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  1. #1
    Franciscu Pala
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    Lightbulb La sfilata, la storia, l’identità. Un popolo in processione

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    Nuoro: La sfilata, la storia, l’identità. Un popolo in processione.

    Io a fare la sfilata in costume non ci sono mai andato. Non certo per snobismo, avrei sempre voluto farlo, ma per timidezza. Tuttavia, intorno ai sedici anni, feci la domanda per partecipare come accompagnatore dei gruppi. Si andava alla Pro Loco in Piazza Italia e semplicemente ci si segnava. Si guadagnava anche qualcosa, il che non era affatto male. Il lavoro consisteva, e credo consista ancora, nel presentarsi ai componenti del gruppo assegnato, appena scesi dal pullman, portarli all’istituto Podda dove c’era una classe loro assegnata e fargli fretta perché indossassero i costumi, fare in modo fossero puntuali al raduno prima della sfilata e poi accompagnarli durante la sfilata stessa.
    (...) A me capitò il gruppo di Bitti. Ero contento per vari motivi, non ultimo il fatto che dovevo accompagnare un gruppo barbaricino e questo significava avere a che fare con persone che non avevano fatto un viaggio troppo lungo e quindi erano, meno stanche, meno accaldate, meno irascibili. Specialmente considerato che i bittesi, e soprattutto le bittesi, portano abiti magnifici, ma abbastanza pesanti e quindi inadatti al clima agostano. Qui apro una parentesi: a me la parola costume non è mai piaciuta. A prescindere dalla questione etimologica, quella parola richiama il travestimento, la finzione, il carnevale. Dentro alla sfilata, per lo meno come l’ho vissuta io non c’è niente di tutto questo. Anche se, devo ammettere che per alcuni di mascherata si tratta, per me, cresciuto in un ambito estremamente tradizionale, indossare il “costume” era tutt’altro che mascherarsi. Era piuttosto scoprirsi, ritornare a se stessi. L’abito è un elemento identitario fortissimo, per quanto mi riguarda pari alla lingua, o al ballo, o al canto, o al cibo. Nella mia personale classifica delle cose belle, la donna nuorese con la benda da sposa è senza dubbio ai primi posti. L’abito tradizionale orgolese, sia maschile che femminile, è quanto di più vicino alla perfezione io riesca ad immaginare. Il cubismo l’avevo capito, prima di conoscerlo realmente, con l’abito di Desulo. E l’abito di Tonara mi ha insegnato la straordinaria complessità della semplicità. Potrei andare avanti per molto tempo, ma quello che mi interessa dire sostanzialmente è che quei “costumi” non sono solo costumi. Sono Storia attiva. Raccontano i passaggi e le misture. Raccontano gli spagnoli pomposi nei pizzi campidanesi; le specificità genovesi dei carlofortini; l’orientalismo dei dorgalesi. Ci raccontano e quindi ci spogliano. La sfilata è un rito, è più vicina a una processione di quanto sia vicina a un carnevale. Quegli abiti ci stanno addosso come una seconda pelle, sono fatti per noi, si adattano al nostro corpo, ci migliorano, ci qualificano, ci ricordano da dove siamo venuti e ci danno un luogo. Pensate a quanto sono scialbe le giapponesi con gli abiti omologati all’occidentale e quanto sono magnifiche, misteriose, affascinanti col loro abito tradizionale. Allo stesso modo pensate a una ragazzina globalizzata di Ozieri o Buddusò e poi vedetevela composta nell’abito del suo paese, la differenza è lampante. Con questo non voglio dire che bisogna tornare all’abito tradizionale, ma che bisogna recuperare il senso non omologato che quell’abito esprimeva e continua ad esprimere. Rinunciare a quel senso è molto più che perdere l’identità, è semplicemente non essere niente, rifiutare di esistere.
    Comunque, ritornando ai miei sedici anni e al gruppo di Bitti, nell’ aula di quella che era stata la mia scuola elementare, chiacchierammo e mangiammo dell’ottimo cinghiale in umido. Poi cominciarono le vestizioni e improvvisamente mi trovai di fronte ad altre persone che pure erano le stesse con le quali avevo appena mangiato. Bisognava andare, ricordo che provai un’invidia sottile e un po’ di vergogna per l’anonima normalità dei miei vestiti borghesi , ma, mentre camminavamo per le vie della città alla guida del “mio” gruppo, con la gente che si accalcava ai lati delle vie, un po’ di quell’abito me lo sono sentito addosso ed è stata una sensazione bellissima, una sensazione che non ho mai dimenticato.

