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Nuoro: La sfilata, la storia, l’identità. Un popolo in processione.
Io a fare la sfilata in costume non ci sono mai andato. Non certo per snobismo, avrei sempre voluto farlo, ma per timidezza. Tuttavia, intorno ai sedici anni, feci la domanda per partecipare come accompagnatore dei gruppi. Si andava alla Pro Loco in Piazza Italia e semplicemente ci si segnava. Si guadagnava anche qualcosa, il che non era affatto male. Il lavoro consisteva, e credo consista ancora, nel presentarsi ai componenti del gruppo assegnato, appena scesi dal pullman, portarli all’istituto Podda dove c’era una classe loro assegnata e fargli fretta perché indossassero i costumi, fare in modo fossero puntuali al raduno prima della sfilata e poi accompagnarli durante la sfilata stessa.
(...) A me capitò il gruppo di Bitti. Ero contento per vari motivi, non ultimo il fatto che dovevo accompagnare un gruppo barbaricino e questo significava avere a che fare con persone che non avevano fatto un viaggio troppo lungo e quindi erano, meno stanche, meno accaldate, meno irascibili. Specialmente considerato che i bittesi, e soprattutto le bittesi, portano abiti magnifici, ma abbastanza pesanti e quindi inadatti al clima agostano. Qui apro una parentesi: a me la parola costume non è mai piaciuta. A prescindere dalla questione etimologica, quella parola richiama il travestimento, la finzione, il carnevale. Dentro alla sfilata, per lo meno come l’ho vissuta io non c’è niente di tutto questo. Anche se, devo ammettere che per alcuni di mascherata si tratta, per me, cresciuto in un ambito estremamente tradizionale, indossare il “costume” era tutt’altro che mascherarsi. Era piuttosto scoprirsi, ritornare a se stessi. L’abito è un elemento identitario fortissimo, per quanto mi riguarda pari alla lingua, o al ballo, o al canto, o al cibo. Nella mia personale classifica delle cose belle, la donna nuorese con la benda da sposa è senza dubbio ai primi posti. L’abito tradizionale orgolese, sia maschile che femminile, è quanto di più vicino alla perfezione io riesca ad immaginare. Il cubismo l’avevo capito, prima di conoscerlo realmente, con l’abito di Desulo. E l’abito di Tonara mi ha insegnato la straordinaria complessità della semplicità. Potrei andare avanti per molto tempo, ma quello che mi interessa dire sostanzialmente è che quei “costumi” non sono solo costumi. Sono Storia attiva. Raccontano i passaggi e le misture. Raccontano gli spagnoli pomposi nei pizzi campidanesi; le specificità genovesi dei carlofortini; l’orientalismo dei dorgalesi. Ci raccontano e quindi ci spogliano. La sfilata è un rito, è più vicina a una processione di quanto sia vicina a un carnevale. Quegli abiti ci stanno addosso come una seconda pelle, sono fatti per noi, si adattano al nostro corpo, ci migliorano, ci qualificano, ci ricordano da dove siamo venuti e ci danno un luogo. Pensate a quanto sono scialbe le giapponesi con gli abiti omologati all’occidentale e quanto sono magnifiche, misteriose, affascinanti col loro abito tradizionale. Allo stesso modo pensate a una ragazzina globalizzata di Ozieri o Buddusò e poi vedetevela composta nell’abito del suo paese, la differenza è lampante. Con questo non voglio dire che bisogna tornare all’abito tradizionale, ma che bisogna recuperare il senso non omologato che quell’abito esprimeva e continua ad esprimere. Rinunciare a quel senso è molto più che perdere l’identità, è semplicemente non essere niente, rifiutare di esistere.
Comunque, ritornando ai miei sedici anni e al gruppo di Bitti, nell’ aula di quella che era stata la mia scuola elementare, chiacchierammo e mangiammo dell’ottimo cinghiale in umido. Poi cominciarono le vestizioni e improvvisamente mi trovai di fronte ad altre persone che pure erano le stesse con le quali avevo appena mangiato. Bisognava andare, ricordo che provai un’invidia sottile e un po’ di vergogna per l’anonima normalità dei miei vestiti borghesi , ma, mentre camminavamo per le vie della città alla guida del “mio” gruppo, con la gente che si accalcava ai lati delle vie, un po’ di quell’abito me lo sono sentito addosso ed è stata una sensazione bellissima, una sensazione che non ho mai dimenticato.




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