Carlo Michelstaedter: un mistico dimenticato all'assalto del Positivismo italiano
…Un secondo orientamento della filosofia di inizio novecento va verso il misticismo e l’irrazionalismo. Secondo E. Garin molti autori, tra cui, viste le iniziali tendenze estetizzanti e dannunziane del “Leonardo”, G. Papini e G. Prezzolini, si accostano in maniera scarsamente coerente, senza serietà filosofica, alla mistica e all’irrazionalismo mistico (nt.1) : nascono retorici carduccianesimi e vuoti dannunzianesimi, futurismi finto- ribelli e nietzscheianesimi fasulli ( che contribuirono, successivamente, all’introduzione di una efferata e scorretta rilettura nazionalistica del filosofo tedesco ). Ma altri, nel dibattito filosofico come nella vita, si avvicinano sinceramente e con serietà alla mistica: uno di costoro è Carlo Michelstaedter. Centrale nella meditazione filosofica di Michelstaedter è il tema dell’alienazione umana: l’uomo, nascendo con un connaturato forte senso di mancanza e con un forte desiderio di infinito, cerca di sostituire il desiderio insoddisfatto di infinito con un desiderio di futuro, di avvenire materiale, con una brama inalienabile di vivere la vita materiale. Tuttavia la sete di vita dell’uomo è vana, dal momento che viola la natura umana indirizzata verso l’infinito: violando, con l’evasione dalla ricerca dell’infinito nella materialità, la sua natura l’uomo diviene schiavo del futuro e la vita umana diventa rifiuto, timore, illusione, delusione, noia e frustrazione costante in attesa della morte.
"Il fine certo, la sua ragione d'essere, il senso che ha per lui ogni atto, non è nuovamente altro che il suo continuarsi. La persuasione illusoria per cui egli vuole le cose come valide in sé, ed agisce come ad un fine certo, ed afferma se stesso come individuo che ha la ragione in sé- altro non è che volontà di se stesso nel futuro: egli non vuole e non vede altro che se stesso… Egli si gira per la via dei singoli bisogni e sfugge sempre a se stesso. Egli non può possedere se stesso, aver la ragione di sé, quando è necessitato ad attribuir valore alla propria persona determinata nelle cose, e alle cose delle quali abbisogna per continuare. Che da queste è via via distratto nel tempo…” (nt.2).
Ed è l’idea di "filo-psuchia ", cioè di attaccamento estremo alla vita, a smarrire l’uomo nei meandri della materialità e del terrore della morte: l’uomo non riesce ad intendere la valenza della morte nella vita; non riesce ad intendere che affrontare la morte, morire la morte, è lo stesso che vivere la vita (nt.3) . E vivere veramente e interamente la vita, affrontare la vita senza temere la morte, vuole dire rifiutare l’alienazione, rifiutare la servitù alle cose e la servitù al desiderio materiale di avvenire: vuole dire creare sé e il mondo, conformemente all’idea socratica del riscatto dell’uomo.
“…(l’uomo) deve prendere su di sé la responsabilità della sua vita, come l'abbia a vivere per giungere alla vita…; deve creare sé e il mondo, che prima di lui non esiste: deve essere padrone e non schiavo della sua casa…" e
"Non c'è cosa fatta, non c'è via preparata, non c'è modo o lavoro finito pel quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via...(nt.4)".
Ma il riscatto dell’uomo non è il riscatto dell’uomo-in-società: è redenzione individuale, redenzione dell’uomo che, come dinnanzi alla morte, accetta di essere solo dinnanzi alla vita. Michelstaedter colloca Socrate, con il suo costante amore maieutico, davanti a Platone: così collocando l’uomo che si crea e che crea in sé la verità, davanti all’uomo che accetta un ruolo da altri costruito.
"L'uomo che ha assunto la persona sociale, per cui crebbe usurpando l'inadeguata sicurezza che l'ambiente gli offriva, ha fondato la sua vita sulla contingenza delle cose e delle persone, e della carità di queste vivendo dipende pel suo futuro, ne ha in sé il vigore a conservare ciò che non per suo valore gli appartiene…(nt.5)".
L’ “esistenzialismo” di Michelstaedter, lontano dal condannare la filosofia, che invece indica come strumento socratico di redenzione e riscatto, si ribella contro una certa modalità di fare filosofia: filosofare non vuole dire servire la materia, bensì invertire la rotta dall’alienazione all’autocreazione. La meditazione di Michelstaedter, insieme a Pragmatismo, neo-idealismo e modernismo, è rottura estrema nei confronti del naturalismo materialistico- determinista e dell’ottimismo dommatico del Positivismo italiano di fine ottocento.
"La viva marea mortale gorgoglia intorno all'uomo sullo scoglio, e lambendolo monta; sempre più lenta, perché non per un corpo monta, ma per l'infinità volontà di permanere, - fino a che nell'ultimo atto infinitesimale di tempo il tempo si fermi infinitamente. E l'uomo allora che non avrà levato la testa nemmeno d'una linea per prender nuova aria e continuare ancora, si potrà dire in possesso finito dell'infinita potestas: egli avrà conosciuto se stesso e avrà l'assoluta conoscenza oggettiva nell'incoscienza; avrà compiuto l'atto di libertà, avrà agito con persuasione e non patito il proprio bisogno di vivere... (nt.6)".
La vita meditativa di Michelstaedter, che culmina nel 1910 con l’atto estremo del suicidio come ricerca coerente e volontaria della morte, si discosta, vista la coerenza e la serietà, dalle esistenze culturalmente banali di carducciani, dannunziani, futuristi e falsi anarchici: loro costantemente al centro di “tutti”; lui al centro del “tutto”.
(nt.1) cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza, 1966: "Nel campo più strettamente filosofico essi furon volta a volta i seguaci dei vari andazzi, pronti a cambiar fede al mutar della moda, idealisti, esistenzialisti, personalisti, materialisti, con disinvoltura brillante trapassando dall'uno all'altro opposto. I quali, poiché la cultura irregolare e ribelle è più agevole a contraffarsi di quella tradizionale e togata, fecero spesso passare di contrabbando la loro merce servendosi di quegli atteggiamenti di critica e di crisi esasperata che caratterizzarono tanta parte della cultura viva di questo mezzo secolo. Oggi, chi ripercorra quelle vicende, non può guardare senza una certa amarezza all'equivoco che cosiffatta situazione venne suscitando, dando spesso fondamento alle critiche mosse da più parti a quella che troppo facilmente fu caratterizzata in blocco come una rivolta contro la ragione, o un'esaltazione di un attivismo irrazionalistico…" (II,32 ).
(nt.2) cfr. Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Firenze, 1922 ( 26-27 ).
(nt.3) cfr. E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza, 1966: "Non si può mandare un altro a morire per noi- ci ha ricordato Rilke- ma gli uomini- insegna Michelstaedter- per non morire rinunciano a vivere, temono e fuggono la morte, perché non capiscono che proprio affrontare la morte, morire la propria morte, è lo stesso che vivere la propria vita, consistere nel presente, fare i conti con la propria nascita, vincerne la maledizione…" (II,35 ).
(nt.4) cfr. Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Firenze, 1922.
(nt.5)ibidem...
(nt.6)ibidem...
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