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Discussione: Destino Manifesto

  1. #1
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    Predefinito Destino Manifesto

    Nel 1845 John O'Sullivan, in un editoriale comparso su Democratic Review, coniò la celebre formula del Destino Manifesto per indicare l'inevitabile processo di espansione degli Stati Uniti nei territori occidentali ancora non civilizzati. Secondo O'Sullivan, Dio stesso avrebbe assegnato l'America settentrionale al popolo statunitense per abitarlo e redimerlo, per espandere le virtù repubblicane di democrazia e libertà. Rispetto all'antica concezione puritana di missione salvifica e provvidenziale, tesa all'evangelizzazione e alla conversione dei popoli, O' Sullivan auspicava un allargamento della sfera politica ed istituzionale degli Stati Uniti, una affermazione della Costituzione e delle leggi americane.

    Nel 1630 John Winthrop, primo governatore della Massachussets Bay Colony, pronunziò sulla nave Arbella il discorso della "città sulla collina" (a city upon hill), un modello di comunità cristiana, fondata sul patto con Dio, esempio di virtù evangelica. La città era però isolata dal resto del modo, protetta dai cattivi influssi esterni, dal male che permeava il resto del mondo: non vi era ancora la spinta per una espansione ed una redenzione delle nazioni corrotte, in primis di quell'Inghilterra che aveva nei fatti espulso i Padri Pellegrini per le loro idee e la loro fede, pura e genuina.

    L'ideologia degli emisferi separati, di una nazione santa - gli Stati Uniti - separata e divisa dall'Europa corrotta e moralmente decadente, torna con Thomas Jefferson, che in una lettera del 1808 indirizzata al successore James Madison arriva a parlare di empire of liberty, di impero della libertà, esteso fino all'estrema punta settentrionale del continente, in grado di ricacciare sull'altra sponda dell'oceano gli inglesi, e di dare inizio ad una nuova era per l'umanità.

    A ben vedere, anche Thomas Paine in Common Sense si era reso conto che la sottomissione all'Inghilterra danneggiava in modo irreparabile ogni possibilità di sviluppo delle colonie, costrette a pagare, in termini di forze umane ed economiche, le sanguinose guerre dinastiche del Vecchio Continente. Era pertanto necessario ottenere l'indipendenza, per salvaguardare la libertà dei commerci con tutte le nazioni disponibili ed interessate al mercato americano.

    John Adams fin dal 1776, anno della Dichiarazione d'Indipendenza, si impegnò a stendere il cosiddetto Model Treaty, il trattato-modello che doveva essere stipulato con quei paesi disponibili ad assicurare agli Stati Uniti libertà di commercio e di navigazione, senza implicazioni politiche e militari. Adams pertanto rifiutò, sin dal primo momento, quei trattati -spesso segreti- condizionanti e limitanti, che potevano soffocare la libertà e la sovranità appena conquistate dalle colonie. Era assolutamente necessario, nell'ottica dei Padri Fondatori, evitare qualsiasi coinvolgimento nelle future guerre europee. La città doveva stare sulla sua collina, isolata dall' old diplomacy europea, e da ogni possibile ingerenza esterna.

    In realtà, solo due anni dopo, nel 1778, gli Stati Uniti si videro costretti loro malgrado a sottoscrivere un Trattato di alleanza militare con la Francia. L'art. 11 di tale accordo impegnava gli USA a preservare le colonie francesi presenti sul continente americano da ogni attacco esterno, in perpetuo. La guerra contro gli inglesi richiese quindi un atto esplicitamente in antitesi ai principi esposti nel Model Treaty. I Padri Fondatori ben presto si pentirono di tale scelta, e dopo alterne vicende si arrivò alle denunzia dei patti nel 1793, quando il Presidente George Washington proclamò la neutralità americana nonostante la richiesta d'aiuto del regime rivoluzionario francese, impegnato nel conflitto contro le altre potenze europee.

    Lo stesso Washington, nella sua lettera di commiato (Farewell Address) datata 1796, e indirizzata al successore Adams, esortò i futuri leader americani a non contrarre alleanze permanenti con altre nazioni, e porre così fine a ulteriori intromissioni europee. Il Presidente ed eroe della guerra di indipendenza espressere grande ottimismo sui destini del suo paese, che sarebbe presto divenuto "una grande nazione". Egli rivendicò la diversità, l'unicità e l'eccezionalità americana nei confronti dell'Europa.

