Un commento alla votazione parlamentare di ieri sulla missione in Iraq.
Temo che la lista unitaria abbia perso la partita.
E' un'amara constatazione, ma l'incoerenza e le variegate sfumature delle posizioni fin qui assunte dai suoi rappresentanti, rendono oggi debole una decisione che, presa soltanto un mese fa, le avrebbe rese fortissime agli occhi della maggioranza, della sinistra pacifista e soprattutto dell'opinione pubblica.
Chiarisco che non sto mettendo in dicussione il ritiro delle truppe, sto parlando della tempistica. Ieri era tardi, troppo tardi, tragicamente tardi.
Eppure le cose potevano essere gestite meglio.
Alla notizia del rapimento degli ostaggi ho apprezzato la posizione di Rutelli, che si riassumeva così: restino le truppe fino al 30 giugno e si lavori perché avvenga il passaggio di consegne all'Onu. Un passaggio vero, non di facciata, con relativo smantellamento delle truppe di occupazione, o con una loro chiara subordinazione alle Nazioni Unite. Se entro il 30 giugno ciò non avviene, chiederemo il ritiro dei soldati italiani.
Fin qui, tutto bene, anche se gli scricchiolii di Fassino si facevano sentire. Era una posizione doverosa, vista la delicata situazione dei nostri ostaggi, e considerato che bisognava soccorrere un Paese sotto ricatto e in trattativa coi terroristi.
Era però una posizione da tenere senza calare le braghe, come "estrema concessione" fatta alla maggioranza per puro senso di responsabilità, ma sempre pronti a rivendicare che i fatti ci stavano dando ogni ragione sull'inopportunità di questa guerra. Una posizione, diciamo, di "forzata tolleranza".
Poi però è successo qualcosa che ha cambiato tutto. Sono emerse torture e sevizie sui prigionieri iracheni, angherie e soprusi indegni di un Paese civile, anche perché avallate e probabilmente sollecitate dal Pentagono. Cioè si è dimostrato chiaramente che anche l'ultima flebile foglia di fico di questa guerra, l'esportazione di un modello democratico, era crollata. Perché con tutta la buona volontà, non era più credibile, non solo per l'occidente, ma anche per lo stesso Iraq.
Si è vista l'arroganza di Bush e di Rumsfeld nel proseguire con metodi inaccettabili, respingendo le richieste di dimissioni del segretario della Difesa e poi sparando sulle moschee, violando la città sacra di Najaf.
A questo punto non c'erano più date da rispettare. Qui l'Ulivo doveva richiedere a chiare lettere e con tutta la fermezza possibile il ritiro immediato delle truppe. Per segnare un netto distacco da qualcosa che trascendeva da ogni possibile tolleranza, e per pungolare il governo alla richiesta di una svolta ormai urgentissima e improcrastinabile.
Questo non è stato fatto. Sono cominciati gli interrogativi: che facciamo cosa non facciamo, peschiamo a destra o peschiamo a sinistra, perdiamo qua ma vinciamo là, io penso ai miei elettori e tu pensi ai tuoi. Così fino a ieri.
In questo modo si è arrivati alla paradossale situazione di richiedere un ritiro dei militari il giorno in cui la coalizione si apre all'Onu, e una parvenza di cambiamento appare possibile. Un intervento, quello dell'Onu, che non possiamo nemmeno troppo vantare di aver sollecitato, perché dalle parole non siamo mai passati ai fatti, ai segnali chiari, inequivocabili, incisivi.
Che poi le modalità di intervento delle Nazioni Unite siano ambigue e probabilmente fittizie lo penso anch'io, ma nessuno lo può ancora dire.
Oggi resta solo da constatare che il giorno in cui avremmo potuto cantare vittoria per aver condotto le Forze Alleate sulle nostre posizioni, ci ritroviamo a vedere Berlusconi applaudito per qualcosa che non ha fatto, e l'opposizione ridicolizzata da se stessa.
La scena di Rutelli e Fassino in festa per il pasticcio combinato lascia semplicemente sgomenti.
Come al solito, un ottimo risultato.




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Pacifisti a noi???