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    Politica ... "malavitosa"




    ENNA - notizia inquietante da Enna, in Sicilia ... deputato regionale dei Democratici di Sinistra (DS) ... è indagato per associazione mafiosa !
    http://209.85.135.104/search?q=cache...lnk&cd=1&gl=it

  2. #2
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    Predefinito Scotti dica di più, di Davide Giacalone

    Gli anni che vanno da 1992 al 1994, vale a dire dalle ultime elezioni politiche regolari alle prime della così detta seconda Repubblica, sono ancora coperti dalla melma della bugia, del non detto, del rimosso, dell'occultato. I presunti storici che si sono fin qui cimentati (alla Ginzborg, per intenderci) hanno partorito opuscoletti propagandistici d'infantile conformismo. Più interessanti le testimonianze e le memorie, tanto quelle provenienti dalla sinistra che fu comunista, o dallo schieramento politico dell'allora maggioranza, quanto quelle vergate da magistrati che furono in “prima linea”. Da quelle memorie si riparte, essendo ancora presto perché parlino le carte.

    Ora è Vincenzo Scotti a prendere la parola (“Un irregolare nel Palazzo”, Edizioni Memori), con un libro estremamente interessante, che, però, lascia insoddisfatti in uno dei passaggi cardine. In un certo senso l'autore rivendica il suo sacrosanto diritto di restare democristiano.
    Il libro va letto tutto, perché l'orgogliosa ricostruzione di una vita politica e la rilettura del ruolo della Democrazia Cristiana, sono elementi utilissimi alla comprensione di un uomo e di una storia che è parte della nostra storia. Quindi mi scuso se mi soffermo solo su un punto. Scotti cerca di inquadrare il clima che accompagnò la fine di un sistema politico, così che chi vinse le elezioni nel 1992 non si trovava più sulla scheda elettorale nel 1994 (concetto, questo, sul quale non si rifletterà mai abbastanza). Scrive Scotti che in quei frangenti: “elementi di verità ed interessate esagerazioni venivano a mescolarsi e su di loro pesava la volontà delle forze del nostro capitalismo familiare, questa volta d'intesa con il capitalismo transnazionale, non solo di eliminare tanti lacci e laccioli di un interventismo pubblico non in linea con le tendenze del mercato globale, ma anche di impadronirsi a buon mercato, dello sterminato patrimonio di imprese e di beni di proprietà pubblica”. Questa affermazione si trova all'inizio del libro, ma non viene più ripresa né approfondita. Peccato, anche perché Scotti, con ogni probabilità, ha altre cose da dire.
    Ancora più assordante è quel che tace più oltre, tirando direttamente in ballo Vincenzo Parisi, allora capo del Dipartimento di Pubblica Sicurezza e capo della Polizia. Passaggio decisivo, perché più fonti attribuiscono a Parisi quel che Scotti appena accenna: “Parisi aveva più di una percezione che fosse in atto un progetto di destabilizzazione dei poteri politici e che i partiti democratici erano ormai estremamente deboli mentre forze sostitutve e alternative erano già scese in campo.