    (1. Continua)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Destino Manifesto

    Approfondiamo un poco i contenuti della prima parte, aiutati anche da una piccola galleria fotografica:





    A bordo della nave Arbella, a poche miglia dalla costa del Massachussets, John Winthrop pronunciò il suo celebre discorso "A Model of Christian Charity ", con il quale esortò i coloni a costruire una Nuova Inghilterra retta dalla legge divina, esempio di carità e virtù cristiana, rispettosa del Patto con Dio, violato dalla vecchia terra d'origine con la progressiva istituzionalizzazione della Chiesa anglicana e le persecuzioni nei confronti dei puritani. Il sermone di Winthrop indicava la via di una purificazione e dell'instaurazione di una nuova alleanza con la divinità. In America si sarebbe quindi costituita una Repubblica fondata sulla santità e sul rispetto della Parola di Dio:

    For we must consider that we shall be as a city upon a hill. The eyes of all people are upon us. So that if we shall deal falsely with our God in this work we have undertaken... we shall be made a story and a by-word throughout the world. We shall open the mouths of enemies to speak evil of the ways of God... We shall shame the faces of many of God's worthy servants, and cause their prayers to be turned into curses upon us til we be consumed out of the good land whither we are a-going

    (Per il testo completo del sermone: City upon a Hill - Wikipedia, the free encyclopedia )



    John Adams, Padre Fondatore e II Presidente degli Stati Uniti (1797-1801), nel 1776 scrisse un Model Treaty, un modello di trattato sul quale basarsi per la stipula di alleanze di tipo meramente commerciale con le altre potenze. Sostenne la necessità di evitare ogni coinvolgimento degli Stati Uniti nelle future guerre europee, riprendendo il suggerimento di Thomas Paine. Nelle sue intenzioni, qualora una delle due parti contraenti fosse stata coinvolta in un conflitto, l'altra avrebbe potuto continuare a commerciare liberamente anche con gli avversari del proprio alleato. Erano poi salvaguardati i diritti di navigazione dei neutrali.

    (Per maggiori dettagli: Office of the Historian - Milestones - 1776-1783 )



    Nella foto, la prima pagina della lettera di commiato di George Washington, scritta nel 1796 sul finire del suo mandato presidenziale, e indirizzata al successore Adams (in realtà pubblicata e destinata all'intero popolo americano). Washington, deluso per le feroci liti fra democratici-repubblicani di Jefferson e federalisti di Hamilton, decise di non ricandidarsi, ma approfittò di tutta la sua influenza per chiedere ai futuri governanti degli Stati Uniti di non stipulare mai più alleanze permanenti con altre nazioni. Il patto franco-statunitense del 1778, che obbligava i secondi a tutelare con le armi le colonie dei primi, si era rivelato condizionante e limitante. Il Farewell Address venne spesso citato dagli esponenti isolazionisti di '800 e '900, per contrastare l'entrata in guerra degli Stati Uniti nelle due guerre mondiali, e per ribadire l'eccezionalità della nazione americana, che non doveva confondersi con il resto del mondo, fonte di corruzione e di vizio.

    (Per il testo completo: Washington's Farewell Address - Wikisource )



    Thomas Jefferson, riprendendo la tradizione inaugurata da Washington, scrisse una lettera al successore James Madison, nella quale parlò di "empire for liberty" e di espansione della sfera di virtù repubblicane sull'intero continente americano:

    "We should then have only to include the North in our confederacy, which would be of course in the first war, and we should have such an empire for liberty as she has never surveyed since the creation: I am persuaded no constitution was ever before so well calculated as ours for extensive empire & self government."

    (Fonte: Empire of liberty (Quotation) - Thomas Jefferson Encyclopedia )
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 07-09-09 alle 12:51

  3. #3
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    Predefinito Rif: Destino Manifesto

    Nel 1823 la cosiddetta "Dottrina Monroe" (scritta in realtà da John Quincy Adams) ribadì sostanzialmente che il continente americano era chiuso alla colonizzazione europea. Gli Stati Uniti avrebbero considerato ogni ulteriore ingerenza esterna come un attacco ai propri interessi strategici e vitali; a loro volta, in cambio, si impegnavano a non intromettersi nelle faccende del Vecchio Continente. Il principio dell' "America agli americani" sanciva la supremazia degli statunitensi su tutto l'emisfero occidentale.