  2. #2
    Franciscu Pala
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    Videolina trasforma la sagra: da festa di tutti i sardi a festa per tutti

    Da festa religiosa, espressione di quella testimonianza di fede che doveva ricordare la chiusura del Giubileo del 1825 con la sistemazione di una statua del Cristo Redentore in diciannove montagne italiane (per simboleggiare i 19 secoli di redenzione), a evento mediatico, unione di spiritualità, folclore e promozione turistica. In 101 anni (la statua venne sistemata sulla sommità dell’Ortobene il 29 agosto del 1901) la sagra del Redentore ha cambiato volto. Nata come festa esclusivamente religiosa, animata dai pellegrini in arrivo da tutta l’isola per ripetere quel lungo viaggio dietro i carri a buoi che portarono la statua fino alla cima del monte nuorese, è diventata negli anni Cinquanta un evento di promozione turistica, gestito dall’Ente provinciale per il turismo. Un passaggio che, dopo quasi metà secolo e soprattutto dopo lo sdoppiamento (deciso nei primi anni Sessanta) tra festeggiamenti civili e religiosi, superato il giro di boa di un secolo, si arricchisce di nuovi significati. La sagra di quest’anno è stata intitolata proprio “Il nuovo millennio”, per esprimere in qualche modo la ricerca di un nuovo slancio, dopo cento anni. E mentre la chiesa nuorese propone una riflessione intorno al Redentore, utilizzando la sagra come momento di confronto con le altre diocesi sarde, in occasione della sagra, la festa civile diventa occasione di promozione della cultura nuorese. Almeno questo è l’intento degli amministratori che dall’anno scorso (in occasione del centenario) hanno puntato decisamente sugli effetti mediatici della sagra del Redentore. Oggi, tutto è stato preparato secondo schemi televisivi: il percorso è stato tappezzato di drappi verdazzurri per creare un’enorme scenografia che permetta anche ai telespettatori collegati in diretta con gli schermi di Videolina di vivere l’emozione della sfilata. E il Festival del folclore è stato “asciugato” per permettere una visione che oltrepassi i confini dell’anfiteatro comunale di Nuoro. La sagra è diventata un evento mediatico, grazie alla trasmissione via satellite di Videolina (che manderà in onda la sfilata, il festival e la messa solenne di giovedì mattina, ai piedi della statua del Redentore). Tanti sardi potranno rivivere quelle emozioni vissute da bambini, prima di decidere di andare a risiedere oltremare. Ma non solo. Il satellite sarà anche un ottimo mezzo di promozione di quel turismo culturale che è l’obiettivo ultimo dell’amministrazione comunale, da raggiungere utilizzando anche quel Parco deleddiano (nato con la precedente amministrazione) che potrebbe diventare un reale strumento di sviluppo delle potenzialità turistiche della città.

  3. #3
    Franciscu Pala
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    unisarda

    Su ballu: Tutti i modi per corteggiare

    La tradizione popolare non identifica il ballo con la danza. Il primo, che spesso indica “su ballu tundu”, è legato a forme coreografiche più antiche, come il cerchio, spazio per l’esibizione di più persone e la disposizione casuale dei ballerini.
    L’esecuzione in coppia è associata alla danza, espressione del corteggiamento. Entrambi, “ballu tundu” e danza, assieme a “su passu torrau”, hanno una diffusione regionale.
    Secondo una schematica classificazione tipici della Barbagia sono “ballittu”, “ballu sartiu” di Fonni e Mamoiada, “ballu tzoppu”, “dillu”, “passu torrau”, “s’arziu antigu” di Oliena come pure “su durdurinu”, “s’indassa” di Ollolai. In Baronia sono diffusi “ballittu” e “ballu brincu”.
    Caratteristici del Campidano “ballu de is muccadoris”, “ballu ’e ’ogai”, “passu appuntau”, “sa sciapitta”, “su passu” (Campidano di Oristano).
    In Gallura c’è lo “scottis”, ballo d’ispirazione celtica. Il Goceano ha “ballu mannu”, “curre curre” e “dillu”. Anche il Logudoro ha “su dillu”, “sa bonorvesa” (Bonorva e Ittiri) e “sa logudoresa”. Il Mandrolisai ha “su ballittu”, assieme a “s’arrusciada”, diffusa anche a Samugho e Busachi, paesi dell’Oristanese.

 

 

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