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Ortu e Caboni analizzano le ragioni dell'impegno a sinistra del leader sardista e la sua attualità nella lotta autonomistica
La democrazia salvata dalle masse
Una raccolta di saggi su Lussu come teorico del socialismo

di Gian Giacomo Ortu

A tre anni dalla morte, la fortuna di Emilio Lussu sembra avere ancora natura più storiografa ed accademica che politica. La sua lunga e intensa attività offre materia inesauribile ad una ricerca che, talora attenta e meritevole per il prodotto documentario cui approda, talaltra fatua e maldicente in un preteso impegno dissacratore e smitizzante, sempre appare preoccuparsi delle implicazioni politiche ed ideologiche di una riscoperta di Lussu soltanto quando si tratta di ridimensionarne gli atteggiamenti e le scelte.
Vorremmo suggerire che forse una storiografia più capace di accedere al vivo e al sostanziale dei fatti storici, di cogliere la dinamica della realtà, potrebbe ricomporre con maggiore unità e coerenza - e quindi con maggior significato - la figura di Emilio Lussu. Per far ciò bisogna certo attraversare i fatti, avere la pazienza del particolare, fare i conti col personaggio anche, ma soprattutto riconoscere, con lo stesso Lussu, il ruolo attivo che nella storia hanno le masse. Vogliamo partire proprio da questo. Lussu non ha meditato una sua concezione storiografica particolare, nondimeno ha scritto diversi libri e saggi di storia. Soddisfaceva con ciò l'esigenza di schiarire un cammino ancora tutto da fare, si dava ragione delle esperienze fatte, ne forniva un'interpretazione: che era per lui valutare i fatti alla luce della crescita di coscienza e di organizzazione delle masse. Da qui i saggi e le tesi tanto discusse sul movimento sardista come movimento di carattere socialista, le analisi della grande guerra in "Un anno sull'Altipiano" e dell'avvento del fascismo in "Marcia su Roma" e dintorni e tutti gli altri lavori o abbozzi di ricerca sull'antifascismo, su Giustizia e Libertà e sul Partito d'azione, sulla Resistenza e sul periodo del Cln, con l'inedito "La difesa di Roma" di cui andiamo preparando la pubblicazione. Tutto un lavoro di ricerca che va meditato e compreso. In esso è infatti una continuità, che è anche svolgimento e maturazione, d'interpretazione della storia italiana e dei suoi problemi che si configura come un vero e proprio punto di vista, una ideologia nel senso meno compromesso del termine, e cioè come distillato teorico di una lunga e sofferta esperienza.
Il modo di Lussu di porsi nei confronti dei fatti storici, l'assumere cioè la propria coscienza e intelligenza politica nel ruolo che le è assolutamente proprio di esperienza in divenire, fa sì che la sua persona sia sempre al centro della ricostruzione storica e ciò ingenera l'impressione, ad uno sguardo superficiale, della volontà di erigersi in mito. In realtà questa scelta di Lussu di partire da esperienze personali, che è conseguenza dell'esigenza di fare il punto anche sulle proprie posizioni, non fa ombra al vero soggetto della storia, che resta appunto il processo di crescita di coscienza e di organizzazione delle masse. Alla luce di questo criterio di selezione e valutazione dei fatti storici non è difficile connettere in un quadro unitario le componenti essenziali dell'impegno socialista di Emilio Lussu.
Anzitutto il problema dello Stato. Lussu è cresciuto politicamente su una progressiva consapevolezza della natura dello Stato come espressione della classe dominante. È un'acquisizione teorica e d'esperienza che nelle condizioni storiche e politiche proprie dell'Italia repubblicana si concretizza però in un riconoscimento dell'origine anche popolare della nostra Costituzione repubblicana. Afferma nel 1961 che l'ordinamento costituzionale italiano «ha origine prevalentemente nelle grandi masse popolari di operai e contadini» impegnatesi nella Resistenza. «Perciò il nostro Stato è democratico, la nostra Costituzione è democratica». Un riconoscimento che comporta una sostanziale lealtà nei confronti della vita democratica e, nella prospettiva di una democrazia reale, socialista, l'impegno all'organizzazione civile e politica delle masse.