    Il generale Pisani (allora capo di Stato Maggiore dei Carabinieri, n.d.r.) giunse a dire: 'Tra un anno voi non ci sarete più'”. Ci si rende conto di quel che significa? I vertici della sicurezza democratica (Scotti era, allora, ministro degli Interni) avevano la cognizione di un disegno teso a scardinare l'ordine politico e statuale. Ma Scotti non ci dice niente di più, salvo domandarsi, assai velenosamente: “come mai all'inizio del '92, la mafia riuscì ad alzare lo scontro con lo Stato, mentre iniziava la 'rivoluzione giudiziaria'?”. E qui aggiungo io una cosa, che Scotti tralascia: l'attacco della mafia si era già fatto sentire con omicidi come quello di Scopelliti e Lima, ma raggiunse il calor bianco con l'eliminazione di Giovanni Falcone. Falcone, allora avversato dalla sinistra giudiziaria, guidata da Luciano Violante, attaccato pubblicamente da Leoluca Orlando, era anche alla vigilia di un incontro con il procuratore russo che indagava sui fondi distratti da uomini del Kgb, il servizio segreto sovietico. Era, insomma, sulle tracce del flusso di denaro che partiva dal comunismo sovietico ed irrorava le casse (come da essi stessi riconosciuto) tanto dei comunisti occidentali, italiani compresi, quanto di imprese economiche apparentemente regolari. Erano le similitudini con il sistema mafioso che portavano i due magistrati a collaborare.
    Ma, purtroppo, Scotti non ritiene di dirci di più. Forse non sa, forse solo immagina, di certo non scrive. Ci consegna, però, un ultimo, importantissimo indizio politico. Ci dice di essersi recato da Craxi per renderlo partecipe delle preoccupazioni che gli trasmettevano Parisi e Pisani, ma di averlo trovato scettico e disinteressato. Era già scoppiato il caso Chiesa (il “mariuolo”, come assai imprudentemente lo definì), ma Craxi pensava che tutto sarebbe rimasto sotto controllo e che, con l'elezione di un democristiano (Forlani) alla presidenza della Repubblica ed il ritorno di sé stesso a Palazzo Chigi, non c'era niente da temere. Scotti scrive di essere uscito impressionato da tanta sottovalutazione dei problemi. Ci racconta, però, di avere incontrato nuovamente Craxi dopo l'elezione di Scalfaro, e di averlo trovato furente e spaventato, oramai consapevole che il sistema stava crollando e convinto che sarebbe crollata anche la dc, non solo il psi.
    Il tutto a distanza di pochissimo tempo e con la sola novità dell'elezione di Scalfaro.



    Ecco, voglio osservare che è un gran bene che su queste cose si cominci a ragionare, ma è un gran male che lo si faccia dicendo e non dicendo, in modo, insomma, reticente. La mancata comprensione di quei mesi, la palude di bugie nella quale li si immerge, è la base sulla quale si fonda un sistema pericolosamente instabile e, come lo stesso Scotti scrive, incapace di produrre politica. Purtoppo l'autore, in questo caso, segnala il buco ma non dice nulla sulla sua natura. Io segnalo il libro, sperando che Scotti trovi la forza di andare oltre.

    Davide Giacalone
    www.davidegiacalone.it

    .................................................
    tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/Rep...i/message/2289