    Il processo di espansione continentale, e della progressiva espulsione delle potenze coloniali, iniziato ben prima della Dottrina Monroe, è stato sempre considerato un pilastro dell'eccezionalismo americano. Tale ascesa, infatti, era inevitabile e quasi scontata, data la manifesta superiorità dei valori repubblicani statunitensi. Nel 1785 la Land Ordinance anticipò le disposizioni della più famosa Ordinanza del Nord-Ovest che consentì di ordinare e civilizzare i territori compresi fra Monti Allegheni e fiume Mississippi acquistati con gli accordi di Parigi del 1783 dagli inglesi sconfitti. Venne creata una sorta di griglia riproducibile all'infinito, basata su "cellule", ovvero su sezioni da un miglio quadrato l'una, a loro volta ricomprese in distretti amministrativi e regioni. Le nuove aree non erano ridotte a colonie, ma a territori in grado di chiedere ed ottenere, una volta raggiunta una certa popolazione (60.000 abitanti), la qualifica di Stato dell'unione, al pari dei 13 Stati fondatori.

    Nel 1803 Jefferson acquistò da Napoleone la Louisiana, con l'intesa che persino i creoli di antichissima derivazione francese, di religione cattolica, sarebbero divenuti senza difficoltà cittadini degli Stati Uniti. Nel 1812 la guerra contro gli inglesi permise per un certo tempo l'occupazione di Toronto, capitale del Canada, ma il sogno di un impero esteso fino all'estremo nord, auspicato da Jefferson, sfumò. Nel 1819 con il Trattato Adams-Onis venne comprata la Florida spagnola, mentre l'anno precedente grazie all'accordo con gli inglesi iniziò una colonizzazione congiunta dell'Oregon (allora ben più esteso dello Stato omonimo).

    Questi accordi oggi spingono gli storici a definire l'espansione continentale come una semplice questione di politica estera, basata quindi su trattati, transazioni finanziarie, rapporti fra diplomazie. In realtà, alla base dell'allargamento del territorio statunitense vi era un piano preciso di lungo periodo, ideologicamente sostenuto. La Repubblica poteva rafforzarsi ed estendersi solo con un accrescimento, territoriale e qualitativo, della sfera di libertà e democrazia: gli europei andavano a poco a poco estromessi dal continente, e la frontiera doveva procedere sempre più verso Ovest, per redimere e salvare terre non civilizzate, segnate da una natura selvaggia e ostile, da popolazioni indiane riottose.
    Secondo Frederick Turner (La Teoria della Frontiera americana, 1893), proprio l'avanzamento della frontiera rendeva unici ed eccezionali gli Stati Uniti. I pionieri erano uomini coraggiosi e caparbi, pragmatici ed ottimisti, pronti a sacrificarsi in nome della virtù.

    Nel 1845, O' Sullivan scrisse il suo articolo sul Manifest Destiny. Non si trattava di una data casuale: nello stesso anno, il Presidente Tyler nell'ultimo scorcio del mandato aveva presentato e fatto approvare una risoluzione per l'annessione del Texas (repubblica indipendente dal 1836). Il successore Polk promise l'affermazione della sovranità statunitense sull'intero Oregon, fino al 54° parallelo (molto più a nord degli attuali confini col Canada), con l'obbiettivo di raggiungere in prospettiva le coste bagnate dall'Oceano Pacifico. Nel 1846 venne raggiunto un compromesso, e gli Stati Uniti si fermarono al 49° parallelo. Allo stesso tempo, iniziò la guerra col Messico, e due anni più tardi vennero annessi anche New Mexico ed Arizone (Trattato di Guadalupe-Hidalgo).

    Queste le informazioni più importanti, dal punto di vista diplomatico-militare, sull'espansione continentale, appassionatamente auspicata da O'Sullivan, e diretta da Presidenti che si rendevano ben conto della necessità di un avanzamento della sfera della civiltà. Nella prossima parte, analizzeremo con più efficacia l'aspetto idealistico, ovvero la molla ideologica in grado di muovere gli uomini in terre così ostili e lontane, fino a rendere grande - così come previsto da Washington - la nazione americana.