La presenza nuova delle masse nello Stato uscito dalla Resistenza è anzi di per sé critica pregiudiziale di ogni tipo di fuga in avanti, di ogni velleità da parte di gruppi che non siano diretta espressione del popolo di porsi come interpreti della sua volontà. In una lettera del 1957 Lussu esprime questa posizione con estrema efficacia: «Quelli che, all'atto della Liberazione, reclamavano la rivoluzione integrale socialista non erano a sinistra. Erano massimalisti, cioè politici incapaci di porre gli obbiettivi voluti in rapporto con la realtà della situazione generale, incapaci di valutare l'avversario in rapporto ai mezzi necessari per affrontarlo. A sinistra, allora, erano quelli che, stando nella lotta, intendevano legarla alla realtà ed evitare l'avventura del passo superiore alla lunghezza delle gambe, evitare cioè il precipizio. Ma erano a destra quelli che, ottenuta la Costituzione della Repubblica, si rimettevano fiduciosamente ai prossimi Parlamenti e ai loro governi».
Al riconoscimento della legalità repubblicana si lega quindi in Lussu la sfiducia nella forma della democrazia in quanto tale, la preoccupazione che il riposare sull'illusione di un funzionamento autoregolatore e garantista delle istituzioni ne consenta lo stravolgimento, l'uso ai fini di un'espropriazione dell'autonomia di interessi e di lotta delle masse. In ciò è un'implicita critica di ogni pretesa di chiudere gli spazi al movimento e di disconoscere le sue strutture organizzative. «Essere a sinistra - scrive - consiste nel basare la lotta politica e ogni conquista della classe operaia e dei lavoratori nella lotta autonoma, sindacale, sociale e politica; essere sempre presenti nella lotta delle masse; realizzare la democrazia verso il socialismo con continue conquiste e difenderle, con la lotta. Se ciò non avviene, la democrazia non la si conquista e non la si difende: né col Parlamento né col governo, né con l'esercito, per sé soli».
In questo "essere a sinistra" è la ripresa, l'inveramento, del principio autonomistico come fiducia nelle masse. Nella conquista di questo punto di vista ha avuto rilevanza del tutto eccezionale l'esperienza contadina e sarda di Emilio Lussu. Contadini e Sardegna sono termini essenziali di un discorso sulla democrazia e sullo Stato, su un progetto di socialismo che faccia salvi i diritti dell'uomo, fondato sull'auto-determinazione delle masse e dei gruppi etnici e culturali, sul riconoscimento del peso storico e del rilievo politico delle varie componenti di una realtà, com'è in particolare la società italiana, mossa e articolata per specificità territoriali ed etniche oltre che sociali. [...]
Non è travisare la realtà riconoscere che l'autonomia come progetto di un'organizzazione democratica dello Stato è uno dei fattori storici della conquista nella Costituzione repubblicana dell'ordinamento regionale. Non è retorica regionalista sottolineare nello svolgimento delle posizioni sulla questione meridionale dei partiti democratici e del movimento operaio gli effetti talora salutari di lezioni della storia che hanno avuto come teatro la Sardegna. Alludiamo in particolare alle esperienze del movimento sardista e del movimento per la Rinascita. Lezioni che non hanno però inciso ancora sufficientemente, come mostrano gli atteggiamenti di una storiografia tutta tesa al rinvenimento di linee meccaniche e schematiche di svolgimento della vicenda economica, sociale e politica della Sardegna; linee nelle quali si perdono i tratti concreti e reali degli avvenimenti storici, di quelli in particolare meno riducibili alle ortodossie accademiche, anche se di ispirazione marxiana o gramsciana.

