Dove sta l'Ulivo?

ROSSANA ROSSANDA

C'è un'opposizione o non c'è? Francesco Rutelli ha bacchettato Cofferati, cioè la Cgil, cioè i salariati, lasciandoli soli sotto l'attacco del governo. Due ore dopo che la Cgil aveva lanciato lo sciopero generale. Meno di un mese dopo che erano andati allo sciopero generale assieme, ha fatto proprie le idee di Treu e le posizioni della Cisl di Pezzotta (ma non della Fim-Cisl) e della Uil di Angeletti, che sono cadute nella trappola del governo seppur non gliela hanno suggerita. Niente stralcio dell'articolo 18 ma l'invio a un provvedimento di legge fuori della delega, sul quale Maroni riconfermerà la sua posizione. Niente giusta causa per i nuovi assunti o gli emergenti, quindi a termine niente giusta causa per nessuno. Ma Rutelli parla a nome della Margherita o come leader dell'Ulivo? A questo momento c'è stata una dichiarazione secca del capogruppo del senato Angius, ma la segreteria dei Ds non si è formalmente espressa. Non potrà non farlo. Lo sta facendo mentre scriviamo la corrente diessina di minoranza. Perché i casi sono due, e non c'è mezzuccio che permetta di uscirne: o si sta con il governo o si sta con la Cgil.

Siamo all'ora della verità sia per la coalizione di opposizione sia per i democratici di sinistra. Nascosta finché la Cgil non l'ha imposta suscitando un'adesione di massa che non si conosceva da anni. Essa rivela il fondo ambiguo dell'alleanza di centrosinistra, se appena si vuole qualcosa di più che elettorale, e quello, anch'esso opaco, del congresso di Pesaro dei democratici di sinistra. E' sul lavoro che si esce allo scoperto, quel lavoro che non sarebbe più la questione centrale, come vanno ripetendo da dieci anni a questa parte soggetti sociali e politici della più varia provenienza, compresi quelli che si definiscono più radicali. In verità esso resta il problema dirimente perché nel riconoscimento o non riconoscimento dei suoi diritti, cioè del suo non essere una merce come le altre, fungibile all'impresa e al mercato, sta un diverso e opposto modello di società. Sta la ragione di esistere di una sinistra, e perfino la possibilità di una direzione politica del paese o del continente europeo. Se infatti il mercato diventa l'unico regolatore sociale e la logica d'impresa sostituisce il primato politico del collettivo sociale, è l'interesse privato che diventa primario rispetto all'interesse pubblico (come dice Berlusconi, nell'interesse privato dovrebbe riconoscersi senz'altro quello pubblico), la concorrenza diventa il metro sul quale si misurano obiettivi e senso delle vite, e la competitività prende il posto della solidarietà, per esprimersi nei termini cari al solidarismo cattolico di una volta. Si ribalta l'identità repubblicana dalla quale siamo nati: una vergogna come quella della legge appena varata su - anzi contro - l'immigrazione, parla da sé dell'arretramento dei principi.

E' tanto vero che a questo scombussolamento rimanda l'altrimenti incomprensibile debolezza che il governo di centrosinistra prima e l'opposizione adesso hanno dimostrato sul conflitto d'interessi, sulla proprietà e il fine dell'informazione, sulla divisione dei poteri fra esecutivo e giudiziario, sull'idea stessa di democrazia, ridotta a una partita di rubamazzo: chi ha la maggioranza fa quello che gli pare. La Cgil si è trovata, per la natura di organismo di difesa dei lavoratori, a scoprire questa carta che ha dispiegato tutto il suo valore simbolico. Il governo lo ha confessato. La posta in gioco sull'articolo 18 va molto oltre il diritto specifico di chi lavora, riguarda i diritti. E su questo l'Ulivo deve fare rapidamente chiarezza. Non è un incidente di percorso, è un rivelatore e va trattato come tale.

il manifesto 6 giugno 2002
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