[Bertinotti: «Aiuti condizionati alle garanzie per i lavoratori. Dove è stato fatto l'auto non è in crisi»
«Da qui non se ne va nessuno»
Checchino Antonini
Torino - nostro servizio
«Disperazione e qualunquismo, i mali peggiori che puoi incontrare alle porte di una fabbrica, qui non sembrano esserci. Sembrano soverchiati dal bagaglio di lotte: alle Carrozzerie prevalgono invece elementi di preoccupazione e una rabbia contenuta, ma c'è la diffusa convinzione che siamo a questo punto per colpa della Fiat e del governo». E' un bilancio positivo quello che tira Fausto Bertinotti al termine dell'iniziativa ai cancelli di Mirafiori, prima tappa di una laboriosa giornata torinese che si concluderà solo a tarda sera di fronte a centinaia di persone al comizio di piazza Castello.
La scommessa di Rifondazione comunista - invertire la tendenza alla sottrazione dei diritti avviata negli anni ottanta - riparte da Torino e da quegli stessi cancelli dove si consumò simbolicamente la fine di un lungo ciclo di lotte. E riparte mettendo in connessione stavolta la vertenza Fiat con la campagna referendaria più ampia su articolo 18, scuola e ambiente. «Se qui non c'è disperazione - continua Bertinotti a Liberazione - bisogna capire quanto ciò sia riposto nel fatto che questi lavoratori si sentano inseriti nella grande fabbrica e dunque nel circuito della politica». Il contrario viene esemplificato, per il segretario del Prc, dalla «assoluta disperazione» delle operaie della Palmar, presenti ieri ai cancelli, che scontano, invece, un'assoluta esclusione in quanto piccolissima impresa, frammento neanche tanto impazzito della terziarizzazione che ha sconvolto il pianeta Fiat disgregando i lavoratori. Il nesso, almeno uno dei possibili, è proprio nelle centinaia di firme che operaie e operai in fila ai banchetti si apprestano ad apporre per estendere l'articolo 18 anche a chi non ce l'ha.
«Ristrutturazioni, contratti atipici, delocalizzazioni non hanno mai funzionato - spiega Bertinotti ai cronisti e poi, dal microfono, nei comizi alle porte 2 e 7 - sono stati messi fuori i vecchi, le donne, i malati e quelli "che rompevano". Eventuali assunzioni sono state fatte solo con contratti atipici, o a termine, o di formazione. Così questa azienda che era simbolo della stabilità di impiego, alla fine di un lungo ciclo, è diventata il simbolo dell'incertezza». Il giro di boa Bertinotti lo conosce bene, visto che un capitolo della sua biografia si è dipanato proprio in Piemonte e in questa città, da sindacalista. Ma la disfatta del colosso industriale non era ineluttabile: «in Europa Volkswagen e Renault vantano bilanci diversi - spiega ancora - e la vecchia Francia, che ha difeso l'industria pubblica, compra la Nissan in Giappone mentre chi ha seguito il modello Usa di flessibilità e deregulation mette a rischio i posti di lavoro». Ogni passaggio di Bertinotti mette in discussione i «luoghi comuni di questi anni», e chiede che lo Stato costruisca una differente politica industriale «senza che la valutazione sia lasciata a Fiat e banche che si sono indebitate per investimenti temerari».
Il punto di partenza per «rovesciare la piramide» dovrà essere la difesa dei lavoratori «anche quando si ragioni di restituire valenza strategica alla Fiat. Se lo Stato vuole aiutare la Fiat deve condizionare gli aiuti alle garanzie per i lavoratori. Lì dove è stato fatto l'auto non è in crisi. Qui non se ne va neanche uno! Guai a concedere la mobilità in uscita». E' il ribaltamento del paradigma degli anni ottanta: «Questa linea ha impigrito le aziende che si sono trovate senza innovazione, senza ricerca di prodotto, senza cooperazione per sinergie, senza nuovi modi di organizzazione del lavoro. L'auto è un settore maturo ma è ancora luogo di ricerca e innovazione. Invece, il lavoro è diventato una variabile dipendente ossia carne da macello che, quando il settore tira, paga con l'aumento dello sfruttamento mentre quando c'è crisi paga con i licenziamenti».
Qualcuno chiede al segretario del Prc che cosa ne sarà di questi sei referendum senza l'appoggio ufficiale della Cgil. «Intanto, è cosa buona che sia stato indetto lo sciopero generale: è qui il punto di convergenza. Sull'articolo 18 non si tratta. E se quell'articolo dello statuto dei lavoratori è una questione di dignità, come dice la Cgil, allora va esteso a chi non ce l'ha. Compito del sindacalista non è trattare ma conquistare, con la lotta e con la trattativa». Sì, per Bertinotti oggi si può vincere: «ma la sinistra - avverte - vive solo nella lotta per i diritti». Altrimenti si va verso una competizione feroce verso il basso «che conduce prima alla crisi della coesione sociale poi a quella "guerra civile molecolare" di cui iniziano a parlare i sociologi».
Liberazione 6 giugno 2002
http://www.liberazione.it


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