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Citazione:
Originally posted by F.B.
Chiedo scusa se intervengo nel vostro scambio, ma mi chiedevo questo: non sarebbe forse il caso di parlare prima di uguaglianza di doveri e poi, successivamente, di diritti?
A me pare che ultimamente si metta molta troppa enfasi sui diritti, dimenticando (molto comodamente) i doveri.
Che ne pensate, Cristina e Mjollnir?
Da parte mia penso che questo sia parte di un'altra tematica (l'equlibrio tra diritti e doveri), ma - se messa in questo modo - sia gia' una concessione all'egualitarismo. Ne' i diritti ne' i doveri dovrebbero essere uguali, in base al principio classico della giustizia, ma commisurati alla dignita' ed alla funzione di ognuno.
Ovviamente questo non significa apologia dei "privilegi" o dello "sfruttamento", in quanto chi si vedesse assegnati maggiori diritti dovrebbe pero' osservare anche doveri maggiori.
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Citazione:
Originally posted by Erwann
Direi che su queste parole potremmo chiudere il thread
:D
La supercazzola con doppio scappellamento;.....a destra.
:D
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Citazione:
Originally posted by Claude74
Sì, ma non capisco come l'essere alterità un gruppo rispetto all'altro, possa determinare una diseguaglianza (non necessariamente gerarchizzante) di status morale tra gli appartenenti agli stessi.
L'identità culturale è certamente importante, ma a me preme che questa identità sia anche possibile scegliersela, oltre che semplicemente viverla.
Mi chiedo quale sia il valore di quella identità che diventi legge obbligante per tutti, entro un certo gruppo, alla quale nessuno può sottrarsi. A me pare che la forza di una cultura stia nel suo essere spontanea, pregna di senso e vivificante, e per questo motivo, non bisognosa di nessuna costrizione "dall'alto".
Inoltre, dividendo rigidamente i gruppi umani per identità, non si corre forse il rischio di, come dire, "bloccare" entro schemi immodificabili le tradizioni, diverse, delle varie popolazioni (tradizioni che sono pur mutate nel tempo, che si sono arricchite, o impoverite)? Mi rendo conto, tuttavia, che questi problemi non sono risolvibili con l"accetta" e che le contraddizioni esistono sia nelle concezioni differenzialiste che i quelle più o meno liberali o comunque tendentia riconoscere la validità universale e cultura-indipendente di alcune categorie di diritti.
A questo punto devo chiederti di precisare cosa intendi per "status morale": a me sembra ovvio che un qualsiasi sistema normativo rifletta la multiformita' e la complessita' della vita reale, ma forse non ti riferisci a questo. Bisogna pero' distinguere i casi in cui si parla di differenza tra gruppi (o etnie ecc...) e differenze entro i gruppi; per quanto riguarda la seconda, se presupponiamo l'esistenza di un nucleo fondamentale di valori condivisi da tutti i membri, si profila gia' una gerarchia rispetto al grado di adesione a questi valori fondanti. Mentre chiaramente rispetto ad un altro gruppo umano non ha senso misurare l'adesione al valore del proprio gruppo. Anche se bisogna stemperare e sfumare anche il rapporto del singolo col gruppo, perche' il primo non puo' essere interamente determinato dal secondo.