35 ANNI FA L'OCCUPAZIONE
URI AVNERY
Trentacinque anni dopo la più grande vittoria militare della storia di Israele, siamo nel fango fino al collo. Una sera nell'estate del 1967 fui invitato a tenere una conferenza in un kibbutz sul confine siriano. Poi mi invitarono, com'è consuetudine, a bere un caffè: «La scorsa settimana è stato qui Dado - mi disse l'ospite - Ha raccontato che ogni sera, prima di andare a dormire, prega Dio che Nasser concentri il suo esercito nel deserto del Sinai. Là lo distruggeremo». David Elazar, soprannominato Dado, era all'epoca l'ufficiale in comando del settore nord. Gamal Abd-al-Nasser, il presidente egiziano, era l'idolo del mondo arabo. Mi ricordai di questo discorso poche settimane dopo, quando Abd-al-Nasser sorprese il mondo mandando davvero le sue truppe nel Sinai. Mentre tutta Israele tremava per la paura e la preoccupazione pubblicai nella mia rivista, Haolam Hazeh, un articolo intitolato "Nasser si è infilato in una trappola". La gente pensava che fossi impazzito. La Storia è una vecchia crudele con un perverso senso dell'umorismo e trasforma la vittoria in disastro e viceversa. Durante le "settimane di ansietà", alla vigilia di quella guerra, molti pensavano che l'esistenza stessa di Israele fosse in pericolo. La rapidità e le dimensioni della vittoria, come anche l'estensione dei territori occupati e la conquista del Muro Occidentale, produssero un delirio di gioia che durò per sei anni, fino alla guerra dello Yom Kippur. Il quinto giorno della guerra dei sei giorni scrissi una lettera aperta al primo ministro, Levy Eshkol. Sottolineai che in quel momento, con la Cisgiordania e la Striscia di Gaza occupate dall'esercito israeliano, c'era un'opportunità storica di fare la pace per generazioni. Proponevo di tenere un plebiscito immediato tra i palestinesi, dando loro la scelta di istituire uno stato palestinese, in pace con Israele e con il suo sostegno. La mia non era un'idea estemporanea. Nel corso dei quindici anni precedenti, quando la Cisgiordania era sotto il controllo della Giordania e la Striscia di Gaza dell'Egitto, avevo sostenuto su Haolam Hazeh l'idea di uno stato palestinese come unico modo per raggiungere la pace. Avevo proposto di fornire ai palestinesi armi e denaro, in modo da aiutarli a liberarsi e a istituire il loro stato accanto a quello di Israele. La lettera aperta a Eshkol fu pubblicata il 9 giugno su Daf e successivamente riproposi la stessa idea in modo più dettagliato su Haolam Hazeh il 14 giugno. Allo stesso tempo chiesi al primo ministro un incontro.
Qualche giorno dopo Eshkol mi invitò nel suo studio alla Knesset. Esposi l'idea: il mondo arabo è in stato di shock, i palestinesi sono liberi dal controllo giordano ed egiziano e per la prima volta possono prendere in mano il proprio destino. In una situazione così rara, un'iniziativa coraggiosa può cambiare la coscienza di intere nazioni. La cultura araba rende onore ai gesti generosi dei vincitori nel momento del loro trionfo. Se Israele, ora che ha appena riportato una incredibile vittoria, offrirà ai palestinesi la libertà e l'indipendenza in tutti i territori occupati della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, una nuova era avrà inizio. (...) alcuni mesi più tardi dissi alla Knesset che avevo personalmente verificato le posizioni di tutti i leader principali della Cisgiordania, e tutti quanti mi avevano detto che preferivano uno stato palestinese piuttosto che tornare alla Giordania. Eshkol liquidò il mio discorso sui due piedi. Ma il giorno successivo il suo consigliere per gli affari arabi, Moshe Sasson, mi chiamò. L'incontro ebbe luogo nella Knesset il 19 novembre 1967. Poi Sasson presentò un rapporto al primo ministro. Il passaggio saliente recitava: «Non c'è stata una sostanziale differenza di opinioni tra la mia posizione e quella di Mr. Avnery... (ma) la questione è se gli arabi vogliano tale stato qualora esso non includa Gerusalemme (Est). Poiché non siamo disposti a restituire la parte araba di Gerusalemme, tutto il dibattito su uno stato palestinese diventa astratto. Né io né Mr. Avnery sapremmo indicare uno solo tra i leader della Cisgiordania che sia disposto a sostenere l'idea di uno stato palestinese senza Gerusalemme». Se qualcuno oggi domanda come, 35 anni fa, abbiamo perso un'occasione storica di fare la pace, ecco la risposta.
Traduzione di Marina Impallomeni
il manifesto 6 giugno 2002
http://www.ilmanifesto.it


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