--- --- --- A metà anni Settanta in Sardegna il fiorire di iniziative ispirate al pensiero di Lussu
Contro tutti i totalitarismi
Un'esperienza politica nel segno dell'antifascismo

di Giuseppe Caboni

Gli autori degli scritti raccolti in questo volume hanno avviato il loro sodalizio lussiano nel 1975, subito dopo la scomparsa del grande leader sardo, quando la compagna, Joyce, affidò ad un gruppo di giovani attivi nella nuova sinistra, in Sardegna, il compito di ordinare materialmente e di gestire politicamente il suo archivio, lei spesso presente [...]. Con il sostegno prezioso di molti amici, la nostra collaborazione fu alla base prima della formazione del "Collettivo Emilio Lussu di Cagliari" (estate 1975) e quindi della fondazione dell'Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell'Autonomia (autunno 1977). Il "Collettivo Lussu di Cagliari" conobbe presto, purtroppo, una crisi per la divergenza insorta con un gruppo di esponenti nell'area marxista-leninista che avevano pure fattivamente partecipato della sua formazione e si sciolse nei primi mesi del 1977, dopo molte iniziative, tra le quali la più significativa fu certo la pubblicazione nel 1976, con l'editore Mazzotta di Milano, di una prima incidente raccolta di scritti di Lussu, intitolata «Essere a sinistra».
Qualche tempo dopo attivammo con Joyce Lussu il "Collettivo sardo Emilio Lussu" che, pur conservando sempre per noi un forte significato morale e politico e pur rimanendo ispiratore di altre importanti iniziative, quali ad esempio i convegni sulle prospettive di crescita, in senso locale e globale, di Armungia e del Gerrei (i cui atti sono stati pubblicati nel 1991 dalla Celt Editrice con il titolo "Dalla storia al progetto"), non ha espresso continuità operativa.
L'Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell'Autonomia, in un quadro di solidi e significativi riferimenti nazionali (fu dall'inizio associato all'Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione in Italia), ha saputo invece sviluppare una costante ed ampia attività nei campi della ricerca e del dibattito storiografico, dell'aggiornamento degli insegnanti e della didattica della storia, della formazione culturale e politica delle nuove generazioni, dell'impegno sul terreno dei valori dell'antifascismo e della democrazia, della pace e dell'autonomia dei popoli. Dell'esperienza di questa associazione militante hanno attivamente partecipato negli anni decine di storici, di uomini di cultura, di politici e di giovani democratici, e sarebbe difficile menzionarli tutti, ma certo non possiamo tralasciare di fare i nomi di Luisa Maria Plaisant e di Simone Sechi, che negli anni più recenti sono divenuti gli interpreti più generosi e creativi del segno culturale dell'Istituto, rispettivamente a Cagliari e a Sassari.
Questa costante coralità dell'esperienza di ricerca e di impegno dell'Issra ci conforta nella convinzione d'aver fatto, venticinque anni fa, la scelta giusta dando vita ad una realtà non precaria e capace di rappresentare, anche nei momenti di difficoltà della democrazia italiana e dell'autonomia sarda, un punto di riferimento per quanti "lussianamente" vorranno occuparsi in modo critico e propositivo della realtà contemporanea e quindi opporsi sempre all'affermazione di soluzioni politiche di regime o autoritarie.
Le ombre che si addensano oggi sulla politica e sulla società italiana, le incertezze e le ambiguità con cui la tematica dell'identità si è accampata sulla scena sarda, le gravi crisi internazionali ed il ricorso brutale in questi anni alla guerra e alla violenza, sono le ragioni che ci hanno spinto a riproporre in volume il filo di una riflessione sull'esperienza intellettuale e politica di Emilio Lussu che abbiamo dipanato in cinque lustri, parallelamente, non senza esprimere punti di vista anche diversi, ma con una sintonia di fondo sulle questioni decisive.
La casa editrice Cuec ha appena pubblicato, nella collana Prospettive, il libro «Emilio Lussu - L'utopia del possibile» (191 pagine, 11,00 euro). Il volume raccoglie saggi su Emilio Lussu di Gian Giacomo Ortu e di Giuseppe Caboni, già apparsi in diverse occasioni. Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo in questa pagina un brano tratto dalla premessa al volume firmata da Caboni e un ampio stralcio di uno dei saggi di Ortu, «Lussu oggi», scritto tre anni dopo la morte del laeder autonomista.