  3. #3
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 10 agosto 2005

    Quanti ipocriti moralismi tra famigli e cugini

    L’estate si rivela una stagione di veleni senza precedenti

    di Marco Bertoncini

    Se qualcuno, in politica, parla di “sociale”, di fini sociali, di scopi sociali, di utilità sociale, d’interessi sociali, e insomma sventola la bandiera della socialità, si può star certi che vuol mettere la mano nel nostro portafogli. Chi invoca il “sociale”, infatti, vuole introdurre nuove forme impositive, aggravare le tasse esistenti, marcare novelli obblighi. In politica, ordinariamente, la socialità ammanta interessi o propri o di gruppo o zona o categoria, mascherati da fini sublimi, meritevoli a priori di appoggio.
    Medesima diffidenza occorre esprimere quando in politica qualcuno viene a farci la morale. Chi agita la questione morale si colloca per ciò stesso in alto, rimarcando la differenza rispetto agli altri cui si rivolge, per solito avversari politici, bollati pretesamente come immorali per il fatto medesimo che chi accampa l’etica vuol apparire estraneo al liquame politico nel quale gli altri quotidianamente vivrebbero.
    Ebbene, quest’agosto è fino ad oggi qualificato, nella politica interna, dalla questione morale. Riesce difficile ricordare un periodo vacanziero così denso di vicende politiche e parapolitiche come quello odierno. Un tempo, ci si affidava, per riempire le assottigliate colonne della politica interna, alle trovate di un Pannella, specialista nelle iniziative di mezz’agosto, o di un Bossi (il quotidiano leghista ha rilevato, con amarezza nostalgica, l’uso politico che delle vacanze Bossi era solito fare quando non era menomato fisicamente). Prima ancora, c’erano le ineffabili dichiarazioni di Luigi Preti, inossidabile esternatore (in improbabili comizi o in più concrete cene amicali ricche di lambrusco e tortellini) nei periodi vuoti. Quest’anno, no: tra governatore azzoppato, intercettazioni, concertisti dediti a peculiari musiche, accordi fatti e disfatti al vertice della finanza-imprenditoria-politica, scalate giornalistiche, c’è solo da comprimere il materiale, non da dilatarlo.
    In questo caos tutto italico, spunta la questione morale. A lanciare il sasso è stato il professor Arturo Parisi, l’alter ego di Prodi. A ruota sono venuti un po’ tutti, dall’inedito tandem Bertinotti-Mastella (che s’ha da fa’ pe’ campà…) allo stesso Prodi, per tacere dei molti pontefici che dalle colonne dei quotidiani sono soliti lanciare al mondo solenni lezioni di comportamenti politicamente corretti e ai quali non par vero di esternare rinnovati insegnamenti, in nome ufficiale dell’etica, inzuppando il pane della morale nella brodaglia giudiziaria, finanziaria, bancaria, politica, affaristica oggi assai densa.
    Guai a prestare fede a chi discetta di questione morale in politica. Lasciamo stare gli aspetti elevati e filosofici, che spaziano da Machiavelli a Croce, e badiamo terra terra ai pulpiti dai quali provengono le prediche. Sono pulpiti politici, con interessi solidi, legati a volta a volta a un partito, a una corrente, a una coalizione, e/o (di solito e, raramente o) a un gruppo economico, a una strategia finanziaria, a un nucleo bancario, a un giornale. Vengono a segnalarci i bacilli da cui gli altri sarebbero infetti, spacciandosi per immuni dalle malattie che segnalano all’esecrazione. Semmai riesce, talvolta, difficile collegare con destrezza i molteplici fili che si legano, s’intersecano, si ricongiungono, perché sovente non si capisce fino in fondo chi sia schierato con chi e contro chi.
    Per fare un solo esempio, oggi non sussiste un filo unico che leghi tutti i diessini fra loro e con le loro, tradizionali oppure nuove, propaggini della finanza, della banca, dell’impresa.
    Sotto il pretesto della pulizia, i moralisti usano la loro ramazza per togliere quello che per loro sarebbe sporco. Soprattutto, dà loro fastidio che altri facciano quel che essi, per impedimenti oggettivi o personali o di mezzi, non possono fare. Petruccioli presidente della Rai è spunto per le tirate moralistiche dei prodiani, i quali non hanno gradito non già la riprovevole intesa, come asseriscono, bensì il personaggio prescelto, che non è (notazione di Emanuele Macaluso) “un famiglio” di Prodi e quindi non meriterebbe rispetto. Però non dicono che Petruccioli non è organico a Prodi: preferiscono accampare la convergenza d’interessi (etichettati come sporchi) fra Rai e Mediaset.
    La scalata al Corriere è detestata: non in nome di chissà quali princìpi di correttezza borsistica, bensì perché turba gli equilibri attuali, all’evidenza graditi. Si assiste, quindi, alla tutta nostrana (siamo la patria della commedia dell’arte) discesa in campo attuata dal quotidiano concorrente e arcinemico del giornale milanese, con sparate che tirano in ballo la P2 (occasione storica di moralismo facile, populistico e demagogico) e intemerate articolesse di Eugenio Scalfari.
    Come chi predica la solidarietà spesso fa solo del solidarismo, così chi tira in ballo la morale fa del moralismo, in realtà cercando di coprire la politica. Sciascia parlava di professionisti dell’antifamia. Siamo arrivati ai professionisti della morale, ai campioni del moralismo quotidiano e diffuso: non nel senso di chi studi l’etica more geometrico demonstrata, rinovellando Spinoza, o si metta sulle orme di Hegel per distinguere l’eticità dalla moralità, bensì nel banale senso di chi fa gli affaracci suoi, in politica e in altri settori, mascherandoli con tirate moralistiche. Dietro Parisi e Prodi ci sono gli scontri di potere coi diessini, redarguiti perché lontani dal moralismo di Enrico Berlinguer.
    Dietro le doglianze di Di Pietro sta la nostalgia del giustizialismo di Tangentopoli, ma con il reale e alquanto limitato scopo di raccogliere a favore del personaggio un po’ di simpatie per le primarie. Dietro i richiami alla correttezza, alla pulizia, all’etica, alla soppressione d’interessi economici e finanziari esternati dai moralisti in servizio permanente effettivo, sta la volontà di tutelare altri interessi economici e finanziari e quasi sempre politici.