    (2. Continua)
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 06-09-09 alle 18:33

  4. #4
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    Predefinito Rif: Destino Manifesto

    "Dio ha predestinato grandi cose per la nostra razza...
    siamo i pionieri del mondo... l'egoismo nazionale è una filantropia senza limiti"

    H. MELVILLE, White Jacket


    In occasione della guerra contro il Messico (1846-48) la febbre della conquista si alzò a tali livelli che vari giornali e movimenti d'opinione auspicarono l'annessione dell'intero territorio messicano. Quali furono le giustificazioni portate a sostegno di questa richiesta? William Swain, direttore del Public Ledger di Philadelphia, con grande enfasi proclamò che una eventuale espansione fino in America Centrale avrebbe permesso di "trasferire le vaste risorse messicane per il bene degli USA e del mondo, redimere il popolo messicano dall'anarchia, dalla tirannia, dallo sconforto, assicurare la sicurezza, la civiltà, il progresso".

    Il Boston Times assicurò che l'annessione sarebbe stata "una benedizione per i conquistati, e la responsabilità degna di un grande popolo che si appresta a rigenerare il mondo, proclamando il primato dell'umanità sulle disgrazie della nascita e della fortuna". Democratic Review, che aveva ospitato l'editoriale di O'Sullivan poco tempo prima, aggiunse: "non è nella natura delle cose che una razza di intraprendenti avventurieri permetta che ricche miniere e terre fertili rimangano inoccupate, solamente perchè esse ricadono sotto la competenza di un governo il cui popolo è troppo imbecille per sfruttarle". Ma era lo stesso O'Sullivan a mettere in dubbio la civilizzabilità di una popolazione, come quella messicana, cattolica e di lingua spagnola, inquinata dal meticciato. Alcuni proposero quindi di porre un confine in grado di salvaguardare la separazione fra razze (colour line).


    Il senatore della Pennsylvania - e futuro Presidente - James Buchanan dichiarò che "la Provvidenza aveva assegnato agli Stati Uniti una missione grande ed importante...diffondere la benedizione della libertà e delle leggi cristiane da una parte all'altra dell'immenso continente americano". Il deputato dell'Ohio William Sawier sostenne che gli USA "avevano ricevuto i loro diritti...dal Creatore, dal destino". Il senatore repubblicano Albert Beveridge definì il popolo americano come una "razza conquistatrice", non per brame di dominio, non per sete di potere, ma per portare al mondo "un nuovo giorno di libertà".

    Nel 1895 John Fiske scrisse su Harper's Magazine un editoriale intitolato "Manifest Destiny", nel quale affermava che gli anglosassoni avevano il diritto di esercitare la loro supremazia nell'emisfero occidentale e in Estremo Oriente, in quanto superiori dal punto di vista dell'organizzazione economica e sociale, nonchè per la loro indiscussa capacità di promuovere una civilizzazione pacifica ed ordinatrice. Solo gli Stati Uniti potevano pacificare e stabilizzare le relazioni internazionali, portando beneficio al mondo e all'umanità tutta. Gli americani erano predestinati a compiere questa missione, e il primato statunitense disegnava una gerarchia fra popoli civilizzati e non: solo i popoli più forti potevano sopravvivere. Darwinismo sociale e filosofia di Herbert Spencer - non più Dio - permeavano questa visione propagandata da Fiske. Il Destino Manifesto poteva ormai fare a meno di motivazioni prettamente religiose.

    La vena religiosa non venne però meno con Josiah Strong, che in "Nostra Nazione" ribadì la missione essenzialmente evangelizzatrice degli Stati Uniti, i quali dovevano convertire o scacciare i pagani dal continente e dal mondo. Per giustificare la conquista delle Filippine (1898, guerra contro la Spagna) il Presidente McKinley arrivò ad affermare che Dio gli era apparso in sogno per conferirgli l'incarico di cristianizzare l'arcipelago.

    (3. Continua)


    E ora, prima della quarta e ultima parte, che tratterà del rapporto fra eccezionalismo e interventismo/isolazionismo, una piccola galleria fotografica:



    Nella foto John O'Sullivan, che nel 1845 scrisse il suo celebre editoriale su Democratic Review, con il quale introdusse il concetto di Destino Manifesto e chiese, dopo l'annessione del Texas, ulteriori espansioni sul continente, assegnato al popolo americano direttamente dalla divina provvidenza, col compito di "realizzare il grande esperimento della libertà e dell'autogoverno federale". Secondo O' Sullivan gli USA erano la "nazione del progresso umano". "Il futuro a lungo termine, il futuro dell'eternità" non poteva che essere "l'era della grandezza americana...la nazione delle molte nazioni è destinata a manifestare all'umanità la virtù dei principi divini".

