Cantautori di destra, tutti fan (in camicia nera) di Guccini
Resto del Carlino
ROMA — C'era chi cantava l'«eskimo» e chi «la chiave inglese del 36». C'era chi cantava «sulle scale del paradiso» e chi «le bionde trecce e poi...». C'era però anche, allora, chi cantava «oggi è morto un camerata, ne rinascono altri cento». Lo cantavano negli Anni Settanta, continuano a cantarlo oggi. Sono i giovani di destra che ascoltano la «musica alternativa di destra» alla cui storia, ieri, è stato dedicato un seminario. Pochi i presenti, molti i capelli bianchi sul palco, e tutti lì a dire quanto importante è stata per loro la canzone d'autore di sinistra. Amano Guccini, insomma, e Fabrizio De Andrè. Li amano per la musica, ma soprattutto per i testi. Perché ne apprezzano la forza iconoclasta, lo spirito antiborghese, la retorica popolare. Sono fascisti, ma «fascisti di sinistra».
Come Francesco Mancinelli, che parla di «esperienze esistenziali» più che di «militanza politica», che ora, alla ricerca delle radici, fa quasi esclusivamente musica folk (dalla celtica alla meridionale) e che nel '78 ha cominciato così: «Ero di destra, ma la destra ha sempre avuto un pessimo rapporto con la cultura e la musica. Avevo letto Gramsci, pensavo che l'identità politica scaturisse dal basso, dalla società... anche dalla musica». Ha messo mano a penna e chitarra, allora, e ha scritto e suonato canzoni per orecchi di destra. Ma sempre ascoltando quelli «di sinistra», cosa che lo spinge fino all'apologia de La locomotiva di Guccini («un testo jungheriano») e lo avvicina a Claudio Lolli «che cantava il disagio sociale», al Branduardi «genio del folk», a De Andrè «faro della musica tradizionale». «Eravamo ragazzi come gli altri, ma senza canzoni nelle quali riconoscerci», dice Stefania Paternò, della Compagnia dell'anello di Padova. Cominciò nel '74 con Mario Bortoluzzi, che oggi ristruttura banche e che allora fu iniziato alla chitarra «da un compagno di Stella rossa». Prima canzone: «Padova, 17 giugno '74», quando le Br uccisero due loro «camerati» del Msi.
Tra solisti e gruppi, sono un centinaio. Massimo Morsello, «Il De Gregori nero», morto lo scorso anno dopo aver fondato il movimento di estrema destra Forza Nuova, era forse il più noto. Ci sono gli Amici del vento di Milano, gli Zpm di Verona, i 270bis di Roma guidati da Marcello De Angelis, direttore della rivista della Destra sociale Area. E poi Gabriele Marconi, Renato Colella e Leo Valeriani, che, con Castellacci ( quello che cantava «le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera») e Pingitore fondò il Bagaglino: prima (ed ultima) irruzione della destra nel mondo del teatro, anche se cabarettistico. E' gente che si autoproduce i dischi e che col partito (l'Msi-An) ha un rapporto conflittuale. Gente che è stata in Terza posizione, e i cui testi parlano spesso di identità, di tradizione, di difesa degli oppressi, di ecologia, di valori, della gloria dei vinti (dalle Ss ai repubblichini, naturalmente), fino alle tematiche no-global. Perché, come dice Mancinelli, «la critica all'Occidente nasce a destra». E quasi quasi vorrebbero condividerla con la sinistra. «Incontrare Guccini e magari cantare con lui»: è questo il sogno impossibile del «fascista» Bortoluzzi.




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