  4. #4
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    Predefinito Petizione: Parlamentari senza condanne

    DAL SITO WWW.COMINCIALITALIA.NET

    Al Presidente del Senato, On. Franco Marini
    Al Presidente della Camera del Deputati, On. Fausto Bertinotti
    Illustri Presidenti,
    alcuni parlamentari pur con sentenze definitive sono tutt’ora rappresentanti del popolo italiano. Organi di stampa e forze politiche hanno denunciato questa inaccettabile condizione. Esperti giuristi hanno sollevato eccezioni dall'una e dall'altra parte. La voce del popolo italiano si è voluta far sentire, pur nel rispetto dei principi garanti della Costituzione, per protestare contro un principio infranto. Quello della legge uguale per tutti. Ma non lo è se un comune cittadino colpito da una sentenza definitiva non può che rispettare le sentenze e le conseguenze di esse, mentre un parlamentare della Repubblica può invocare i regolamenti parlamentari per sfuggirle.
    La nostra Costituzione, è vero, non dice che chi ha subito condanne definitive non può stare in Parlamento. Ma solo perché i nostri Padri costituenti hanno posto la giustizia e certezza del diritto a principio ispiratore non di un articolo ma della Carta stessa.
    Chiediamo pertanto la decadenza del mandato dei parlamentari con sentenze definitive a far data dal pronunciamento delle medesime con restituzione all'erario delle somme fin qui percepite.
    Chiediamo che i rappresentanti del popolo siano persone al di sopra di ogni pregiudizio penale fedeli ai principi e ai valori della Costituzione e auspichiamo che le Istituzioni garanti del nostro Paese siano custodi supremi della volontà popolare. I cittadini di Comincialitalia

    FIRMA E FAI FIRMARE

    VAI AL LINK www.comincialitalia.net/petizioni.asp?id_petizione=1

    Un caro saluto a tutti.

    Francesco Comellini

  5. #5
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    Bisognerebbe estendere il divieto di entrare in Parlamento anche ai Magistrati che invece di andare in una banca ad accendere un mutuo ... si fanno prestare i soldi in giro ... oppure si fanno regalare o prestare mercedes o telefonini ... oppure ottengono agevolazioni per la ditta della moglie ... quando non appartementi in uso gratuito ...
    Cosa ne dici ? Sei d'accordo ? ....

  6. #6
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    F.Comellini ... non capisco questo tuo silenzio a specifica domanda ... ti si e' seccata la lingua ...
    E Franco Marini e Fausto Bertinotti vi hanno poi risposto qualcosa ? ... o vi hanno mandato a stendere il bucato ?
    Eppoi le sentenze definitive a che reati si riferiscono ... a partecipazione a Banda Armata ... o a recidivita' nel parcheggiare abusivamente ... o nell'essere state condannate a non usare (sotto nome suggestivo) il simbolo dell 'Edera Repubblicana che e' di esclusiva proprieta' del P.R.I. ?
    Ecco ... comincia a stendere una mappa delle condanne ... sulla base della gravita' ... e poi se ne puo' riparlare ...
    Noi Repubblicani, ad esempio, ne abbiamo le palle piene che in Parlamento, addirittura nelle stanze dei bottoni, ci siano dei condannati per appartenenza alle Brigate Rosse ... vogliamo parlare di questo ... o ti ci vuole la caramellina per aiutarti la salivazione ?

  7. #7
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    Quei conti, in Brasile

    Massimo D'Alema ha avuto, od ha, conti segreti all'estero, in Sud America, alimentati con quattrini che derivano dagli affari brasiliani di Telecom Italia? E' quel che emerge da alcune carte giudiziarie, che La Stampa ha pubblicato con grande evidenza riportando voci di spioni. Io non lo so, ed a naso non ci credo. Anzi, intravedo il trucco: quando i conti non saranno trovati si dirà che era tutto falso. Ed invece era quasi tutto vero, come noi abbiamo scritto e documentato con largo anticipo.