    Il testo completo dell'editoriale di O'Sullivan:
    "Annexation"


    Nella foto, John Fiske, che nel 1895 introdusse un nuovo significato di "Destino Manifesto", non più imperniato sulla religione, e sulla semplice diffusione delle istituzioni americane. Infuenzato per certi versi dal social-darwinismo, Fiske accennò alla gerarchia fra le razze, e all'innata superiorità del popolo statunitense per motivi di ordine sociale ed economico, nonchè etnico. Si era ormai ad un passo dall'età di espansione imperiale degli Stati Uniti, al di là degli stessi confini continentali.

    NOTA: Gran parte delle citazioni è presa da Mario Del Pero, Libertà e impero: gli Stati Uniti e il mondo, Laterza 2008, p. 121-133.
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 07-09-09 alle 13:57

  5. #5
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    Predefinito Rif: Destino Manifesto

    Alcuni lettori si saranno forse stupiti dalla rassegna di documenti così distanti fra loro, dal punto di vista cronologico e soprattutto contenutistico. Siamo passati dal Farewell Address di Washington, all'articolo di O'Sullivan, che incita all'espansione senza freni, a livello continentale e in prospettiva su scala globale. In effetti, l'eccezionalismo, ossia la convinzione che il popolo americano abbia ricevuto da Dio una missione salvifica e provvidenziale da compiere, a beneficio proprio e dell'intera umanità, ha portato gli Stati Uniti - convinti di essere una nazione unica al mondo, con un destino già scritto che si svela da sè - a scegliere, di volta in volta, l'interventismo e l'isolazionismo.

    Lo abbiamo visto con John Winthrop, e il suo discorso dedicato alla città sulla collina, alla comunità cristiana modello destinata a stupire il mondo. L'Inghilterra viziosa e decadente, l'anglicanesimo corrotto ed istituzionalizzato, sempre più vicino al cattolicesimo pure ripudiato, era rifondata su una collina isolata presso le coste del Massachussets, piccola porzione di un Nuovo Mondo tutto da esplorare e da conquistare, ovvero da redimere e da salvare. Una città comunque staccata dal Vecchio Mondo, ormai perso ed irredimibile, a causa del tradimento del Patto con Dio. Winthrop predicava virtù, ma senza spingersi a profetizzare la conversione forzata del resto del mondo.

    Per lungo tempo, l'allargamento della frontiera e della civiltà rimase un fenomeno confinato a livello continentale. I Padri Fondatori - Adams, Washington, Jefferson - certo auspicavano una supremazia americana sull'emisfero occidentale, poi sancita da Monroe nel 1823. Nel Common Sense di Paine, nel Model Treaty, nel Farewell Address, vi era tuttavia un invito a rigettare legami troppo stretti, condizionanti e limitanti, con le potenze dell'Europa, a mantenere divisi e separati gli emisferi, con l'unica eccezione dei rapporti commerciali ed economici. Trattati politici e militari andavano rifiutati, onde evitare limitazioni alla sovranità degli Stati Uniti, e obblighi pericolosi per il futuro. La stessa Dottrina Monroe, se da un lato affermava la posizione preminente degli USA sul continente ("America agli americani") d'altra parte prometteva agli europei che non vi sarebbero mai più state ingerenze nei loro affari. Gli emisferi si dovevano ignorare, per consentire a ciascuno uno sviluppo autonomo, senza indebite intromissioni.

    O' Sullivan fu l'alfiere ideologico dell'espansione delle virtù repubblicane degli Stati Uniti, tradotte non solo in inviti alla conversione e all'evangelizzazione, ma all'affermazione indiscussa delle istituzioni politiche americane su territori selvaggi e non civilizzati. Fiske arrivò al punto da disegnare una gerarchia fra razze, e a proiettare su raggio planetario l'avanzata della civiltà statunitense, superiore da ogni punto di vista. Saranno poi altri, con maggiore forza ed efficacia (e soprattutto con maggiori risultati concreti) ad espandere sul globo i valori dell' american way of life. Gli accidenti della storia, la guerra contro la Spagna, i due conflitti mondiali, porteranno ad una penetrazione politica, economica, culturale in luoghi talora lontanissimi dal continente.

