Dedicato agli ottimi amministratori Bassolino e Jervolino
Da "Il Mattino"
Per Napoli più ricordi che progetti
Mariano D’Antonio
Napoli è una città in declino, che cerca ancora una propria identità dopo gli sconvolgimenti del decennio scorso. Dieci anni fa l’area metropolitana di Napoli era la più grande concentrazione industriale del Mezzogiorno, oggi l’apparato industriale appare rattrappito dopo la chiusura e lo smantellamento delle grandi fabbriche, specie di quelle a partecipazione statale. A sua volta il settore delle costruzioni vivacchia in cerca di nuove opportunità d’investimento dopo la stasi dell’edilizia e la contrazione della spesa in grandi opere pubbliche. Il commercio si dibatte in difficoltà provocate dalla stagnazione del potere d’acquisto della popolazione. Le banche sono state in questi anni ridotte ad appendici di centri di decisione esterni: sono state, per così dire, colonizzate e comunque piegate alle necessità di consolidamento e di espansione di altre banche italiane che negli anni Novanta si dibattevano in difficoltà analoghe a quelle delle banche meridionali. Solo le attività collegate al turismo hanno ricevuto un certo impulso in questi ultimi anni ma per consolidare il volume d’affari di alberghi, ristoranti, agenzie di viaggio e quant’altri operatori lavorano per soddisfare la domanda dei turisti, sono necessari interventi di bonifica sociale del territorio, di miglioramento delle infrastrutture, di arredo urbano, interventi che stentano ad essere vigorosamente e stabilmente avviati.
Mentre il capoluogo della Campania appare ancora intrappolato in antiche contraddizioni, mentre i progetti più ambiziosi di rilancio e di rinascita della città sono ancora di là da venire (lo sono le operazioni di Bagnoli e dell’area sudorientale, lo è il nuovo piano regolatore), altre città e province della regione, specie Salerno, Benevento e Avellino, hanno compiuto in questi anni progressi: hanno manifestato un’inattesa vitalità economica, hanno migliorato la qualità della vita, si sono tenute al riparo dal contagio della sregolatezza propria della capitale, cioè al riparo dalla microcriminalità e dalle scorrerie della delinquenza organizzata, hanno dimostrato maggiore efficienza delle Amministrazioni locali.
È tuttavia dubbio che il resto della Campania possa continuare a progredire nonostante Napoli. Il futuro dell’intera regione è in gran misura condizionato dalla presenza ingombrante del capoluogo, che, per la sua dimensione e per le energie che ancora racchiude di imprenditori, lavoratori e ceti professionali, potrebbe dare impulso allo sviluppo economico e civile dell’intero territorio regionale.
Cosa manca a Napoli e dunque alla Campania perché si avvii finalmente quell’autentico rinascimento da tempo annunciato, da molti atteso e non ancora apparso all’orizzonte? Mancano molte condizioni, molti fattori, che possano interagire avviando un circolo virtuoso di un nuovo, continuo sviluppo. Capacità professionali, spirito imprenditoriale, qualità delle forze di lavoro non mancano, anzi in questi anni molti attori che si presentano sul mercato, hanno dimostrato di saper resistere in attesa di tempi migliori come prova la vitalità delle piccole imprese locali.
Altri hanno invece gettato la spugna e specie tra i giovani scolarizzati si sono trasferiti altrove, in aree italiane più dinamiche, dove hanno trovato ampi varchi per la loro promozione sociale, varchi alquanto chiusi nell’area napoletana dai circuiti di una società stagnante, dove per progredire nel lavoro valgono più la posizione del capofamiglia e i rapporti di parentela e meno, molto meno, attitudini personali e voglia di fare.
Il fattore primo che manca a Napoli per avviarsi allo sviluppo economico e civile, è la qualità delle Amministrazioni locali, la loro efficienza, la loro capacità di accompagnare i gruppi sociali più attivi. Gli Enti locali, i Comuni dell’area napoletana, la stessa Regione come istituzione, hanno cambiato poco in questi anni nell’organizzazione del lavoro al proprio interno, nelle motivazioni offerte agli stessi impiegati e dirigenti pubblici (e ce ne sono tanti ben preparati), nell’avvicinare la burocrazia ai cittadini, nell’avviare nuovi programmi di servizi collettivi.
Qualche responsabilità per tutto questo la portano i sindacati che sono apparsi arroccati a difendere piccole posizioni di rendita nel pubblico impiego. Ma la maggiore responsabilità ricade sul ceto politico al governo della città e della Regione che ha finora mostrato scarsa cultura di governo, bassa attitudine ad innovare, in ciò confortato inizialmente dai consensi elettorali che però si vanno riducendo, e assecondato altresì da alcuni intellettuali e gruppi professionali mossi da atteggiamenti conformistici se non da piccoli interessi corporativi.
Piccoli e grandi shock si profilano però all’orizzonte. Uno di questi è il campanello d’allarme della caduta dei consensi. Maggiori saranno però i contraccolpi che verranno nei prossimi tempi dal decentramento delle competenze ministeriali agli Enti locali e dall’avvio contestuale del federalismo fiscale che assegnerà nuovi compiti e responsabilità alle Amministrazioni periferiche. L’avvicinamento dei centri di decisione, del prelievo fiscale e della spesa pubblica, alle tasche e ai bisogni dei cittadini contribuirà a dissolvere antichi alibi all’inerzia del ceto politico. A quel punto emergeranno coloro che mostreranno di saper bene amministrare la cosa pubblica e perderanno influenza quelli che finora hanno galleggiato sui problemi irrisolti.




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