    Ma in un Paese che smarrisce la coscienza civile, dove anche l'opposizione si guarda bene dall'affondare il colpo, tutto finisce sempre sul tavolaccio penale e, a quel punto, il diritto e la cultura c'impongono di considerare innocenti quanti non siano già stati condannati. Anche se l'osservazione della realtà c'induce a sospettare del fatto che taluni non vengono mai nemmeno indagati. Fateci caso: accarezzi sulla testa un bimbo e rischi l'avviso di garanzia per pedofilia. C'è chi ha visto e male interpretato, ti dicono, è un atto dovuto. Mentre in altri casi, quando i fatti sono stati raccontati e riraccontati, quando ogni tanto, come capita adesso, si riscopre quel che già si sapeva, a certuni l'avviso di garanzia non arriva mai, non è mai un atto dovuto. La giustizia sarà cieca, ma vorrei si sapesse chi è il cane guida.
    E veniamo ai soldoni spariti in Brasile, partendo dal ruolo della Quercia. Dalle carte giudiziarie emerge oggi l'esistenza di un dossier “Oak” coltivato, a quel che apprendo, dagli spioni della Telecom e da uomini dei servizi segreti, i quali avevano intercettato un segretissimo rapporto della Kroll (agenzia internazionale d'investigazioni private) che al nome “Oak” collegavano fondi neri destinati ai democratici di sinistra. Bella storia, ma noi l'abbiamo pubblicata da anni. Difatti, quando D'Alema sponsorizzò la scalata a Telecom dei “capitani coraggiosi”, quando mise Palazzo Chigi a disposizione di Colaninno, cosa che oggi lo imbarazza al punto da negare l'evidenza ed invertire le date per giustificarsi, la cordata degli scalatori non era affatto composta da italiani industriosi e risparmiatori, come volevano far credere, ma da società lussemburghesi a loro volta possedute da paradisi fiscali e dell'opacità. Fra i fondi che aiutavano la scalata c'era l'Oak Found, letteralmente il “Fondo Quercia”, il che conferma quel che Guido Rossi andava strillando: gli affaristi di palazzo Chigi non conoscono l'inglese. Avessero avuto confidenza con l'idioma, ed essendo gli stessi i dirigenti del partito della Quercia, avrebbero preteso denominazioni diverse. Chiederete voi: ma chi erano i proprietari di Oak Found? Non lo sa nessuno, perché nessuno ha mai saputo chi realmente scalò Telecom Italia. Nessuno sa chi l'ha venduta. Mentre si sa che a menare la danza furono gli stessi che poi riconobbero a Consorte e Sacchetti un compenso miliardario, versato in segreto ed all'estero, per i servizi resi alla proprietà di Telecom Italia. I due, del tutto casualmente, militano nel partito della Quercia.
    D'Alema non è neanche indagato. Se anche lo fosse difenderei la sua presunzione d'innocenza, e difendo oggi il suo buon nome dal sospetto di avere fondi segreti derivanti da reati. D'Alema non fu capace di eguale civiltà, ma questo è un problema suo. Però egli porta tutta intera la responsabilità politica di avere consegnato Telecom in mano a chi la fece a pezzi, distruggendo un patrimonio pubblico e disperdendo ricchezza all'estero. Alla quale torno.
    In Brasile quella gestione di Telecom fu protagonista d'investimenti totalmente dissennati, per centinaia di milioni di dollari, che non solo non produssero niente, ma furono poi azzerati in bilancio. Si era comperato il nulla. Possibile che fossero tutti scemi? Dove finirono quei quattrini? Documentammo alcune ipotesi, che portavano ancora ai paradisi fiscali. Va a finire che fra un paio d'anni, con comodo, leggeremo che qualcuno sta indagando. Ma si è anche saputo che in quel Paese Telecom è riuscita a pagare in contanti, con un camioncino della sicurezza bancaria imbottito di banconote, un proprio consulente. Vi pare normale? Magari quel tipo voleva fare come Paperon de' Paperoni, e tuffarsi in una stanza colma di talleri, ma non è affatto sensato e normale che Telecom lo assecondi pagandolo come prima dell'invenzione delle lettere di credito ed inducendo il sospetto che la destinazione finale sia un'altra. A questo s'aggiunga che, come raccontammo, quel signore non si sa nemmeno se fosse un consulente di Telecom od altro, visto che l'ufficio legale ne negava anche l'esistenza, mentre l'ufficio pagamenti lo copriva di denari. Stai a vedere che un giorno qualcuno si metterà ad indagare anche su questo.
    E che dire dell'intreccio, in Brasile, fra Telecom Italia, Parmalat e Cirio, che si contesero la stessa persona, lo stesso amministratore, e visto il capolavoro combinato nelle ultime due c'è da domandarsi se Telecom non ha fatto la stessa fine solo perché aveva spalle finanziarie più forti. Che pensate, su questo s'indagherà?
    Tutte queste storie le abbiamo qui raccontate, e sorridiamo amaramente quando le vediamo rispuntare come fossero nuove nuove. Certo, la lentezza della giustizia è drammatica, e certo la pubblicazione degli atti giudiziari sarà una nuova ondata di palta. Ma il dramma vero è l'assenza di anticorpi, di reazione civile. Al fondo di questa storia c'è la malaprivatizzazione di Telecom ed il servizio reso dalla politica ad interessi privati. Quella era la buona ragione per suscitare ribellione ed opposizione politica, quello era il tema di una grande battaglia. Se tutto si trasferisce sempre nelle aule dei tribunali, vuol dire che c'è poca schiena dritta e poca lucidità mentale in politica o interessi inconfessabili, così come vuol dire che la realtà dei fatti si accerterà fra molti anni, e probabilmente mai.