    All'interno del dibattito politico statunitense, ad ogni modo, si levarono spesso voci contrarie ad ulteriori avanzate degli Stati Uniti, connesse poi con impegni sempre più gravosi e difficoltosi. Henry Cabot Lodge, senatore repubblicano, contrastò in ogni modo il programma wilsoniano circa la costituzione di una Società delle Nazioni, vista come una organizzazione limitante della sovranità americana. Egli pretese che tale Società rispettasse la Dottrina Monroe, e che non vi fossero obblighi di sorta a proposito di eventuali partecipazioni statunitensi a missioni della Società in funzione di garanzia del diritto internazionale. Wilson rispose negativamente, e il Senato dominato dai repubblicani bocciò il Trattato di Versailles.

    Nel secondo dopoguerra, Robert Taft, figlio del Presidente William Howard Taft (1909-1913), denunciò le politiche di riarmo di Truman, che a suo avviso rischiavano di trasformare l'America in un "garrison state" (stato-fortezza), nemico della democrazia e della libertà. L'Alleanza Atlantica contraddiceva e tradiva il severo invito di Washington ("gli Stati Uniti non debbono contrarre alleanze permanenti"), impegnava gli Stati Uniti ad una battaglia ideologica e mondiale che metteva a rischio la sopravvivenza dell'America stessa. Le posizioni di Taft, a ben vedere, non erano isolazioniste in senso assoluto, ma si richiamavano proprio agli antichi insegnamenti dei Padri Fondatori: l'America, da nazione eccezionale, non poteva confondersi con il resto del mondo, irrimediabilmente corrotto e perduto, fonte di conflitto e di lacerazione, minaccia per la virtù, onda violenta contro la città sulla collina.

    Alla fine, come la storia insegna, prevalsero anche in campo repubblicano le frange interventiste, quelle maggiormente ispirate dai toni entusiasti di O' Sullivan (che pure era sembrato perplesso sull'opportunità di annettere l'intero Messico). L'eccezionalismo divenne qui fonte di intervento diretto per redimere e salvare il mondo, per convertirlo alla virtù e alla civiltà, per donare alle altre nazioni le istituzioni americane, i benefici della democrazia e dei valori espressi dalla Costituzione degli Stati Uniti. Direbbero alcuni, per imporre gli stili di vita, il modello americano. Anche a costi di stipulare alleanze permanenti, anche a sacrificio di migliaia e migliaia di soldati. "L'egoismo nazionale è filantropia senza limiti".

    Storici, commentatori ed opinionisti si sono ovviamente divisi sulla vera natura degli Stati Uniti. La New Left, a partire dagli anni '60, ha giudicato la storia americana nè più nè meno come la storia di un impero a caccia di nuovi territori e nuovi mercati. Thomas Bender, in "A Nation among Nations", vede nel percorso americano tanti punti in comune con altri imperi, coevi e non. Eccezionalismo e unicità sarebbero pertanto solo una costruzione ideologica statunitense, usate per giustificare una espansione a danno di altri popoli e altre civiltà. Storici come Frederick Merk e Dexter Perkins, invece, sottolineano il carattere anti-coloniale della guerra d'indipendenza, che renderebbe un ossimoro la definizione degli Stati Uniti come un impero, per lo più malvagio e rapace.

    Non intendo dilungarmi sulle opinioni delle scuole storiografiche, ma a conclusione di questo piccolo (e insufficiente) excursus su Destino Manifesto ed implicazioni dell'eccezionalismo, mi piacerebbe ricordare che una intera epoca - lo si voglia o no - è stata segnata dall'articolo di O'Sullivan, dall'entusiasmo per l'espansione, dall'incrollabile convinzione che gli Stati Uniti dovevano portare a compimento una speciale missione affidata loro da Dio. Un pò arrogante, forse, ma se oggi l'America è una grande nazione... dobbiamo ammirare chi, con spirito di sacrificio e laboriosità inesausta, l'ha donata al mondo.


    (4. Fine)
    Ultima modifica di FalcoConservatore; 07-09-09 alle 16:31

 

 

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