo stato.
    strutture intermedie, territoriali. cio` non toglie che si potrebbe correre il rischio di burocratizzare ancora di piu` la nostra esistenza, e non soltanto essere un beneficio.
    diffiicile effettivamente creare una idea alternativa a quella di democrazie rappresentativa. non mi sembra solo un deficit di fantasia....... pero`.

  4. #4
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    Rispondo qui, perché non riesco a quotare le tue risposte, caro Alberich:

    la distinzione tra i due tipi di democrazia non è solo nominalista, anzi non lo è affatto: lo stesso Noam Chomsky aveva parlato, per le nostre democrazie, come di "oligarchie democratiche" (o qualcosa del genere, spero di ricordare bene). La domanda che bisogna porsi, a mio avviso, è questa: può davvero qualcuno rappresentarci come individui? E, senza essere così radicali, può il voto essere davvero l'espressione di un'opinione, sostituendosi alla partecipazione politica e al ruolo della politica stessa? Le attuali derive popoluste si sono esasperate proprio con il ricorso alla retorica maggioritaria e alla convinzione che personalizzando le scelte elettorali su un paio di candidati l'azione parlamentare si sarebbe alleggerita.
    Questa critica potrebbe sembrare una difesa implicita del proporzionale, oppure del sistema dei partiti. Niente di tutto questo. Si tratta piuttosto di recuperare, adeguandolo alle esigenze della postmodernità, il senso della partecipazione politica, del vivere la politica nell'azione quotidiana. Altrimenti si rischia la piazza, che non è quello a cui si riferisce Bookchin.

    Per q

  5. #5
    Ospite

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    Rispondo qui, perché non riesco a quotare le tue risposte, caro Alberich:

    la distinzione tra i due tipi di democrazia non è solo nominalista, anzi non lo è affatto: lo stesso Noam Chomsky aveva parlato, per le nostre democrazie, come di "oligarchie democratiche" (o qualcosa del genere, spero di ricordare bene). La domanda che bisogna porsi, a mio avviso, è questa: può davvero qualcuno rappresentarci come individui? E, senza essere così radicali, può il voto essere davvero l'espressione di un'opinione, sostituendosi alla partecipazione politica e al ruolo della politica stessa? Le attuali derive popoluste si sono esasperate proprio con il ricorso alla retorica maggioritaria e alla convinzione che personalizzando le scelte elettorali su un paio di candidati l'azione parlamentare si sarebbe alleggerita.
    Questa critica potrebbe sembrare una difesa implicita del proporzionale, oppure del sistema dei partiti. Niente di tutto questo. Si tratta piuttosto di recuperare, adeguandolo alle esigenze della postmodernità, il senso della partecipazione politica, del vivere la politica nell'azione quotidiana. Altrimenti si rischia la piazza, che non è quello a cui si riferisce Bookchin.

    Per quanto riguarda la tua opinione sull'inefficacia di una certa critica alla democrazia rappresentativa, in parte la condivido. Non credo nell'anarchismo puro, come non credo nella gestione puramente economica della società (in senso anarco-capitalista). Credo che lo stato debba essere ridotto, così come il primato dell'economia, in favore dell'interazione politica all'interno di federazioni, quartieri, società, organizzazioni spontanee, associazioni di auto-mutuo aiuto (penso alle banche del tempo...). Questo senza per forza escludere il ruolo del parlamento. Ciò che non condivido è la gestione tecnocratica della politica, com'è adesso.
    Ciao.

  6. #6
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    aspettando il resto dell'intervento -sembra troncato- ti dico:
    -è nominalismo perchè si tratta di connotare un termine.
    -senza scomodare Chomskij, che non amo particolarmente, Weber parlava di dittatura eletta, Schumpeter di cose simili, in generale la corrente elitista parlava di questo già nei primi decenni del '900. Che ci sia un deficit di partecipazione è abbastanza evidente, e il caso Le PEn -ma solo perchè abnorme- ce lo dimostra, e lo ho sempre detto e sostenuto. La soluzione mi convince poco; io dico: federalismo -vero- e principio consensuale, senza andare a toccare il capitalismo -cos'è, poi?- o parlare di municipalismi tout-court.

  7. #7
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    sul terzo paragrafo -finalmente apparso- mi trovo d'accordo con te, in linea di massima.

  8. #8
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    Originally posted by Alberich
    sul terzo paragrafo -finalmente apparso- mi trovo d'accordo con te, in linea di massima.
    Sì, ho avuto dei problemi di connessione di cui mi sono accorto a post inviato. Avrei voluto cancellare il primo post, ma non sono autorizzato in quanto non sono un moderatore...

    Per delucidarti sulle mie opinioni, Alberich, posso dirti che ho sognato l'anarchia come massimo ordine possibile tanti anni fa e tuttora sono affezionato al buon vecchio Kropotkin, mentre l'interesse (ribadisco, puro interesse) per i libertarians (anarco-capitalisti) si è subito scemato in quanto non mi basta la critica allo stato se non si apporta una critica al potere e magari si esalta la situazione imperante attraverso simpatie ego-emotiviste.
    Opinione personale, la mia, e sicuramente discutibile, che ho postato qua e là.
    Per il momento, riguardo alla geopolitica e alla configurazione dell'Europa mi sento federalista in senso deregemountiano e vicino all'idea di "Impero Interiore" che De Benoist ipotizza nel suo libro (ed. Ponte Alle Grazie): democrazia di base, federalismo contro l'inefficacia degli stati nazionali, idea comune e aggregante, capace di contenere comunità e differenze (l'impero evoluto).
    Ciao.

  9. #9
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    purtroppo sono abbastanza ignorante, soprattutto in fatto di nomi. Il mio federalismo è piuttosto un coacervo di Cattaneo, Spinelli, Habermas, Huntington, autori della nuova Sinistra e tanto altro, tra cui l’osservazione dello sfacelo che stanno producendo gli stati nazionali così come sono concepiti oggi. Quanto dici sinteticamente, comunque, mi trova abbastanza d’accordo

  10. #10
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    purtroppo sono abbastanza ignorante
    ... Togliti questa falsa modestia di dosso...

    Ciao.
    Se vuoi amarmi, amami per null'altro che l'amore stesso.
    Non dire mai " io l'amo per il suo sorriso, il volto, il modo di parlare " perchè queste cose col tempo possono cambiare, o cambiare per te.

 

 
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