    Davide Giacalone
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    Massimo D'Alema sente puzza di bruciato

    Oggi gli hanno arrestato Fulchir che una fonte ansa dava come collaboratore di bersani nel '99. Bersani smentisce, di certo Fulchir viene nominato presidente finmeck da d'alema durante il suo governo e si trova subito contro metà degli operai dell'azienda di caserta che lo accusano di macelleria sociale. Nella Fgci ai tempi d'oro, quando d'alema faceva quello in cui davvero credeva, insegnava la tatttica militare: "mai ammettere che sei in trappola, se ci sei caduto, alza il tiro del bersaglio, male che vada diranno che seio caduto percchè hai combattuto contro forze soverchianti". Oggi il ministro degli esteri ha pensato bene di attaccare la proposta di scudo missilistico statunitense. Sono gli americani che vogliono far fuori d'alema!

  9. #9
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    A Potenza sono in corso, nell'ambito dell'inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Luigi De Magistris e denominata «toghe lucane» in merito all'esistenza di un presunto «comitato d'affari», coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, alcune perquisizioni nelle abitazioni e gli uffici del sottosegretario allo Sviluppo economico, Filippo Bubbico (Ds), del Procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, dell'avvocato Giuseppe Labriola e della dirigente della Squadra Mobile di Potenza, Luisa Fasano, moglie di un parlamentare dell'Ulivo. Le perquisizioni sono eseguite dagli uomini delle Fiamme Gialle del Nucleo di polizia tributaria di Catanzaro.
    RICERCA DOCUMENTI - L'obiettivo del magistrato è quello di acquisire documenti utili all'inchiesta e soprattutto necessari per provare i presunti reati su cui è concentrata l'attenzione degli investigatori. Nell'inchiesta sono coinvolti uomini politici, amministratori, imprenditori, funzionari e magistrati in servizio in Basilicata (fra questi ultimi, uno ha lasciato la magistratura e altri sono già stati trasferiti in altre sedi dal Consiglio Superiore della Magistratura).
    Le ipotesi di reato sono quelle di abuso d'ufficio per Tufano; corruzione in atti giudiziari e associazione per delinquere per Labriola; abuso d'ufficio per Fasano; abuso d'ufficio, associazione per delinquere e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per Bubbico. Secondo l'accusa, vi è chi avrebbe fatto parte di un «vero e proprio centro di affari occulto», che tutelava «interessi personali e di gruppi, anche occulti».
    FASSINO - «Chiunque conosca Filippo Bubbico ha potuto apprezzarne l'onestà personale, la correttezza istituzionale, la competenza politica e amministrativa. E nessuno può davvero credere alle accuse che gli vengono rivolte» ha dichiarato il segretario Ds Piero Fassino a proposito dell'inchiesta aperta in Basilicata. Aggiunge il leader Ds: «Ci auguriamo che la Magistratura operi celermente accertando quello di cui noi siamo già oggi assolutamente sicuri: la totale estraneità di Filippo Bubbico a qualsiasi illecito». Insomma, per Fassino «non può non suscitare interrogativi preoccupanti il fatto che si attivino perquisizioni dall'evidente impatto pubblico e mediatico alla vigilia di un passaggio elettorale così impegnativo per la città di Matera».

  10. #10
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    I Ds più che un partito assomigliano ad una cosca.

 

 
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