“Cento di questi giorni!” E mi ritrovo anche stavolta a spegnere le candeline con quel sorriso un po’ scemo. Quante sono? Lo so bene, ma fingo di dimenticarlo. Ogni compleanno è una tortura, una vera tortura, peggio della festa della mamma. Almeno quella passa in fretta e me ne sto chiusa in casa tutto il pomeriggio. Oggi, invece, come l’anno scorso, come due anni fa e come da vent’anni a questa parte, mi ritrovo circondata da un mucchio di persone che festeggiano il mio invecchiare inesorabile. E’ buffo. Uno deperisce, si disfa neanche tanto lentamente, vede estati sempre più pigre e nottate sempre più insonni passare alla velocità di una locomotiva in corsa, e, come non bastasse, deve pure rallegrarsene.
Un bacino veloce a mamma, un pensierino a papà che sta in cielo, un abbraccio a mia sorella e un saluto fintamente sentito al parentado e alle colleghe dell’ufficio. E anche quest’anno è finita. Grazie al cielo. Cosa mi rimane della festa, ora che la baraonda è finita? Montagne di piatti da lavare. Un pavimento che lancia disperati appelli di soccorso. La casa sottosopra. Pacchi e pacchetti ovunque.
Forza, rimbocchiamoci le maniche e diamo una pulita.
Ho quasi finito, e suona il telefono. E’ Lidia. Mi tiene attaccata a quella maledetta cornetta per una buona mezz’ora. Vestiti, feste. Feste, vestiti. Neanche a farlo apposta. Credo di non avere ascoltato una sola parola dell’eterno monologo che mi ha imposto. Ho fissato per trenta lunghi minuti il regalo di mia madre. Un abbonamento al centro di bellezza in Piazza Cinque Giornate.
Che tesoro. Vuole farmi notare neanche tanto velatamente che sembro uno straccio o semplicemente sta cercando di arruolarmi nell’esercito delle siliconate-gonfiate-rifatte-plasticate-eccetera-eccetera? Chissà.
Lidia la smette, finalmente. Forse si è accorta che non me ne frega un bel niente della sua montagna di chiacchiere. Non me ne dispiaccio. Meglio così.
In piedi, in mezzo alla sala. In mano, uno straccio. Il volto stanco segnato dalle prime rughe, lo sguardo fisso verso la parete. Sì, lo so, avevo promesso di non pensarci nemmeno. A quarant’anni suonati non è permesso esagerare. Ma questa sarebbe la prima, e l’ultima volta. In fondo, l’avevo ripromesso solo a me stessa, a me stessa soltanto. Non devo rendere conto a nessuno delle mie decisioni, nemmeno delle più estreme. Solo alla mia coscienza, che mi dice di farlo. Mi dice che quella finestra socchiusa sui tetti e sui viali è più invitante di mille regali e mille telefonate. Mi dice che di male, alla fine, ne senti poco o niente. Giusto quell’attimo. Mi dice che, se devo prendere una decisione, è il momento. Il momento giusto. Ora o mai più, dentro o fuori. Come in un film di Indiana Jones. Un passo, e sono sull’angusto balconcino. L’arietta di Aprile, il rombo dei motori dal basso, dalla strada, la Madonnina qualche centinaio di metri più avanti, tutta d’oro e piccinina sotto il sole della sera, d’oro pure quello.
Mi siedo sulla ringhiera, le gambe che pendono nel vuoto. E’ una sensazione nuova, eccitante. Sotto di me, il piccolo cortile del palazzo. Se crollo a terra, le probabilità di finire addosso a qualcuno, a quest’ora, non sono poi tante. Di certo meno che sul marciapiedi. No, se voglio compiere “l’insano gesto”, come lo chiamavano le suore del collegio, lo farò io sola, come sola sono sempre stata.
Piano piano faccio scivolare le natiche, sempre più esternamente. Lenta, lenta, quasi stessi facendo qualcosa di cui nessuno deve accorgersi. Il vuoto è sempre più consistente sotto i miei piedi. Manca un solo lunghissimo attimo. Non ho affatto paura. Davvero incredibile.
Un suono improvviso. Qualcuno alla porta. E’ un fulmine nel mio cuore. Un lampo. Un tuono. Per lo spavento il mio corpo si lascia andare del tutto verso i sette piani che lo separano dal suolo. Sto per cadere. Sto per farlo. Lo sto facendo? Un decimo, un centesimo di secondo. Vorrei urlare, non posso. Non sono contenta? Ho avuto l’occasione che da due anni ricercavo. Fatalità. Ho avuto ciò che desideravo.
Ma la mano non obbedisce al cuore. E si aggrappa al ferro battuto del balconcino. Disperatamente. L’ultimo istinto, quello di sopravvivere. Appesa per un braccio alla ringhiera. Ora sì che riesco a gridare, eccome. Tiro fuori tutta la voce che ho in corpo, grido. Il braccio mi duole, quanto resisterò? Perché lo faccio? Mollare la presa è molto più facile. Il cervello mi dice di lasciare il ferro, il corpo non obbedisce. Oddio. Oddio. AIUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
AIUTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
La porta di casa si apre di botto. Era rimasta aperta, o l’ hanno sfondata. Chiunque fosse, sta correndo qui. Arriverà in tempo? Quattro secondi, anche meno, ma mi paiono ore. Sto per lasciarmi andare. Anche il corpo vuole arrendersi, non ce la fa più. Le forze mi mancano. Chiudo le palpebre.
Come in una sequenza al rallentatore, vedo le mie dita cedere. Le nocche sbiancate, il braccio teso che molla il balcone. Ecco. E’ fatta.
Ma una mano solida mi tiene stretta. Poi un’altra, a cingermi a fatica il torace. Sono braccia forti che nel giro di pochi istanti mi riportano sul balconcino.
Stremata, apro gli occhi. E’ uno sconosciuto? Sì. Ha un bell’aspetto. Potrebbe avere la mia età, forse un paio d’anni più di me. Ci fissiamo in silenzio. Stiamo ansimando entrambi.
“Signorina, sta bene?”
“Credo di sì.”
“Ma che è successo? Come ha fatto a…”
E adesso che gli dico? Che mi stavo suicidando? Un attimo di esitazione. Cosa-gli-dico, cosa-gli-dico.
“Stavo…riparando la ringhiera. L’ ho fatto spesso, dall’esterno, sa? Non avevo mai avuto problemi. Non soffro di vertigini. Per mettere a posto certe viti si deve per forza fare così. Ma sono scivolata.”
Se la sarà bevuta? Non credo. Troppo assurda. Ma chissenefrega. Cosa dovevo dirgli? Non avevo altre idee.
“Venga, entriamo in casa, e chiamo un’ambulanza”.
Ottobre. Non è un gran mese per sposarsi, ma di normale, di consueto, in questo matrimonio c’è ben poco. Io e Renato abbiamo abitato dieci anni buoni a due piani di distanza e non sapevamo della reciproca esistenza. Timidi come siamo, non eravamo stati capaci di notarci pur vivendo praticamente a contatto.
Ma nel momento più improbabile, nella situazione più assurda, i due sfigati si sono trovati.
Grazie al caso, le loro vite si sono intrecciate. Per sempre. Anzi, per la precisione, è stato grazie a una tazzina di zucchero da chiedere in prestito e a una cretina che voleva buttare via la propria vita come niente. Quasi come si gettano via gli abbonamenti ai centri di bellezza.




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