Lettera da una galera israeliana
ricevuta da Elaine Scarry del Boston Globe
(Data Pubblicazione 28-Feb-2003)
"Cari Amici,
Vorrei spartire con voi alcuni dei pensieri che mi colgono mentre passo lunghe ore sbucciando cipolle, lavando enormi pentoloni unti, e mentre la gente intorno mi chiede di spiegare, gente che trova difficile capire cosa mi ha spinto a farlo. Si chiedono come mai un uomo della mia età, sposato con due bimbi, è arrivato a tutto ciò. Perché ho ritenuto che tutto questo valesse la pena, pur di rifiutare di prendere parte all’occupazione dei territori.Queste domande mi hanno forzato a esaminare i motivi del mio agire dal punto di vista degli altri carcerati. Loro vedono un uomo di 36 anni imprigionato con ragazzi che hanno la metà dei suoi anni. Separato dalla sua famiglia, con il divieto di togliersi il cappello (anche quando si trova nella sua cella o mentre mangia), con la proibizione di usare un cuscino, tenere carta per scrivere, portare l’orologio, mangiare nel locale destinato (obbligato a mangiare in piedi, nel corridoio, vicino alla cella, restando sempre dietro le sbarre), parlare a qualcuno mentre lavora o mangia. Costretto a lavorare quattordici ore al giorno (in cucina o pulendo bagni), a scattare sull’attenti ogni volta che un ufficiale passa e a obbedire a una lunga lista di altri ordini e proibizioni il cui il solo scopo è umiliarlo. Perchè qualcuno, volontariamente, può sottoporsi a questo? Per rispondere davvero a una simile domanda, occorre ricordare l'alternativa, che cosa ho rifiutato di fare. Lo sforzo qui dentro è effettivamente umiliarmi con tutte le forzature possibili. Ma sono convinto che ciò che umilia di più un uomo è l’umiliazione che impone. Osservare, ad esempio, gli occhi di un Palestinese fermo a un checkpoint mentre gli impedisci di raggiungere l’ospedale, la scuola, o il lavoro. Guardare negli occhi residenti ai quale ho imposto appena un altro giorno di coprifuoco inutile -- un coprifuoco che sembra non avere un chiaro inizio né una chiara fine. Vedere gli occhi lucidi del coltivatore dei frutteti che mi è stato ordinato di sradicare, o quelli di una famiglia la cui casa sto per demolire. E vedermi riflesso negli occhi di queste persone: un soldato odioso dinnanzi a gente tremolante che elemosina la sua misericordia. Ciò, per me, è molto ma molto più umiliante.
Ci sono, ovviamente, coloro che sostengono che la presenza di gente come me nei territori occupati può rendere l'occupazione più umana. Effettivamente, non posso negare che si può sradicare un frutteto con gentilezza, demolire una casa in modo cortese, espellere un’intera popolazione dal proprio villaggio -- come è stato fatto in Hebron del sud -- in modo civile, con buona organizzazione e meno violenza. È possibile, pare, opprimere un intero popolo in modo tranquillo. La domanda, tuttavia, ancora mi si pone: Può una persona che desidera mantenere la propria umanità effettuare tali azioni? Per me, la risposta è chiara: No.
Così quando noi, i refuseniks, dichiariamo che ci sono determinate cose che ti annullano come essere umano, non intendiamo i lavori più umili in una cucina, poiché tale lavori sono umiliazioni insignificanti. Intendiamo azioni che umiliano e negano l'umanità ad altri. Non c’è dubbio che per me sia meglio starsene tutto il giorno in cella, isolato, con un cappello sulla testa, in silenzio, lavando piatti e sbucciando cipolle.
Preferisco, di gran lunga, quelle lacrime che mi scendono quando taglio sacchi su sacchi di cipolle piuttosto che quelle che verso ogni volta che evoco le immagini dell’occupazione. Cordialmente
Yigal




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